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I superpoteri di Olivia

La statua nella cattedrale di Palermo

Olivia nacque a Palermo nel 448 da nobili genitori cristiani. Era una ragazzina bellissima. Dotata di forza, velocità, capacità sensoriali e resistenza sovraumane, era caratterizzata da una totale mancanza di paura e da una profonda fede nel Signore. Per queste sue doti, questa figlia di notabili della città venne utilizzata senza troppi scrupoli dalle alte sfere del governo di Palermo come arma contro i vandali di Genserico, che nel 454 conquistavano la Sicilia e occupavano Palermo, portando il martirio tra i cristiani. Fin da piccola e con il beneplacito dei genitori, Olivia veniva spedita in missione e mentre le sue amichette passavano dai giochi alla ricerca di marito, lei era impegnata nella ricerca di armi sempre più sofisticate e si esercitava ogni giorno in gare di velocità con i palermitani più prestanti. Chiunque immaginerebbe che il suo servizio alla comunità portasse a Olivia onori e rispetto: non è così. Essere una donna anticonformista, pensare poco a conquistarsi i favori dell’altro sesso a quei tempi e in quel mondo di uomini non pagava. Olivia parlava con gli animali (era portata per le lingue) e aveva una predilezione per i lupi, ed era quindi, comprensibilmente, additata come “diversa” dal resto della comunità. La stessa famiglia quasi si vergognava di lei, invece di andarne fiera, e quando la sentivano commutare di codice, a seconda se parlasse con i membri della sua famiglia o con le galline del cortile, abbassavano lo sguardo e facevano finta di non conoscerla. Per questo, era priva del sostegno della famiglia e la sua lotta contro i vandali si svolgeva in solitario. Nonostante i grandi successi iniziali (tornò un giorno con tre scalpi di vandali appesi alla cintura dorata), Olivia purtroppo fu catturata. Indomita, lungi dal perdersi d’animo, sosteneva e incoraggiava i compagni cristiani prigionieri dei vandali. Resistette a tutte le avances, sia dei vandali, sia dei compagni di fede, e passava le giornate in preghiera. La famiglia la considerava ormai perduta e non cercò di riscattarla. Ingrati. Genserico, lui sì, fu toccato dalla sua forza d’animo e invece di martirizzarla decise di liberarla, confidando che non sarebbe stato difficile tenere sotto controllo una ragazzina, allora soltanto tredicenne. Uscita di prigione, e vissuto il lutto della morte della madre, che la sconvolse profondamente nonostante avesse ricevuto poco affetto anche da lei, Olivia si unì a una comunità di orfani non integrati, una sorta di scalcinata banda di bambini perduti che, vessati continuamente sia dai palermitani sia dai vandali, trovavano solo nella fede un sostegno alla loro vita disgraziata. L’arrivo di Olivia nella loro piccola comunità cambiò le loro vite: i bambini perduti, nella maggioranza bambine, formarono un gruppo di vigilanti stretto intorno alla loro nuova leader, che cominciarono a chiamare “santa”. Il gruppo usciva sempre tutto unito per pattugliare la città. Anche la vita di Olivia cambiò. Non era più una giustiziera solitaria ma era al centro di un gruppo di bimbi adoranti che non chiedevano di meglio che di lavorare con lei.

Ancora una volta, la città dimostrava poca gratitudine nei confronti di Olivia e della sua banda, ma era comunque ipocritamente felice che i vandali fossero tenuti a bada da questo gruppo di coraggiosi outsider. Genserico, ormai spazientito dalle gesta della ragazzina ribelle, dopo molti tentativi senza successo, riuscì a farla catturare di nuovo dai suoi uomini. Ancora intenerito, forse attratto da questa ragazzetta, ma in fondo un gentleman, decise di spedirla a Tunisi: sapeva che Amira, governatore di quella città, uomo dal polso durissimo, avrebbe potuto piegarla e convertirla al paganesimo. In ogni caso, era importante privare i bambini perduti della loro guida.

La copertina del libro di Jacqueline Carey dedicato alla giovane santa

A Tunisi, Olivia, sebbene di nuovo sola, si sentiva ormai non soltanto superpotente ma, per un fenomeno che gli psichiatri oggi chiamerebbero inflazione dell’ego, sentiva anche che forse l’appellativo di santa assegnatole dai bambini perduti non era un’esagerazione. Iniziò lei a convertire i pagani al cristianesimo, con costernazione di Amira, e a operare miracoli, benché gli studiosi non trovino accordo sul numero che Olivia riuscì a compierne: secondo una studiosa americana, la professoressa Isabel Archer dell’università del Wisconsin, furono almeno trentasei, contando la resurrezione del cane morto di Amira; secondo il gruppo di ricerca guidato dal dottor John Knightley, PhD, di Oxford, i miracoli non furono più di dodici. In ogni caso, Amira, quantunque ben contento di riabbracciare il cane, la spedì in un luogo deserto pieno di leoni, serpenti e draghi perché potessero divorarla o almeno, se questo non fosse stato possibile, perché morisse di fame.

Sappiamo ormai che la vita di Olivia era segnata dall’ingratitudine di coloro che avrebbero dovuto ringraziarla. Colpisce comunque l’ingenuità di Amira, che non aveva l’intelligenza di Genserico. Olivia infatti visse piuttosto bene durante il suo soggiorno nel deserto, cibandosi della ricca fauna di, appunto, leoni, serpenti e draghi. Esasperato, Amira inviò un esercito a riprenderla. Poiché l’immersione nell’olio bollente non le recò alcun danno, decise di farla decapitare nel 463. Aveva quindici anni. La sua testa gli fu portata in un cesto tra manghi e banane durante un banchetto. Amira se ne compiacque ma era troppo ubriaco per rendersi bene conto e la testa rimase dimenticata in un angolo fino al giorno dopo, quando vi trovarono il cagnolino addormentato accanto.

Questo triste epilogo non deve addolorarci, perché la santità opera il bene ancora di più dopo la morte. Il culto della santa è vivissimo sia a Tunisi sia in Sicilia e la santa conforta e rinvigorisce la fede di tutti coloro che si sentono poco apprezzati nel luogo dove sono nati e dalle persone che in teoria dovrebbero sostenerli. Se trovate dei reietti che vi amano, ci dice la santa, unitevi a loro, quella è la vostra famiglia.

Il suo corpo non si trova e, a Tunisi lo sanno bene, è meglio così. Si sa però per certo, perché così si tramanda nel diario di uno dei bambini perduti, che riposa in un pozzo profondo di acqua fresca.

La storia di Olivia intreccia episodi della vita della santa a particolari di finzione e a dettagli ispirati alla fiaba fantasy Santa Olivia di Jacqueline Carey.

di Irene Ranzato

Irene Ranzato

Irene Ranzato, PhD in Translation Studies, è ricercatrice di lingua e traduzione inglese all’università La Sapienza di Roma. I suoi interessi si rivolgono alla traduzione audiovisiva e alla traduzione intersemiotica. Ha dedicato alla traduzione dei riferimenti culturali nei dialoghi televisivi la sua più recente monografia: Translating Culture Specific References on Television: The Case of Dubbing (Routledge 2016).

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