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I volti del caffè

· ​Il lungo viaggio di Salgado tra ambiente e agricoltura ·

«Forse è strano da ammettere per un brasiliano, ma non bevo mai caffè». Sebastião Salgado lo rivela presentando l’elegante volume Profumo di sogno (Roma, Contrasto, 2015, pagine 320, euro 59), ovvero un viaggio nel mondo del caffè — come recita il sottotitolo — attraverso centocinquanta suggestive immagini. Un viaggio lungo tredici anni che il grande fotografo ha compiuto in dieci Paesi in cui si produce il prezioso chicco: Brasile, India, Indonesia, Etiopia, Guatemala, Colombia, Cina, Costa Rica, El Salvador e Tanzania.

 Coltivazioni di caffè Llano Bonito de Sarcero, Regione Centrale,Costa Rica 2013 © Sebastião Salgado/Amazonas Images

Non beve caffè, dunque, Salgado, «eppure — aggiunge — mi scorre nel sangue». E non può essere altrimenti, visto che conosce bene la vita dei coltivatori, avendoli osservati fin dall’infanzia. Nato nel 1944, ultimo di otto figli, da piccolo accompagnava il padre sul camion a ritirare i chicchi da macinare che poi trasportava attraverso lo Stato del Minas Gerais verso i porti lungo la costa. Presto, e fino a quattordici anni, lo aiutò anche nel mulino, asciugando i chicchi e cucendo i sacchi di iuta. Non è stato quindi per caso se più tardi, trasferitosi a Parigi per continuare gli studi in economia, dopo la laurea accettò un lavoro
all’ International Coffee Organization.
Non sorprende neppure che qualche anno dopo, abbracciata la carriera di fotografo, scelse di diventare testimone dello sviluppo sostenibile del pianeta, senza dimenticare quelle origini. Dal 2002 al 2015, con il suo sguardo attento Salgado ha documentato la vita nelle piantagioni, i momenti della fioritura e le varie fasi della lavorazione del caffè. Ma soprattutto ha fotografato le persone — «circa 25 milioni disseminate in 42 Paesi», precisa egli stesso nella prefazione al volume — che con amore e dedizione, ma anche con fatica e sudore, svolgono ogni giorno questo lavoro.
«Forse quel che mi ha colpito di più — annota il fotografo — sono state le analogie nelle vite dei coltivatori di caffè, pur separati da oceani e continenti. Solo in pochi luoghi le macchine hanno sostituito alcune fasi del processo di lavorazione, ma la maggior parte dei produttori sono piccoli agricoltori che raccolgono a mano le ciliegie del caffè, con mogli e figli che li aiutano a essiccarle, e le trasportano sui muli fin dai loro compratori. E non mi è difficile immaginare un coltivatore di caffè della valle del Lijiang, nella provincia cinese dello Yunnan, adattarsi facilmente a lavorare nella Valle Todos los Reyes in Costa Rica».
Con le sue foto Salgado ci invita «a guardare nel fondo della tazza, non per intravedervi il nostro futuro, ma per scorgere la lunga fila di uomini e donne che si inerpica su stretti sentieri fin sopra le nuvole o che si fa strada attraverso boschi oscuri e umidi, a dorso di mulo, fino ad arrivare alla piantagione di caffè» scrive Luis Sepùlveda nel testo che accompagna le immagini. E aggiunge: «È questo che fa Sebastião Salgado: restituire l’epica dello sforzo umano, la dignità onnipresente del lavoro nella splendida sobrietà delle sue gesta, ossia raccontare in immagini la storia del mondo». E lo fa, come del resto in altri progetti, «con uno sguardo antropologico — come spiega Angela Vattese nel saggio critico — nonché costantemente rivolto ai lati più problematici sia del lavoro di fotografo, sia del lavoro in sé: come a spiegare che il primo, benché creativo e autoriale, se condotto in maniera onesta contiene sempre una domanda sul suo senso e sul senso più generale del produrre».

di Gaetano Vallini

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16 ottobre 2019

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