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I talenti nel momento della prova

· Di fronte al terremoto che ha sconvolto l’Italia centrale ·

Ogni calamità, ogni catastrofe suscita, col dolore e la disperazione che comporta, un duplice volo: quello amorevole del soccorso e quello avido e spietato degli avvoltoi. Lo sappiamo e non deve essere motivo di scoraggiamento o di scandalo: occorre attrezzarsi al meglio per fronteggiare tale inevitabile opposizione. L’ingordigia impietosa non verrà mai vinta del tutto, ma può sempre essere efficacemente combattuta con l’esempio a partire dalle maggiori criticità.

Non si tratta tanto e solo di opporsi allo “sciacallaggio”, che consiste nel depredare le popolazioni colpite dal lutto e dalle perdite materiali nel momento in cui sono maggiormente disorientate, vulnerabili e indifese, quanto anche di evitare l’intercettazione e il “dirottamento” degli aiuti. Succede in ogni ambito dei soccorsi umanitari che medicine, cibo, generi di prima necessità e danari non giungano intatti a destinazione o che non giungano affatto.

Generosità e cinismo si uniscono e si confondono, perché il secondo viene attratto dalla prima, camuffandosi ad arte. Non paia dunque un paradosso, proprio nei momenti tragici e di sofferenza, l’idea di dover come sempre discernere, addirittura di dover mettere a punto una difesa e quasi un vaglio, una operazione in più rispetto a quelle che le persone e i luoghi reclamano in occasione dei soccorsi prima e ancor più delle ricostruzioni poi.

Tristemente l’Italia ha dovuto mettere a punto, molto più di altri Paesi, nei secoli, modelli collaudati: le tendopoli ad esempio si trovano dipinte sulle tavolette di biccherna che illustrano «Sena al tenpo de’ tremuoti». Si tratta di quelle stesse serie sismiche che determinarono nel tardo medioevo l’abbandono della fabbrica del duomo nuovo di Siena. Anche il duomo di Orvieto, altrimenti incomprensibile, fu grandemente condizionato nella sua costruzione dalle esigenze di quella che oggi definiremmo prevenzione antisismica e più in generale non si può comprendere la particolarità del gotico italiano, che ad occhi nordici può apparire deforme o comunque infelice, incompiuto, senza considerare le limitazioni geologiche e telluriche poste dall’arco appenninico e dalla linea dei vulcani, alla estrema ricerca di leggerezza.

Il gotico qui da noi non ha affatto tardato a sorgere, tanto che non può escludersene una componente d’origine medio orientale: ha semmai dovuto assumere — proprio in questo crocevia che ha contribuito a generarlo — forme robuste che paiono contraddirne il carattere e l’essenza. Ma non è così perché anche e soprattutto in Italia il gotico tende alla levità e alla robustezza unite insieme e oggi le leggi della fisica insegnano proprio che si ottiene questo risultato con metodi che paiono inconciliabili: robustezza dei materiali, essenzialità delle forme, riduzione della massa sospesa, dell’inerzia del peso. Al punto che Gaudí progettava come in antico la Sagrada Família di Barcelona con un modellino capovolto, utilizzando fili inamidati per delineare in modo certo e perfetto la curvatura delle costolature secondo le catenarie dei carichi.

Ci sarebbe poi da ricordare la possibilità di un ripristino e di una rinascita delle fabbricerie, delle opere della fabbrica od “ope”: scuole del fare che tramandavano i mestieri sugli edifici principali curandone la manutenzione costante di generazione in generazione. Si tratta di un lascito medievale della Chiesa, degli ordini religiosi e dell’Italia dei Comuni, che si è diffuso in tutto il mondo, ma che tende attualmente a spegnersi proprio nella sue terre d’origine: è strettamente associato ad altra benefica istituzione, stavolta una figura giuridica, la dicatio ad muros. Le donazioni non erano elargite a un ente, né ad una persona fisica, né a una persona giuridica, né a una banca, ma alle mura stesse della tale chiesa, del tale palazzo, della tale torre, del tale ospedale, della tale cappella. Una siffatta dedica dei beni era irreversibile e nessuno aveva facoltà di scioglierla, secondo il vecchio cardine del diritto romano di età repubblicata de tigno juncto ne solvito, che costituisce al tempo stesso, da oltre venticinque secoli, il fondamento della tutela del costruito e del restauro dell’esistente. La cattedrale di Strasburgo ancora si sostiene con i suoi possedimenti ricevuti in lascito — case, depositi fruttiferi e terreni — e oltre cinquanta persone lavorano perennemente all’opera della fabbrica. In Italia si fatica a trovare esempi superstiti di queste buone pratiche di comprovata efficienza dai benefici perenni. A tutti, noti e meno noti, vivi o defunti, dobbiamo rispetto e riconoscenza con l’impegno a non lasciare inutilizzati i talenti che ci hanno lasciato e che abbiamo ricevuti. È questo del sapere un tesoro non depredabile, quello solo che può sopravvivere a un naufragio, per ripetere la definizione vitruviana: dobbiamo consegnarlo non solo intatto, ma accresciuto dei suoi frutti, alla memoria di chi è perito come a chi si trova sopravvissuto nella grande tribolazione.

di Francesco Scoppola
 Direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici dell’Umbria

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06 dicembre 2019

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