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I retroscena
dell’inutile strage

· Negli atti di un convegno sulla prima guerra mondiale ·

Il centenario della prima guerra mondiale è stato ricordato dalla Santa Sede con un impegnativo convegno storico, svoltosi a Roma nell’autunno del 2014 per iniziativa del Pontificio Comitato di scienze storiche. Gli atti di quel convegno, pubblicati da poco dalla Libreria editrice vaticana nella collana del Comitato stesso («Inutile strage». I cattolici e la Santa Sede nella Prima guerra mondiale, Atti e documenti, n. 44, pagine 746, euro 34), confermano ora l’importanza e la novità storiografica di quell’appuntamento, che aveva richiamato a Roma una trentina di studiosi, provenienti da ogni parte d’Europa. Nell’impossibilità di dare minutamente conto delle relazioni qui pubblicate e di indicare nominativamente gli autori dei vari contributi — una trentina — si possono però trarre dal volume alcune riflessioni generali sulla grande guerra, un evento che, da ogni punto di vista, è all’origine del mondo contemporaneo.

I combattimenti  visti dalla trincea

Va preliminarmente ricordato che quando iniziò la prima guerra mondiale la Santa Sede era in una posizione di estrema debolezza. Era ancora aperta la questione romana, ciò che rendeva incerto e non da tutti accettato, nella comunità internazionale, il suo statuto di entità sovrana e indipendente. Aveva relazioni diplomatiche con i paesi della Triplice Alleanza (Germania e Austria-Ungheria), non con quelli dell’Intesa, ciò che forniva alle potenze centrali una posizione di vantaggio e creava alle autorità vaticane non poche difficoltà. Era “ospitata” in territorio italiano, garantita dalla fragile copertura della legge delle Guarentigie, ma il governo della penisola non era mai stato riconosciuto dai Pontefici dopo gli eventi del 20 settembre 1870. Inoltre il pontificato di Pio X — tutto rivolto ai problemi della riforma interna dell’istituzione ecclesiastica e poco interessato a operare nello scenario internazionale — aveva indebolito più che rafforzato le sue possibilità d’azione sul terreno politico. Poco fece perciò il Papa nei giorni precedenti e seguenti l’inizio del conflitto, anche se nel libro è ben documentato lo stato quasi di choc prodotto in Vaticano dall’arrivo della notizia dell’assassinio di Francesco Ferdinando. L’unico suo intervento ufficiale, l’esortazione Dum Europa, apparsa sull’«Osservatore Romano» l’8 agosto, oltre tutto in lingua latina, non ebbe quasi risonanza. Poi le sue condizioni di salute improvvisamente peggiorarono fino alla morte, sopravvenuta il 20 agosto 1914.
Negli anni successivi la diplomazia vaticana nutrì qualche speranza negli Stati Uniti, illudendosi di trovare oltre oceano una benevola attenzione alle proprie aspettative. Ma per tutta la presidenza di Woodrow Wilson — figlio di un pastore presbiteriano con origini nordirlandesi — da Washington si guardò sempre al Vaticano con profondo distacco e, in diversi casi — come nel commento alla Nota pontificia del 1° agosto 1917, o in occasione della visita di Wilson al Papa del 4 gennaio 1919, primo incontro di un presidente americano con un Pontefice — con malcelata insofferenza.
Nei tragici anni di guerra stava germogliando il mondo del futuro e nessuno voleva perdere l’occasione. L’internazionalismo cattolico fu perciò quasi dovunque travolto da passioni nazionali incontenibili, di cui questo convegno ha prodotto innumerevoli conferme — non di rado penose per la nostra sensibilità — non solo in rapporto ai paesi maggiormente coinvolti (Francia, Germania, Belgio, Italia) ma anche con importanti proiezioni sui paesi che ancora non esistevano e trarranno origine proprio dalla guerra, come l’Irlanda, la Polonia, la Cecoslovacchia. Nello sterminato palcoscenico di sangue, di speranze, di paure, di interessi in conflitto — spesso all’interno dei singoli paesi — la Santa Sede è l’interlocutore di tutti e di nessuno, dato che tutti guardano a essa sperando in una parola di sostegno. Ma uno sbilanciamento a favore degli uni sarebbe una rottura nei confronti degli altri. E così Roma tace, finendo per scontentare tutti, o quasi tutti.
La drammatica condizione della sede apostolica era emersa d’altronde già nei quattro giorni del conclave che il 3 settembre 1914, solo un mese dopo l’esplosione del conflitto, aveva portato alla tiara al decimo scrutinio l’arcivescovo di Bologna Giacomo della Chiesa. Sappiamo che nell’Europa in guerra i cardinali faticarono non poco per raggiungere Roma (e i tre nordamericani vi giunsero a cose fatte), che la tensione fra i grandi elettori era palpabile, quasi fisica, che la rosa degli eleggibili si ridusse a pochissimi nomi, essendo stati esclusi dall’elezione tutti i cardinali che potevano avere, o avere avuto, legami con le parti in conflitto. L’arcivescovo di Bologna, che veniva dalla vecchia diplomazia pontificia, alla fine accontentò tutti perché parve il candidato con minori compromissioni.
La linea non tanto della neutralità quanto dell’imparzialità (la neutralità è essenzialmente passiva, mentre l’imparzialità consente di essere attivi, di muoversi, di esercitare un ruolo, come ha avvertito il cardinale Pietro Parolin nella sua ampia prolusione) imposta subito da Benedetto alla politica vaticana, ci appare vincente oggi, cento anni dopo. Allora sembrò una scelta pavida e rinunciataria, inadeguata alla gravità di quanto accadeva in Europa.
Eppure, in quel terreno “invivibile” che è la guerra moderna solo l’imparzialità, che pure impose dolorosi silenzi, consentì al papato di non essere trascinato nel gorgo infernale delle passioni contrapposte. Non a caso la strada tracciata da Benedetto ha fatto scuola: i “silenzi” di Pio XII durante la seconda guerra mondiale — che sono al centro di una querelle storiografica senza fine, ormai francamente stucchevole — hanno avuto nei “silenzi” di Benedetto un illustre precedente, anche perché Pacelli ebbe parte attiva nella politica vaticana di quegli anni, prima per il suo ruolo nella Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari e poi, dal 1917, per la nunziatura in Germania, prima a Monaco e poi a Berlino.
Davanti ai tragici dilemmi che gli pose il secondo conflitto mondiale non poté non tener conto di ciò che aveva fatto vent’anni prima il suo predecessore, probabilmente incoraggiato anche dai suoi consigli. Anche da questo convegno, insomma, si ricava che Benedetto ha pesato sulla Chiesa del Novecento più di quanto la storiografia gli abbia finora riconosciuto, come ha implicitamente confermato Joseph Ratzinger scegliendo il suo nome quando fu eletto, nel 2005.
Quali conclusioni si possono trarre allora da questo denso volume? La prima riguarda proprio la raggelante solitudine in cui operò la Santa Sede nei quattro anni di guerra. Solitudine politica, stante l’irrisolta questione romana, che la sbilanciava dalla parte delle potenze centrali, come ho ricordato prima. Le uniche, fra i paesi in guerra con cui conservava relazioni diplomatiche. Solitudine fra le stesse mura vaticane, dove si aggirò fino al 1916 l’ambigua figura di Rudolph Gerlach — di cui peraltro nel convegno non si è parlato — l’ecclesiastico bavarese che lavorava nella segreteria del Papa e che le autorità italiane accusarono di essere il perno dello spionaggio austro-tedesco in Italia, condannandolo all’ergastolo dopo il suo espatrio in Svizzera. Solitudine di fronte all’Italia, che la controllava a vista (non è mai stato dissipato del tutto il sospetto che Gerlach sia stato non una spia ma un pretesto per creare difficoltà al Papa) e pretese la sua esclusione dalla futura conferenza di pace (art. 15 del Patto di Londra), non senza sabotare, o far sabotare, tutti i suoi tentativi di conciliazione, per impedirle di ottenere una ribalta internazionale che ne avrebbe rilanciato le quotazioni.
Quando si aprì la conferenza di Parigi, il Vaticano cercò di far valere le proprie ragioni presso gli alleati, ma l’opposizione di Roma alla presenza di rappresentanti del Papa al tavolo di pace fu irremovibile. Solitudine infine — la più dolorosa e lacerante — nei confronti dei vescovi e dei cattolici del continente, tutti, con poche eccezioni, schierati su posizioni di lealismo patriottico, quando non di aperto nazionalismo.
Non si dimentichi, inoltre, che sulla politica vaticana gravava la lunga stagione di isolamento rappresentata dall’intransigenza antiliberale e antimoderna ottocentesca, anche se va detto che questa, su un punto almeno, lasciava un’eredità positiva, di cui Benedetto non mancò di approfittare: l’estraneità al nazionalismo.
Essendosi tenacemente opposto alla modernità, e all’unificazione italiana, il personale al vertice della Santa Sede, allora per la maggior parte italiano, era del tutto immune da quel tipico virus della modernità che è il nazionalismo. Questo permise al Papa, e a chi lo attorniava, di osservare la situazione dall’alto e di vedere nella guerra ciò che gli altri, osservandola dal basso, condizionati da interessi e passioni di parte, non potevano vedere: non il trionfo di qualcuno, ma la disfatta di tutti: «il suicidio dell’Europa civile», come scrisse profeticamente il Pontefice nel marzo del 1916 e ripeté poi in altre occasioni.
Ma una seconda conclusione mi sembra non meno importante. Durante la guerra la Santa Sede sperimentò per la prima volta che cosa significhi e quali difficoltà comporti essere a capo di un’organizzazione mondiale composta da fedeli, sacerdoti, religiosi, vescovi, ciascuno dei quali è uomo di Chiesa e contemporaneamente cittadino del proprio Stato, vivendo quasi una sorta di doppia cittadinanza. La guerra evidenziò traumaticamente questa contraddizione, ma pose anche le premesse per il suo superamento: dovunque creò infatti un clima nuovo, profondamente diverso da quello prebellico, una consapevolezza senza più esitazioni della subordinazione di tutta la Chiesa all’autorità pontificia, e quindi della sua natura di entità sovrannazionale, autonoma e sovrana. Fino al 1914 l’Europa guardava ancora al cattolicesimo come a una sorta di federazione di Chiese nazionali, condizionate dai rispettivi governi, legate agli interessi politici di parte. In non pochi casi (in particolare nei territori dell’impero Austro-Ungarico), gli stessi episcopati si rapportavano più con i propri governanti che con la Santa Sede. Dopo il 1918 questa situazione viene meno e Roma riprende in mano la guida della Chiesa. I governi civili perdono dovunque gli antichi diritti in sacris (per esempio in materia di nomine episcopali) e divengono un po’ alla volta consapevoli che il loro interlocutore è ora la Santa Sede, che sceglie e designa i vescovi, opera al di sopra degli episcopati nazionali e li controlla. I vescovi a loro volta si staccano dalle vecchie subordinazioni nazionali e imparano a rapportarsi direttamente con Roma, riconoscendone l’autorità, anche se il capovolgimento di prospettiva non fu affatto facile. Basti ricordare che Achille Ratti, che nel 1922 succederà a Benedetto e diverrà Pio XI, quando operò a Varsavia come primo nunzio apostolico nella rinata Polonia, nel 1919-1921, fu accolto da alcuni vescovi locali quasi come un intruso.
Fu il venir meno di questo radicato pregiudizio antiromano, figlio della cultura giurisdizionalista un tempo dominante in Europa, che rese possibile il superamento dei conflitti ottocenteschi fra Chiesa e stato.
Dopo la guerra, infatti, in Francia si attenuarono le tensioni che avevano provocato la legge di separazione del 1905 e si crearono le condizioni per la ripresa di normali relazioni con Roma. Nei territori ex austro-ungarici sparì la vecchia Chiesa imperiale e nacque un nuovo ceto di ecclesiastici, gradatamente romanizzato. In un primo tempo ci si illuse, addirittura, che anche in Russia, sparito il regime zarista, fosse possibile riavviare il cattolicesimo. In Italia caddero definitivamente le nostalgie temporalistiche e, con il tramonto della vecchia classe dirigente liberale, si aprì la strada alla soluzione della questione romana.
La compatta partecipazione dei religiosi alla guerra su posizioni di grande lealismo patriottico, con la messa a disposizione delle necessità belliche di case, edifici, fabbricati, portò dovunque al superamento dello spirito anticongregazionalistico che aveva ispirato nell’Ottocento, in numerosi paesi (Italia, Francia, Germania), gli interventi legislativi di soppressione di ordini e congregazioni. In questa nuova Europa post-bellica, che stava dovunque scivolando verso regimi «forti» perché le democrazie stentavano a imporsi, le relazioni con i governi saranno gestite direttamente dal personale vaticano. Dopo la guerra è Roma che tira le fila della politica concordataria caratteristica del ventennio successivo, riapproriandosi del pieno controllo della Chiesa, ab intra e ad extra.
Mi sembra un dato di fatto, insomma, che dopo la guerra il papato si pose saldamente e definitivamente al centro della Chiesa anche dal punto di vista istituzionale. Ciò che conferma che la prima guerra mondiale è stata anche per il cattolicesimo un tornante decisivo. Aspettiamo quindi con il massimo interesse il convegno sulla nuova Europa postbellica che il Comitato Pontificio di scienze storiche organizzerà a fine 2018 per ricordare i trattati di pace parigini che seguirono la fine della guerra e segnarono in tutti i sensi, positivi e negativi, l’inizio del mondo nuovo.

di Gianpaolo Romanato

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