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I signori
della terra

· Rapporto della Caritas sul fenomeno del land grabbing ·

Una nuova forma di colonialismo che si realizza su tanti livelli: agricolo, economico, politico, industriale e sociale. Una delle forme più sottili e insidiose di sfruttamento delle popolazioni rurali e dei paesi poveri, le cui radici stanno non solo nella rapacità delle multinazionali, ma anche nella corruzione delle classi dirigenti. È il land grabbing, letteralmente “accaparramento delle terre”, ossia l’acquisizione di terre straniere, spesso senza il consenso delle comunità che le abitano, o senza i risarcimenti promessi, con il solo scopo del profitto. È uno scandalo gravissimo, che esiste da molti anni, ma che dallo scoppio della grande crisi finanziaria nel 2008 è cresciuto enormemente, lasciando nella fame e nella povertà milioni di persone.

A rilanciare l’allarme è un rapporto della Caritas intitolato “Terra bruciata” e pubblicato ieri in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale. «Gli investimenti rivolti a terre straniere — si legge — ritrovano forza propulsiva nella possibilità di speculazione. Questo provoca numerosi sconvolgimenti sul prezzo del cibo e della fornitura. I drivers più importanti che scatenano il fenomeno sono la garanzia di un approvvigionamento alimentare, l’acquisizione di risorse energetiche e manifatturiere e, più in generale, il trarre profitti da investimenti privati».

Il fenomeno è complesso e difficile da definire con precisione. Le terre sono acquisite spesso per fini puramente agricoli, allo scopo di incentivare un certo tipo di produzione e guadagnare controllando i prezzi. C’è poi l’uso dei terreni per fini non agricoli o agro-industriali, come la produzione di biocarburanti o il cracking, cioè la fratturazione idraulica dei terreni per la ricerca di gas. Le ricadute sulle popolazioni sono tremende. «I casi di deforestazione — denuncia la Caritas — sono in aumento, le riserve di acqua vengono continuamente inquinate da materiali tossici provenienti dai terreni su cui sono sparsi per renderli più fertili e produttivi, ma riducendo inevitabilmente e drasticamente gli ecosistemi».

Il land grabbing è una pratica insidiosa e malvagia: aggira le comunità rurali promettendo ricchezza, ma in realtà blocca lo sviluppo, alimenta la corruzione delle classi politiche locali e la speculazione finanziaria. O peggio ancora: lascia completamente inutilizzati enormi terreni che sono usati come semplice merce da scambio. In tal modo, «si è assistito a numerose violazioni dei diritti umani. Non sono nuovi i casi in cui è stata favorita l’espropriazione delle terre alle popolazioni locali per poter sfruttare quei territori a proprio vantaggio, stipulando anche accordi con gli stessi governi nazionali, che ne hanno potuto trarre profitto» scrive la Caritas. Dietro questo fenomeno non ci sono solo le multinazionali, ma anche stati, governi o istituzioni internazionali. Un solo esempio: la Banca mondiale è il primo finanziatore di compravendite di terra nel mondo e finora — nonostante gli appelli di numerose ong — non ha mai accettato di rivedere i suoi parametri di investimento.

Ma quali sono i paesi più colpiti da questo fenomeno? Secondo i rapporti più recenti, sono soprattutto i paesi africani come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Repubblica del Congo e la Liberia, mentre in Asia il paese più coinvolto è la Papua Nuova Guinea, ma non mancano paesi emergenti come il Brasile e l’Indonesia. I principali paesi investitori sono invece gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda.

Il dossier della Caritas approfondisce in particolare la diffusione del land grabbing in America latina (soprattutto Argentina ed Ecuador) e riporta l’esperienza della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), l’iniziativa della Chiesa nata nel 2014 a Brasília, che cerca di rispondere alle principali sfide della regione: promozione dei diritti umani, alternative allo sviluppo, comunicazione, ricerca, ecc.

Ora, di fronte a un fenomeno tanto insidioso, che cosa si può fare? Al momento, non esiste una strategia internazionale contro il land grabbing. Il fatto è che le acquisizioni dei terreni avvengono grazie a fonti finanziarie in paradisi fiscali o attraverso ragnatele complicate di gruppi di aziende, difficilmente tracciabili. «Rimane essenziale il dialogo tra i governi dei paesi target che sostengono questo business e chi alimenta il land grabbing e l’accaparramento delle terre per supportare e attuare politiche più idonee e trasparenti per il rispetto dei diritti dell’uso della terra. È quindi necessaria una continua azione di persuasione — conclude la Caritas — affinché da parte dei governi locali ci sia rispetto nei confronti di chi lotta per sopravvivere».

di Luca M. Possati

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