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I tre Baudelaire

· ​Protagonisti di "Una serie di sfortunati eventi" ·

È una magnifica desolazione quella in cui vengono gettati i tre piccoli orfani Baudelaire; un affascinante e mesto paesaggio, a metà strada tra le inquiete favole di Tim Burton e le coloratissime simmetrie di Wes Anderson. Lo spazio della loro (dis)avventura è terribilmente incantevole: ora cupo e plumbeo, ora luminoso e tenue, ora dipinto contemporaneamente dell’una e dell’altra atmosfera. Quadri fiabeschi, gonfi di fantasia e di contrasti spaziali, avvolgono i tre disgraziati ragazzini, mentre intorno a loro si accende di continuo un cortocircuito narrativo: se chi commenta e anticipa gli accadimenti, un narratore onnisciente, elegante e gran frequentatore dell’inquadratura — metà prosatore e metà personaggio — non smette mai di ripeterci quanto terribile sia la vicenda in cui ci siamo imbattuti, invitandoci più volte a lasciar stare, a cercare altrove un passatempo più lieto e ottimistico, a noi scappa spesso da ridere quando vediamo i fatti da lui annunciati farsi azione sullo schermo.

Il sentimento che proviamo non è esattamente di pena, di dolore o di paura, quanto di strano divertimento. Impariamo lentamente a metabolizzare la spiazzante contraddizione, l’astuto depistaggio del narratore/personaggio: quel Lemony Snicket pseudonimo con cui David Handler ha firmato il fortunatissimo ciclo di racconti da cui Una serie di sfortunati eventi è tratta. Consideriamo il fuorviante escamotage dell’autore come un piacevole giochino che alimenta la nostra curiosità, la nostra voglia di vedere come va a finire, e iniziamo a goderci l’insolito impasto narrativo, la sua stravagante e grottesca leggerezza, mentre cerchiamo di trovare una definizione adatta a ciò che dalla penna di Handler è divenuto prima un film con Jim Carrey (Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi, diretto, nel 2004, da Brad Silberling) e poi quest’originalissimo prodotto Netflix, disponibile sulla piattaforma on-line dal 13 gennaio. I tre poveri e indifesi fratellini, dal coltissimo Klaus che cita Proust, James Brown, Einstein e Murakami, all’ingegnosa Violet che per uscire dai guai inventa marchingegni con qualsiasi cosa abbia a portata di mano, fino alla piccolissima Sunny che non cammina ancora, ma che coi denti sminuzza anche gli oggetti più resistenti, sono annunciati, dalle continue incursioni di Snicket, come vittime destinate allo sgozzo, in una terra di lupi affamati. In realtà essi posseggono intelligenza, talenti e infinite risorse caratteriali, e sono gli adulti, semmai, seppur tutto il racconto galleggi in una dimensione di surreale lievità, a uscire con le ossa rotte da questa favola nera. Perché se i ragazzini fanno squadra unendo le loro competenze, chi dovrebbe tutelarli forma una palude umana abitata nel migliore dei casi da mediocrità, infantilismo, ottusità e vanità, e nel peggiore da una malattia grave come l’idolatria del denaro. Il male incarnato dal cattivo conte Olaf — attore fallito che vorrebbe avventarsi sull’eredità lasciata dai genitori ai tre fanciulli — si fa largo tra le falle degli adulti, si infila nei loro ripetuti e inconsapevoli errori. Olaf è il più pasticcione degli orchi, il più incapace degli usurpatori, il più fallimentare dei carnefici. Ha una sola dote, volendo proprio attribuirgliene una: l’abilità nel travestimento. Mai potrebbero i suoi strampalati piani e le sue sfacciate mascherate riuscire, se gli altri personaggi avessero un contatto più maturo con la realtà, se fossero capaci di ascoltare, se avessero occhi per vedere. 

di Edoardo Zaccagnini

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14 novembre 2018

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