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I rischi del fare

· Il dito di santa Bibiana ·

La mano mutilata  di santa Bibiana

Nella attuale istantanea immediatezza capillare dell’informazione, sicuramente non occorre ripetere nulla sulla recente rottura e poi sulla riparazione dell’anulare destro della statua di santa Bibiana, concessa in prestito e temporaneamente esposta alla Galleria Borghese. L’incidente è avvenuto non durante la mostra, non durate il trasporto, ma proprio all’arrivo, all’atto della ricollocazione: negli ultimi lenti movimenti di aggiustamento della rimessa in sito della statua per ottenere un accurato riposizionamento (che risultava compromesso da secoli), il dito ha toccato la cornice della nicchia rompendosi. Chi si interessa al tema già conosce ogni minuto dettaglio. Per chi non fosse informato è facile documentarsi. Si potrebbe al più aggiungere solo qualcosa.

L’opera del Bernini riguarda sia la statua sia la chiesa che la ospita. L’autorizzazione e la vigilanza sono state di competenza della Soprintendenza di Stato. La riparazione è avvenuta a opera dell’Istituto centrale del restauro (oggi denominato Istituto superiore per la conservazione e il restauro) afferente la Direzione generale educazione e ricerca istituita tra il 2014 e il 2015, in seno al ministero per i beni e le attività culturali, con ambito di azione esteso negli ultimi anni al turismo. Si è trattato di un trasporto interno alla stessa città di Roma. Quanto alle notizie probabilmente non serve ripetere altro. Conviene piuttosto fare un passo indietro, per un pacato tentativo di riflessione.

Armonia e lotta, sopravvalutazione e svalutazione di sé, pigrizia e ardimento, esaltazione e scoraggiamento, sfida e resa: sono i molteplici aspetti di due inclinazioni solo apparentemente opposte, compresenti in ogni forma di vita. Si tratta di osare credere di durare sempre o anche solo sperarlo, ritenerlo possibile, divenire capaci di qualsiasi cosa, convincersi di riuscire a prevalere su ostacoli e difficoltà imprevedibili e, al tempo stesso, cercare di farlo col minimo sforzo e col massimo del risultato, nell’effimera dimensione del tempo, nella fretta dell’impermanenza. Ma vi è altra via per sognare la vittoria sul nulla? Vi è altro modo di ricavare qualcosa nel vuoto? Raggiungere ogni traguardo sfiorando il niente, senza esistere prima e senza esistere poi. Ma sapendo che è questo, l’attimo, l’arco breve degli attimi da cogliere a volo, il giorno della salvezza.

A questa responsabilità e a questa peculiarità dell’essere, per come possiamo sperimentarlo, potrebbe e dovrebbe utilmente ispirarsi e uniformarsi indubbiamente anche ogni azione di promozione e tutela, incluso ovviamente il restauro. Che certo non sfugge alle leggi del mondo e che anzi le studia per cercare di contrastarle almeno un poco e proprio non può, quindi, dichiararsene inconsapevole.

Questo però non significa che possa ergersi a critico e giudice dell’operato altrui sulle reliquie dei padri chi non si cimenta nel difficile compito di tramandarle, ma solo esercita il pensiero, la scrittura, la parola. Certo che ogni concreta esperienza è imperfetta e ha i suoi limiti. Certo che in ogni azione reale si possono scorgere margini di miglioramento possibili. Certo che l’errore o il rischio di errore possono riconoscersi ovunque, e che l’incidente è sempre in agguato.

Chi, ad esempio, restando in argomento, ha materialmente seguito la collocazione di centinaia di statue, sa bene che una volta ogni tanto può accadere anche l’imponderabile: all’improvviso e sotto carico, senza una comprensibile ragione, si sgrana una paranco a mano, ritenuto il più sicuro, e vi scorre irrefrenabile la catena. Se non vi fosse un secondo ritegno posto a ridondante garanzia non vi sarebbe rimedio. Oppure si spezza un cavo d’acciaio, nuovo e non usurato, dimensionato per sostenere un carico quattro volte maggiore. Se non si fosse provveduto a calzare e spessorare l’innalzamento progressivo del pezzo in fase di movimentazione il danno sarebbe ingentissimo. Non sono ipotesi astratte, ma realtà verificatesi.

Manca peraltro nel diritto italiano il principio dell’act of God della normativa anglosassone. Siamo quindi sempre a caccia del colpevole, in un delirio di onnipotenza. Anche a sproposito o almeno fuori misura. Sempre, ci mancherebbe, si può sospettare e indicare anche una componente di imprevidenza, di non sufficiente cautela, se non di imperizia. In chi esegue le opere come in chi le sorveglia o le autorizza. Ma bisognerebbe anche dimostrare non solo a parole, ma anche nei fatti che è possibile fare di meglio.

Chi ravvisa errori in qualsiasi mestiere ammonisca, consigli per tempo, corregga, pretenda riparazioni, ma piuttosto che giudicare e condannare si dedichi a quelle stesse cure di cui lamenta difetto e provi in concreto a renderle migliori. Altrimenti taccia. A non scegliere questa via realistica si finisce con l’uccidere ogni mestiere, ogni cura: e il paradosso è che lo si fa pretendendo di adoperarsi per migliorarlo.

Certo col senno di poi la statua poteva non essere spostata. Certo la traslazione poteva avvenire con più calma e circospezione, evitando di rompere quel dito. Certo la riparazione poteva avvenire con maggiore immediatezza e minore clamore mediatico.

Ma quel monito, quell’ordine da tempo equivocato dell’ammuina, va comunque restituito al suo duplice significato d’origine: fermarsi rispettosamente subito e darsi, con sollecitudine e prontezza, tutti operosamente da fare, piuttosto che reclamare o peggio litigare tra cento ordini e contrordini, mentre ognuno resta perciò senza saper che fare, imbambolato.

Non si tratta di un affare e di un pericolo da poco. Non è questione che possa essere limitata a un dito soltanto. Se occorre essere pronti a innalzare un vessillo, uno strumento o un segnale occorre essere specularmente pronti a calarlo, per preservarlo dall’inutile usura al vento e alla rugiada della notte, per non lacerarlo. Non perdere di vista che alla capacità di ostensione ne deve corrispondere altrettanta nella discrezione. Nella proporzione.

Ora in proposito sono reperibili più articoli, video, interviste e interventi su un solo dito, inavvertitamente spezzato e ricollocato, di quanti non se ne trovino, di commenti, su questioni ben più cospicue. Quel dito può quindi condurre a una ricerca di maggiore proporzione, fuori dalle attrattive del clamore mediatico. Chi coscienziosamente vigila e reclama sui danni evitabili, guardi anche all’ipotesi di proporzionare il suo impegno sulla luce che sorge (o che non sorge e potrebbe tuttavia sorgere), oltre che su quella che rischia di essere celata. Non tanto distraendo, quanto rassicurando: altro che mutilazione.

Ora non si vuol certo dire che quanto abbiamo ripetutamente udito sia un grido per un graffio. Si tratta di un capolavoro del Bernini. Tuttavia sono interi boschi e interi centri storici continuamente nel mondo a sparire. Per quanto si perde irreparabilmente e completamente, in modo traumatico e improvviso oppure un poco alla volta, in maniera quasi impercettibile ma continua, nelle distruzioni o nei mancati presupposti per la generazione, restano sempre troppo pochi quanti hanno gridato o hanno pianto.

di Francesco Scoppola

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20 ottobre 2018

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