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I tanti colori della storia di Esther

· Dal Paraguay alle Madres de Plaza de Mayo ·

La prima cosa che colpisce, entrando nella piazza, sono i colori. Il prato, le bandiere, i toni della Casa Rosada, ma anche quelli del Banco de la Nación Argentina e della cattedrale, sulla sinistra. Eppure, a metter bene a fuoco gli spazi, non v’è nulla di particolarmente sgargiante in Plaza de Mayo nel cuore di Buenos Aires: il punto è che la storia delle Madres e, con loro, la storia delle vittime della dittatura argentina, è — per chi non l’ha vissuta in prima persona — una storia in bianco e nero. È, infatti, la storia dei volti sorridenti che rimbomba dalle migliaia di fotografie sventolate, nella disperazione, da chi non si è voluto rassegnare alla scomparsa dei propri cari, inghiottiti nel silenzio assordante della Guerra Sucia.

Eppure, scavando un po’, ci si accorge che nelle vicende di questo popolo indomito e delle sue Madres, di colori ce ne sono migliaia. È il caso della storia di Esther Ballestrino, paraguaiana paladina dei deboli che, nel tentativo di sfuggire alla dittatura nel suo Paese, si rifugia nella vicina Argentina, finendo così inghiottita da un altro disumano regime.

I colori della storia di Esther sono, innanzitutto, i colori di Encarnación, terza città del Paraguay, dove la bimba nasce nell’inverno del 1918, il 20 gennaio. Esther è vispissima sin da piccola, in famiglia, con gli amici, nello studio. E mentre si diploma come maestra prima e si laurea, poi, in biochimica e farmacia all’università di Asunción, è già attivissima in favore degli ultimi e dei perseguitati. Sostiene il Partito Revolucionario Febrerista d’ispirazione socialista e, mentre infuria la dittatura di Morínigio (1940-1948), a 28 anni è tra le promotrici della Unión Democrática de Mujeres, che si scioglierà l’anno dopo per dare origine al Movimento Femenino Febrerista de Emancipación. È il 1947. Il regime, però, non perdona: Esther si trova dunque costretta a scappare nella vicina Argentina, dove si sposa con Raymundo Careaga.

Oltre ai colori della passione politica, gli anni successivi hanno i colori di una vita che scorre febbrile e appassionata a Buenos Aires. Nascono tre figlie — Esther, Mabel e Ana María — ma la madre riesce comunque a districarsi tra gli impegni, proseguendo nella sua professione di biochimica.

A metà anni Cinquanta, mentre Esther è direttrice di un laboratorio, arriva a lavorarvi un ragazzo di origine italiana. Si chiama Jorge Mario Bergoglio. Le differenze tra loro sono tantissime, ma questo non impedirà la nascita di un rapporto profondo e duraturo.

Passano intanto gli anni finché, il primo luglio 1974, con la morte di Peron, i colori dell’Argentina si fanno sempre più tetri, culminando nel golpe del 24 marzo 1976. E così la dittatura irrompe per la seconda volta nella vita di Esther. Il copione è il medesimo: lei — appassionata di giustizia, amica dei deboli e simpatizzante comunista — continua a parlare, a scrivere e a battersi per la libertà, mentre il regime la guarda a vista.

In realtà inizialmente Esther chiede — e sorprendentemente ottiene — la condizione di rifugiata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr/Acnur), uno dei pochissimi casi in tutta l’America latina, ma ovviamente ciò non impedisce che la Guerra Sucia deflagri tra i suoi affetti più cari. Il 13 settembre 1976 viene sequestrato il genero Manuel Carlos Cuevas, marito della secondogenita Mabel.

È in questo frangente che padre Bergoglio riceve una strana telefonata dalla direttrice di un tempo — con cui non ha in realtà perso i contatti. Lui, sacerdote gesuita, corre a casa dell’amica atea e comunista, ma quando arriva è chiaro che della suocera per cui è stata chiesta l’estrema unzione non v’è traccia. Esther gli domanda aiuto perché la figlia minore, Ana Maria, è sotto controllo e bisogna liberarsi della sua biblioteca marxista. Bergoglio non batte ciglio: prende i libri e se li nasconde in casa. Il rischio che corre è enorme: nell’Argentina del tempo, essere un religioso non è affatto una protezione. Nascondere i libri, però, non salva la ragazza che il 13 giugno 1977 viene arrestata. Ha solo 16 anni ed è incinta di tre mesi: anche lei, come un numero impressionante di coetanee, viene torturata nel Club Atlético a San Telmo, un centro clandestino di detenzione.

Dal giorno dell’arresto della figlia minore, un nuovo colore entra nella vita di Esther: il bianco dei fazzoletti delle Madres de la Plaza de Mayo, fondate il 30 aprile 1977 quando 14 madri marciano nella piazza chiedendo di conoscere la sorte dei figli scomparsi. E dal 14 giugno, ogni giovedì, anche Esther è della partita.

Fortunatamente, però, in ottobre Ana Maria viene rilasciata: Esther capisce che deve portare le sue tre figlie in salvo, prima in Brasile e poi in Svezia. Ma l’esilio dura poco: le Madres la supplicano di restare dov’è, ma Esther torna: «Resto qui, insieme a voi, finché non li riavremo tutti vivi», è la sua risposta, testimoniata anche da un infiltrato militare, Gustavo Astiz.

È un attimo, e il colore della tragedia chiude la storia di questa donna appassionata e coraggiosa. L’8 dicembre, infatti, all’uscita della chiesa di Santa Cruz (tra le vie Urquiza e Estados Unidos), al termine di una riunione per raccogliere fondi per la pubblicazione sul quotidiano «La Nación» della lettera che chiedeva conto alle istituzioni delle persone scomparse, Esther viene arrestata — insieme alla madre María Ponce e ad altre dieci persone, tra cui due monache francesi, Alice Domon e Léonie Duquet — dall’ex capitano della marina militare Alfredo Astiz. Ha 59 anni e non farà mai ritorno a casa.

Secondo alcune testimonianze, Esther avrebbe trascorso qualche giorno nel settore Capucha dell’Esma (Escuela Mecánica de la Armada), il più efferato centro di detenzione situato proprio nel cuore di Buenos Aires, prima di essere eliminata con un volo della morte.

«Una donna straordinaria, una grande donna a cui devo molto», racconterà decenni dopo quel giovane di origine italiana che aveva lavorato alle sue dipendenze a Buenos Aires: «In quel laboratorio capii il bello e il brutto di qualunque attività umana».

di Giulia Galeotti

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11 dicembre 2019

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