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I suoi testi più importanti li scrisse in prigione

«Sacerdote secolare, famoso predicatore, detto l’apostolo dell’Andalusia, Giovanni d’Ávila è una delle figure storiche della Riforma cattolica che esercitarono più profondo e durevole magistero spirituale in Spagna e altrove, nel suo tempo e anche nei secoli seguenti». Così Xavier de Silió presenta il santo spagnolo sulle pagine della Bibliotheca sanctorum.

Giovanni d’Ávila nasce il 6 gennaio 1499 (o 1500) ad Almodóvar del Campo da genitori molto religiosi, tra i più stimati e agiati del luogo. Il padre, Alfonso d’Ávila, proveniva da una famiglia di «cristiani nuovi», cioé di convertiti dal giudaismo: una presunta ombra che accompagnerà suo figlio per tutta la vita.

Dottore in diritto e teologia, studiò prima a Salamanca e poi (dal 1520) ad Alcalá de Henares (università a quei tempi molto influenzata dalla dottrina di Erasmo), sotto la guida di Domenico Soto. Ordinato sacerdote nel 1525 (celebrò la sua prima messa nella chiesa dov’erano sepolti i genitori), dopo aver donato tutti i suoi averi ai poveri, Giovanni iniziò un’intensa attività di predicazione e di direzione spirituale, radunando attorno a sé un gran numero di persone, sacerdoti e laici.

Invidie, malintesi e gelosie fecero sì che nel 1531 Giovanni d’Ávila venisse denunciato all’Inquisizione (alcune sue frasi interpretate con malizia portarono al sospetto di luteranesimo). Arrestato tra l’estate e l’autunno del 1532, egli riuscì però a trarre grande profitto dai mesi di prigionia: fu proprio qui che gettò le basi della sua opera più nota, l’ Audi filia , composta da una serie di considerazioni, insegnamenti e regole di vita ascetica imperniate sul mistero della redenzione (egli volle che queste regole di vita devota fossero «più sicure che alte»).

In carcere scrisse anche una delle lettere più sorprendenti del suo epistolario, colma di carità e gioia soprannaturale (tale missiva confluirà poi nel suo ricchissimo epistolario: oltre duecento lettere a prelati, discepoli, cavalieri e dame che chiedevano i suoi consigli e il suo aiuto). Il 16 giugno 1533 venne finalmente emessa la sentenza di piena assoluzione.

Predicando, Giovanni percorse quasi tutta l’Andalusia e la bassa Estremadura. Siviglia, Cordova, Granada: le sue parole convertivano (celebre quella dell’avventuriero portoghese che diverrà poi noto con il nome di Giovanni di Dio), determinavano scelte di vita (fu questo il caso del duca di Gandía, il futuro san Francesco Borgia) e fecero nascere fecondi rapporti (come quello con il domenicano Luigi Granata, che ne diverrà il biografo).

Il prestigio del Maestro d’Ávila attirò l’attenzione di Ignazio di Loyola: anche se i tentativi di fusione tra la Compagnia di Gesù e il gruppo aviliano non andarono in porto, tra i due si creerà comunque un rapporto solido e molto profondo. Tra l’altro, Giovanni favorì lo sviluppo e la diffusione dei gesuiti in terra di Spagna.

Ricca anche la corrispondenza epistolare con santa Teresa, che sottopose al suo giudizio il manoscritto dell’ Autobiografia. Giovanni la sostenne molto anche nell’opera di riforma dell’ordine carmelitano.

Giovanni d’Ávila morì a Montilla il 10 maggio 1569. Sepolto nella chiesa dei gesuiti intitolata all’Incarnazione (oggi San Francesco), tra i suoi celebri ritratti v’è senz’altro quello realizzato da El Greco.

Beatificato il 15 aprile 1894 da Leone XIII, fu canonizzato da Paolo VI il 31 maggio 1970. La Conferenza episcopale spagnola lo ha dichiarato patrono dei sacerdoti diocesani. (giulia galeotti)

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