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I tanti volti del razzismo

· ​Dalle classificazioni del Settecento ai totalitarismi del ventesimo secolo ·

Com’è possibile che la stessa persona sia considerata nera negli Stati Uniti d’America, mulatta ai Caraibi o in Sud Africa e bianca in Brasile? Questo interrogativo, che mostra quanto possano essere arbitrari e scarsamente uniformi i modi di classificazione razziale adottati alle più diverse latitudini, ispira l’ultimo lavoro di Francisco Bethencourt, docente di Storia al King’s College di Londra (Razzismi. Dalle crociate al XX secolo, Bologna, il Mulino, 2017, pagine 667, euro 49). Arbitrario non significa, tuttavia, immotivato, almeno nell’ottica di chi produce e diffonde queste classificazioni. La tesi di Bethencourt è infatti che il razzismo sia sempre sostenuto da precisi interessi politici, che vanno dal controllo delle risorse di un territorio alla volontà di mantenere alcuni gruppi in una condizione di subordinazione, dal contenimento della mobilità sociale alla decisione di eliminare dei concorrenti avvertiti come potenzialmente pericolosi.

Immagine tratta dalla mostra «Dna. Il grande libro della vita da Mendel alla genomica» (Roma, 2017)

Il volume propone perciò una lettura “relazionale” del concetto di razzismo, riconducendo ogni caso al particolare contesto storico-sociale in cui ha avuto origine e agli obiettivi più o meno espliciti perseguiti dagli attori implicati. Date le origini dell’autore, numerosi sono i riferimenti ai territori legati al vasto impero coloniale portoghese, uno dei primi e più longevi della storia, che tra possedimenti e basi commerciali si estendeva su tre continenti, toccando le coste e l’entroterra dell’Africa, il Brasile e l’India. L’approccio di Bethencourt, che risente dell’impostazione della world history e che è attento all’analisi di una molteplicità di fonti diverse (letterarie e iconografiche al tempo stesso), intende confutare alcune interpretazioni tuttora molto influenti sul tema.

Da un lato, la tesi “biologista”, che mira a interpretare il razzismo come una tendenza innata dell’essere umano, il quale in nome di un’orgogliosa appartenenza a un gruppo e di un “naturale” senso di protezione giustifica la chiusura nei confronti di coloro che sono percepiti come estranei. Dall’altro, la tesi di ispirazione marxista, che legge le pratiche di discriminazione alla luce dei rapporti di produzione, sottovalutando l’importanza di altri criteri di analisi oltre a quello strettamente economico.

Il razzismo legato alle mire espansionistiche del continente europeo, che vive due momenti cruciali con le scoperte di fine Quattrocento e con gli insediamenti coloniali dal xvi fino al xix secolo, non è certo l’unica declinazione possibile del fenomeno.

Anche Giappone, Cina e India, infatti, hanno conosciuto conflitti che possono essere interpretati alla luce di divisioni gerarchiche della popolazione, in cui ciascun gruppo era tenuto a rispettare usanze specifiche, interdizioni e regole di segregazione. Bethencourt riserva poi un’attenzione particolare agli sviluppi settecenteschi della teoria delle razze e ai primi tentativi di classificazione etnica su presunte basi scientifiche, in cui vecchi pregiudizi si mescolano a nuove osservazioni.

Oltre agli scritti classici di Linneo e Buffon, si sofferma su quello che è tradizionalmente considerato il fondatore dell’antropologia fisica, il fisiologo tedesco Johann Friedrich Blumenbach, il quale nel suo trattato De generis humani varietate nativa (la cui prima edizione risale al 1775) introduce come criterio fondamentale per l’individuazione dei gruppi umani l’analisi della forma della testa. Nel corso del xix secolo si inizierà a parlare di una lotta per l’esistenza che si sarebbe conclusa con l’ascesa delle razze superiori e a costruire gerarchie fondate non tanto su condizioni ambientali o sociali, come si era fatto in passato, quanto su motivazioni “biologiche”.

Culmine di questo processo sarà la diffusione in Europa di quello che lo storico Léon Poliakov ha definito il “mito ariano”: unita a un esasperato nazionalismo, tale ideologia alimenterà la credenza nel primato delle razze pure, con tutte le conseguenze del caso. Il resto è la tragica storia del Novecento, fin troppo nota, ma con cui ancora oggi stiamo facendo i conti.

di Giovanni Cerro

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22 agosto 2019

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