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I vescovi chiedono di mobilitarsi

· Per impedire la reintroduzione della pena di morte nelle Filippine ·

Manila, 9. La Camera «ha dato allo stato il permesso di uccidere»: lo ha dichiarato l’arcivescovo di Lingayen-Dagupan, monsignor Socrates B. Villegas, presidente della Conferenza episcopale filippina, dopo che la Camera dei rappresentanti ha approvato, alla terza lettura, il ripristino della pena capitale nella nazione per reati legati alla droga, in linea con la campagna del Governo contro i narcotrafficanti che ha già ucciso migliaia di persone. Sono esclusi i crimini che erano punibili in precedenza, come il furto, lo stupro o il tradimento.

Martedì, durante la sessione plenaria della Camera, duecentodiciassette membri hanno espresso parere favorevole al progetto di legge che reintroduce la pena di morte, cinquantaquattro hanno votato no, mentre uno si è astenuto. Il provvedimento è stato promosso dall’alleanza che sostiene il presidente della Repubblica e capo del Governo, Rodrigo Duterte, e fortemente voluto da quest’ultimo. Adesso il progetto di legge passerà al Senato, assemblea composta da ventiquattro membri, in cui il partito del capo dello stato detiene la maggioranza. L’approvazione definitiva appare dunque scontata.

La Chiesa cattolica nelle Filippine è «in lutto», hanno sottolineato i presuli, precisando di non sentirsi sconfitti. «Né potremo essere messi a tacere. Nel mezzo della quaresima — si legge in una dichiarazione dell’episcopato — ci prepariamo a celebrare il trionfo della vita sulla morte, e, mentre noi siamo addolorati perché la Camera ha votato per la morte, la nostra fede ci rassicura che la vita trionferà». I pastori richiamano i fedeli a una generale mobilitazione per manifestare «lo spirito di opposizione» alla pena di morte. E chiedono agli avvocati, ai giudici e ai giuristi cattolici del paese «di consentire alla dolcezza del Vangelo di illuminare il loro operato e l’applicazione della legge, portando vita nel loro servizio alla società».

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