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I viaggi a Pechino  del giovane Timothy

· Il bilateralismo tra Stati Uniti e Cina ·

I viaggi a Pechino stanno diventando abituali per il segretario al Tesoro statunitense, Timothy Geithner. In questa settimana il responsabile del dicastero finanziario americano ha preso parte, insieme al segretario di Stato Hillary Clinton, al secondo dialogo strategico ed economico svoltosi nella capitale cinese, città nella quale si era già recato non più tardi dello scorso aprile.

Ormai il giovane Timothy è diventato un habitué della metropoli asiatica, che sembra essere divenuta meta privilegiata delle missioni estere intraprese dai rappresentanti dell'amministrazione Obama. Ma non si tratta però di una manifestazione di quel nuovo multilateralismo predicato dal presidente premio Nobel per la pace.

Di inedito bilateralismo sino-americano si può certo parlare, ma in nome di quei comuni interessi economico-finanziari che oggi costituiscono il vero vincolo tra le due potenze. Sono legami talmente forti da fare passare in secondo piano — o fare dimenticare del tutto — le tensioni che all'inizio di quest'anno hanno diviso Washington e Pechino dopo la vendita delle armi statunitensi a Taiwan, le reprimende americane ai cinesi accusati di censurare Google e le polemiche che hanno accompagnato l'incontro tra Obama e il Dalai Lama. In un tempo non molto lontano le questioni sopra elencate avrebbero certamente scavato profondi fossati politici.

Oggi invece si cerca, seppur faticosamente, di gettare dei ponti. Ponti del valore di 895,2 miliardi di dollari. Questa è infatti la cifra detenuta dalla Cina in buoni del tesoro statunitense e il fatto che il debito americano venga finanziato in così larga misura da Pechino chiarisce il motivo dei tanti viaggi di Geithner, ma anche della nuova atmosfera — magari un po' forzata — di dialogo. Non è un caso che di fronte alla crisi coreana in atto gli Stati Uniti abbiano cercato l'inusuale sponda della Cina per allentare la tensione.

La voce del grande creditore non può essere ignorata, soprattutto negli scenari geopolitici dell'Estremo Oriente. Ma ormai nulla nel mondo può avvenire a prescindere dalla Cina. Lo dimostra il tentativo, ancora una volta intrapreso dagli Stati Uniti, di coinvolgere Pechino nel processo di definizione delle nuove sanzioni contro l'Iran nucleare.

Non si deve tuttavia pensare a una dinamica univoca in base alla quale gli americani dell'economia a debito — versione moderna della cicala — busserebbero alla porta delle nuove formiche cinesi. In realtà il grande creditore ha estremo bisogno degli Stati Uniti in salute: cosa accadrebbe se gli 895,2 miliardi di buoni del tesoro a stelle e strisce posseduti dalla Cina perdessero valore? Come sempre, il segreto del successo sta nell'equilibrio. Ecco così spiegati i faticosi tentativi di avvicinamento che puntualmente si registrano tra le parti: Pechino auspica che l'amministrazione Obama non vari misure fiscali capaci di erodere il valore del proprio capitale in dollari, mentre gli americani continuano a chiedere che la Cina adotti una politica di cambi più flessibile per lo yuan, la cui stima rispetto alla valuta statunitense è ritenuta forzosamente bassa per favorire le esportazioni.

Proprio il rapporto tra dollaro e yuan sembra essere divenuto il vero motivo di contrasto tra Cina e Russia. Ma come avviene tra due persone che sanno di avere bisogno l'una dell'altra, i toni restano abbastanza pacati. Geithner cerca di convincere la controparte che la rivalutazione della moneta potrebbe contrastare le spinte inflazionistiche che anche Pechino deve oggi affrontare. I cinesi mostrano flebilissimi segnali di apertura promettendo riforme nelle politiche dei cambi, riforme che — come ha ribadito il presidente Hu Jintao — dovrebbero comunque essere varate gradualmente e in modo del tutto autonomo. Gli statunitensi fanno buon viso e si dicono soddisfatti. Ma gli analisti e gli investitori sostengono che, al di là delle dichiarazioni di intenti, nulla è ancora cambiato.

Per il momento pare che l'interesse principale, soprattutto da parte americana, sia quello di non pestarsi i piedi. Così si spiega il rifiuto di Geithner di fornire la data di pubblicazione del rapporto semestrale del Tesoro sui tassi di cambio. Il documento — da molti considerato un vero e proprio atto d’accusa nei confronti delle politiche di cambio cinesi — avrebbe dovuto essere diffuso entro il 15 aprile ma non ha ancora visto la luce. Geithner si è limitato ad affermare che «verrà il momento» di diffondere l'atteso testo, ma per ora non si fanno ipotesi. La cosa più importante per gli Stati Uniti — ma in fondo anche per la Cina, «prigioniera» del suo enorme tesoro in dollari — è di potere contare sul sostegno della controparte in questa delicata congiuntura mondiale, in cui i segnali di ripresa sono ancora deboli e incerti. Tutto il resto può attendere.

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