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I veleni di Hemingway

· Nel terzo volume dell’epistolario ·

Ribaltando la locuzione latina in cauda venenum, Ernest Hemingway, nelle sue missive e nelle sue annotazioni, sin dall’incipit non risparmiava strali e stoccate ai suoi bersagli polemici. È questo il tratto distintivo che emerge dal terzo volume intitolato The letters of Ernest Hemingway. 1926-1929 (Cambridge, Cambridge University Press, 2017, pagine 731, dollari 45) che raccoglie parte del suo vastissimo e vulcanico epistolario. Curata da Rena Sanderson, Sandra Spanier e da Robert W. Trogdon, l’opera fa seguito ai primi due volumi, editi rispettivamente nel 2015 e nel 2016, dedicati agli esordi letterari dello scrittore e giornalista statunitense. Ma questa intrigante iniziativa editoriale non si ferma qui: riferisce infatti il quotidiano britannico «The Guardian» che l’intero progetto prevede la pubblicazione di ben diciassette volumi, con l’obiettivo di abbracciare tutto lo scibile letterario di Hemingway, comprese cartoline, telegrammi e finanche pezzi di carta da lui vergati e sopravvissuti all’usura del tempo.

Ernest Hemingway

Del resto l’esistenza stessa dello scrittore, condotta all’insegna dell’avventura, o, come avrebbe detto William Somerset Maugham, sul filo del rasoio, rappresenta un terreno assai fertile una volta trasposta sul piano letterario: il vissuto, infatti, in tutta la sua incandescenza trova nella pagina scritta un’esemplificazione e un suggello che contribuiscono a dare nuovo smalto al classico binomio di arte e vita: binomio che costituisce l’asse portante della narrativa dell’autore de Il vecchio e il mare.
Facendo eco ad Anthony Burgess che ne L’importanza di chiamarsi Hemingway (2008) dichiara che lo scrittore non era certo tenero con i personaggi dei suoi romanzi, perché sempre posti al centro di drammi logoranti, senza vie d’uscita che non fossero la morte, si può affermare che il premio Pulitzer (1953) e il premio Nobel per la letteratura (1954) fosse altrettanto severo, talora addirittura caustico, nel giudicare i suoi colleghi di penna, molti dei quali peraltro illustri e acclamati.
Si pensi alla sua valutazione dell’opera di Henry James, celebrato dalla critica come uno dei maestri indiscussi, insieme con Virginia Woolf, del cosiddetto “realismo psicologico”. Ebbene per Hemingway, James «non sa niente, assolutamente niente, della gente. E quando le descrive non sembrano persone vive, ma, nelle migliori delle ipotesi, caricature grottesche». Un’analisi, dunque, che si pone in netta antitesi con il giudizio pressoché unanime dato dagli addetti ai lavori che proprio in una delle eroine per eccellenza nate dalla penna di James, Isabel Archer di Ritratto di signora, riconoscono l’esemplare incarnazione di un personaggio che, pur frutto di una finzione narrativa, trasuda «un realismo che si può toccare con mano», come ha osservato il linguista e critico letterario Agostino Lombardo. Giudizi non meno taglienti vengono ammanniti anche in merito a Francis Scott Fitzgerald, del quale criticava, in particolare, una morbosa indulgenza al nichilismo e a un disfattismo senza riscatto. Eppure i due scrittori erano legati da uno stretto vincolo, sotto l’egida della cosiddetta “generazione perduta”: definizione coniata dallo stesso Hemingway nel romanzo Fiesta per indicare quel gruppo di scrittori che avevano raggiunto la maggiore età durante la prima guerra mondiale. E sorprende, infine, che un po’ di veleno lo scrittore lo riservi anche alle «vuote pretese di letteratura modernista» di Gertrude Stein, che pur era stata sua mentore e mecenate. E una goccia di veleno Hemingway la stillò anche di fronte al celebre ritratto di Stein fatto da Picasso. «Sembra una contadina!», ebbe a sentenziare con tono beffardo.

di Gabriele Nicolò

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22 agosto 2019

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