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I taccuini
di Bartolomeo Nogara

· Ai Musei vaticani il diario dello studioso che li diresse dal 1920 al 1954 ·

Finora conservati dalla famiglia, vengono ora donati ai Musei vaticani 41 taccuini che raccolgono le annotazioni scritte quotidianamente da Bartolomeo Nogara e riguardanti la sua lunghissima direzione dei musei, dall’ottobre 1920 fino alla morte (18 giugno 1954).

Chiamato a Roma nel 1900, con il duplice incarico di scriptor Latinus della Biblioteca vaticana e di conservatore del Museo profano della stessa biblioteca, e poi con quello di direttore speciale del Museo Gregoriano Etrusco, Bartolomeo Nogara viene nominato da Benedetto XV direttore generale dei musei e gallerie pontificie. Dopo un apprendistato di quasi vent’anni e con oltre duecento pubblicazioni, fra libri e articoli vari, Bartolomeo Nogara diventò così il supremo responsabile di uno dei musei più importanti del mondo, «giunto ai Musei attraverso la Biblioteca vaticana dalla quale, come da madre feconda, erano nate nei secoli quasi tutte le collezioni pontificie» come scrisse il suo stretto collaboratore, Filippo Magi (1905-1986), l’archeologo che resse i musei dopo la morte di Nogara e fu poi, fino al 1975, direttore degli Studi e ricerche archeologiche.

Avvicinandosi il centenario della nomina pontificia di Nogara a direttore dei musei, la famiglia, e in particolare la nuora Rosanella Nogara Lello (vedova del barone Antonio, figlio di Bartolomeo), ha voluto consegnare ai Musei vaticani, per la conservazione e lo studio, ben 41 taccuini, uno per ogni anno dal 1920 sino alla morte. In essi il direttore annotava, con grafia minutissima ma chiara e facilmente leggibile, gli avvenimenti, le udienze, le persone incontrate nel corso della giornata nei musei, in casa e durante i viaggi: in una parola vi sono indicazioni preziose per lo sviluppo di una missione da lui svolta con passione e discernimento. Nei taccuini appaiono naturalmente, i nomi dell’alta amministrazione pontificia quali i cardinali segretari di Stato Pietro Gasparri, Eugenio Pacelli, Luigi Maglione e, spessissimo, quello di monsignor Giovanni Battista Montini, sostituto alla Segreteria di Stato, nonché quello del fratello Bernardino che negli stessi anni, chiamato da Pio XI, ricopriva l’importantissima carica di delegato all’amministrazione speciale dei beni della Santa Sede. Compaiono altresì, quasi ogni giorno, i nomi dei diretti collaboratori, soprattutto di Filippo Magi e Deoclecio Redig de Campos, poi suoi successori; ma sono anche ricordati i collaboratori più modesti quali contabili, restauratori, catalogatori e persino i vari custodi dei musei. Con rapide pennellate in stile quasi telegrafico, Nogara non manca di descrivere momenti lieti o tragici della vita vaticana di quegli anni, come il conclave del 1922 che esaltò al soglio pontificio Achille Ratti o come il bombardamento, ancora oggi non del tutto chiarito, compiuto sul Vaticano il 3 novembre 1943 o come la fame in quei duri mesi di guerra assalisse i suoi collaboratori, specie i più umili.

È difficile descrivere, anche sommariamente, il contenuto dei taccuini; bisogna quindi agli studiosi l’esame delle attività dei musei nel lungo periodo della direzione Nogara sotto tre pontificati (Benedetto XV, Pio XI e Pio XII).

Ma vi sono almeno tre punti che vorrei mettere in evidenza.

Dapprima l’opera intrapresa da Bartolomeo Nogara per portare l’organizzazione e la gestione dei Musei vaticani al livello dei maggiori musei europei: quelli di Londra, Parigi e Berlino saranno per Nogara il modello da seguire, cogliendo da ognuno il meglio della concezione moderna delle funzioni dei musei che sono, oltre a quella della conservazione della memoria storica di un popolo, anche quella non secondaria, e oggigiorno spesso trascurata da fantasiose direzioni, della funzione didattica di istruzione del pubblico. Bartolomeo Nogara fu il primo direttore in senso moderno di un museo fino ad allora gestito con criteri antiquati: viaggia in Europa (sempre accompagnato dalla coltissima consorte Maria Albani) per conoscere de visu i grandi musei e gallerie, partecipa a congressi internazionali di archeologia, di direttori dei musei, si documenta, allestisce la nuova pinacoteca, crea il moderno laboratorio di restauro delle pitture, degli arazzi, dei metalli, delle terrecotte. Del pari, istituisce una fototeca di tutte le opere custodite nei musei. I taccuini del 1931 e 1932 ci danno ampia documentazione del “travaglio” che ha accompagnato la costruzione e l’allestimento della pinacoteca, fortemente voluta da Pio XI e inaugurata nel novembre 1932.

Un secondo aspetto che emerge dai taccuini è il contatto settimanale, in certi periodi quasi quotidiano, con Pio XI che aveva persino voluto assegnargli un ampio alloggio nel cortile di San Damaso, alla terza loggia, vicino al suo appartamento privato. Così come sono frequentissime le visite private di Pio XI ai musei durante le ore di chiusura, nelle giornate di pioggia quando non poteva passeggiare nei giardini vaticani. D’altronde è nota la cura speciale che Papa Ratti, uomo di sterminata cultura, dedicava ai suoi musei, che vissero, durante il suo pontificato, un momento di irripetibile splendore e dei quali il Pontefice ben comprendeva la funzione, quasi religiosa, di custode principalissimo delle radici del mondo cristiano e occidentale. Né si può dimenticare che nel 2017 la baronessa Nogara ha voluto donare alla Biblioteca ambrosiana di Milano le lettere scritte da monsignor Achille Ratti, negli anni del suo incarico all’Ambrosiana quale prefetto, all’amico Bartolomeo Nogara, trasferitosi a Roma.

Un terzo aspetto che emerge dai taccuini è l’opera svolta da Bartolomeo Nogara, con il consenso e l’incoraggiamento di Pio XII, per la salvezza del patrimonio artistico italiano minacciato di distruzione e di saccheggio dalla guerra e dal passaggio del fronte militare: patrimonio non solo di Roma e del Lazio meridionale, fra cui Montecassino, ma anche di molte regioni d’Italia. Circola in Europa un luogo comune che sarà ben difficile estirpare dopo la proiezione del film americano Monuments Men, secondo il quale si dovrebbe a un drappello di ufficiali e soldati americani la salvezza del patrimonio artistico italiano. È pur vero che una volta cacciate le truppe di occupazione tedesche, gli Alleati dedicarono un gruppo di esperti alla caccia e al recupero di opere d’arte depredate dai nazisti e incamminate verso la Germania; ma chi le portò in Vaticano, prima della Liberazione e in mezzo ai bombardamenti e a mille pericoli, furono i funzionari delle Belle Arti italiane, i vari direttori di musei e sovraintendenti italiani che, di concerto con Nogara e con l’approvazione del segretario di Stato cardinale Maglione, trasferendo dal novembre 1943 (poco dopo l’armistizio dell’8 settembre) e durante il 1944 innumerevoli casse di quadri, statue, archivi, biblioteche: giunsero opere d’arte persino da Milano, da Venezia e da Napoli. Tutto questo è registrato, giorno per giorno, nei taccuini Nogara ove brillano i nomi di benemeriti e storici direttori di musei nonché sovraintendenti italiani, quali Amedeo Maiuri, Emilio Lavagnino, Giulio Carlo Argan, Salvatore Aurigemma, Guglielmo De Angelis d’Ossat, né mancarono funzionari del palazzo reale del Quirinale che affidarono a Nogara quadri e oggetti preziosi, anche di Villa Savoia, al punto che nel gennaio 1945 — su proposta dell’incaricato d’affari italiano in Vaticano Francesco Babuscio Rizzo — il luogotenente del regno Umberto di Savoia volle conferire a Bartolomeo Nogara il titolo di barone quale regale riconoscimento di quanto fatto a favore del patrimonio artistico italiano.

Ma dai taccuini del 1943-1944 risulta anche il forte decisivo contributo dato da Nogara per nascondere, assumendoli come custodi dei musei, giovani minacciati di deportazione, ricercati politici ed ebrei quali il geografo Roberto Almagià, il barone Franchetti, la famiglia Bauer; ma purtroppo Nogara registra anche l’insuccesso suo e dei suoi collaboratori per porre in salvo l’archeologo epigrafista Mario Segre che i tedeschi dell’ambasciata rifiutano di liberare, malgrado la supplica di monsignor Montini e inviano Segre, senza pietà, a morte sicura ad Auschwitz. Così pure Nogara ricorda come, aderendo alla richiesta di Francesco Babuscio Rizzo, il figlio Antonio con la sua vettura targata SCV, andasse nell’aprile 1944 sull’Appia antica a rilevare e portare in Vaticano il consigliere Vincenzo Selvaggi, capo della resistenza monarchica a Roma e minacciato di cattura. Venne nascosto, sotto il falso nome di Edoardo Sermani, in casa di un impiegato dei musei (il cavalier Gianfranceschi) che godeva di un alloggio di servizio nella Città del Vaticano. Senza parlare del caso ben noto di Hermine Speier che, tedesca e impiegata all’Istituto di cultura tedesco, venne licenziata nel 1933 in quanto ebrea. Nogara, ottenuto il consenso da Pio XI, la fece assumere dai musei vaticani, con l’incarico di creare la fototeca e tale rimase, prima donna impiegata in Vaticano e per giunta ebrea, sino al pensionamento avvenuto nel 1976. Speier, nel 1939, si fece battezzare cattolica e si sposò poi con il generale Umberto Nobile, il noto reduce dalla tragica spedizione in dirigibile al Polo Nord nel 1928.

Queste notizie sulla vita e sullo sviluppo dei “suoi” musei, si intrecciano anche con rapide notizie familiari: assai spesso si ricorda il fratello Bernardino, come «il laico più importante del Vaticano» come lo definì nel 1938 il cardinale Giuseppe Pizzardo; del pari, si registrano le visite a Roma dei fratelli Nogara sacerdoti, specialmente di monsignor Giuseppe, dal 1927 arcivescovo di Udine, di monsignor Roberto arcivescovo di Cosenza e di monsignor Giovanni, primo rettore del pontificio seminario regionale di Molfetta ove morì ancora giovane nel 1932, non senza aver prima donato a quel seminario una preziosa antica biblioteca di origine monastica, che era conservata a Bellano nell’avita casa Nogara sin dall’epoca delle soppressioni monastiche volute dall’imperatore d’Austria Giuseppe ii.

Certamente lo studio e l’esame dei taccuini che entrano nell’archivio storico dei Musei vaticani servirà a custodire la memoria, non solo di un esimio archeologo e studioso ma anche quella di un uomo generoso e modesto, disinteressato e pio, dotato di zelo instancabile e devoto servitore della Sede apostolica.

di Bernardino Osio

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22 agosto 2019

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