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Sentieri della luce

· A Roma una mostra sui Macchiaioli ·

Nella calda estate romana, una fresca immersione nella luce è la mostra I Macchiaioli: le collezioni svelate, a cura di Francesca Dini, in corso fino al 4 settembre 2016 al Chiostro del Bramante con l’efficiente organizzazione Arthemisia.
Non sono mancate, in anni recenti, esposizioni di vario taglio (non solo in Italia) dedicate a questi artisti di cui si riconosce la rappresentatività su orizzonti sempre più ampi. 

Oscar Ghiglia, "Ritratto della moglie Isa" (1902 circa)

La stessa Dini (insieme a Fernando Mazzocca e Giuliano Matteucci) ha curato la monografica Fattori che abbiamo recentemente visitato a Padova a Palazzo Zabarella, mettendo in luce di questo “caposcuola a posteriori” (il ruolo si assegna di solito a Telemaco Signorini) l’intera parabola sia artistica sia esistenziale: «geniale interprete sia di un mutamento decisivo nel modo di vedere e rappresentare la realtà, sia di una situazione storica e sociale segnata da drammatiche contraddizioni, in dipinti che assumono spesso un tono di denuncia, ma sempre inserita in una prospettiva universale» (così Federico Bano, presidente della Fondazione Bano promotrice della mostra insieme al Comune di Padova, nel catalogo edito a Venezia da Marsilio, 2015).
A svelarsi, al Chiostro del Bramante, non è un singolo artista o “la” corrente macchiaiola. Quasi ad attestarne la natura di “movimento” in atto, ci si trova in un mondo che ne include e intercetta molti altri. Cristiano Banti, Diego Martelli, Rinaldo Carnielo, Edoardo Bruno, Gustavo Sforni, Mario Galli, Enrico Checcucci, Camillo Giussani, Mario Borgiotti sono nove collezionisti, imprenditori, mecenati, artisti a cui la mostra dedica altrettante sezioni, ciascuna delle quali si apre nell’altra con una sensazione di continuità favorita dalla contestualizzazione.
Ci si rende conto, a decenni di distanza, di questi «personaggi in cerca d’autore». Ai curatori, non bastando l’aneddotica né il commonplace su figure talora stigmatizzate (persino da un Petrolini) ma in realtà poco conosciute, è venuta la curiosità di saperne di più.
«Partendo dai semplici dati anagrafici, faticosamente recuperati — racconta Francesca Dini — abbiamo dato spessore alle loro personalità di uomini reali, con abitudini e impegni lavorativi».
Prendendo le distanze dal generico amateur della macchiettistica (si ricordi peraltro che «la macchia» proprio grazie a loro perde l’iniziale valenza denigratoria), la ricerca non ha trascurato alcuna fonte: dagli archivi alle tradizioni di famiglia anche più labili, dai memoriali dattiloscritti a ogni sorta di elenco, catalogo o inventario sia pure informale. Lo spettatore è così attratto nel quadro di Telemaco Signorini, emblema della mostra, proseguendo dal Ponte Vecchio «nella Firenze a cavallo tra Ottocento e Novecento, la città ridisegnata dall’architetto Poggi che ancora va procedendo nella sua vivace espansione urbanistica verso le zone limitrofe al centro storico, come l’elegante piazza Savonarola nei pressi della quale acquisiscono le loro abitazioni il milanese Ettore Sforni e il trevigiano Rinaldo Carnielo; gradualmente l’abitato si inoltra anche verso la campagna, seguendo la via Aretina, dove tra case popolari in via di recupero Enrico Checcucci impianta la sua fabbrica di mattoni. Del grande flusso di personalità del mondo politico e finanziario che erano giunte da Torino al tempo di Firenze capitale, qualcuno è rimasto e ha prosperato, come la famiglia di Carlo Maurizio Bruno».
È a questi mondi che s’incrociano, spesso in rapporti amicali e non di rado in veri sodalizi con estensione al mondo letterario, gli ultimi (cronologicamente) macchiaioli: artisti ancora in attesa di riconoscimento e le cui collezioni rischiano la diaspora.
Nel catalogo (Milano, Skira, pagine 238 , euro 35) la curatrice e la sua squadra (Emanuele Barletti, Silvestra Bietoletti, Rossella Campana, Eugenia Querci, Giovanna Ragionieri) ricostruiscono tra fin de siècle e secondo dopoguerra una tavolozza di persone e famiglie più o meno agiate ma comunque generose, piene di iniziativa e accomunate dal desiderio di dare priorità, anche attraverso i drammi storici, a qualcosa che, pur captando in essenza la realtà, sappia trascenderla. Queste nove vite, tutte gravitanti nell’ambiente fiorentino e aperte a un orizzonte europeo, diventano simboliche anche nelle interazioni in vario grado con le istituzioni, in grado di assicurare alle raccolte una fruizione al di là del godimento estetico di pochi.
Cristiano Banti (1824-1904), guidato probabilmente all’inizio «dal desiderio di documentare il rinnovamento dei linguaggi pittorici alle soglie dell’unità italiana, cui egli aveva attivamente contribuito» affianca l’intero movimento toscano. Dopo dispersioni, la sua collezione confluisce in altre, congiungendosi infine alla raccolta di Diego Martelli (1839-1896), critico d’arte e consigliere comunale, che lasciando la collezione alla città costituì di fatto il primo nucleo della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti. Martelli accoglieva gli artisti nella sua tenuta di Castiglioncello, convinto «di come la “macchia” potesse essere intesa in un contesto — quello dell’arte — senza confini».
«La tesi di fondo è quella di un rinnovamento dell’arte europea avviatosi in Francia con Courbet e con Corot, arricchitosi di contenuti e di poesia con la rivoluzione dei macchiaioli e culminato negli esiti cromatico-luminosi dell’impressionismo francese».

Il trevigiano Rinaldo Carnielo (1853-1910), scultore, trasferitosi a Firenze nel 1870, era di famiglia modesta, ma riuscì a ottenere uno studio all’interno dell’Accademia, di cui fu in seguito professore corrispondente. La sua amicizia era rimarcata da Fattori in una glossa a Il muro bianco (o In vedetta, il manifesto della mostra padovana). Negli ultimi anni il vecchio maestro gli avrebbe ceduto numerosi studi di cavalli, a lungo tenuti per sé. Non è toscano neppure Edoardo Bruno, di origini torinesi (1864-1938), imprenditore farmaceutico dimorante alle porte della città con veduta sull’Arno. Una delle figlie è pittrice di merito e lui intrattiene rapporti amicali con uomini di teatro, scrittori, personalità della cultura e dell’imprenditoria.

di Isabella Farinelli

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23 marzo 2019

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