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I regali
dell’attesa

· L’esistenza, il tempo e l’Oltre nell’ultimo libro dell’arcivescovo Vincenzo Paglia ·

La quasi scomparsa capacità di immaginare il Paradiso indica che qualcosa è capitato all’ordine dei nostri affetti. Ciascuno mette ordine nei propri affetti, grazie all’emozione sistemata al primo posto. Da essa deriva la costellazione di tutti gli altri sentimenti. Insomma: a seconda dell’affetto a cui è concesso il primato, tutti gli altri prendono forma. Se la paura occupa il posto preminente, essa influenzerà ogni altra emozione, perfino il trasporto amoroso o l’attaccamento alla vita. Le cose cambiano se al primo posto si colloca la fiducia. Infatti, mentre la paura predilige le scorciatoie, rendendo frettolosi e incapaci di attendere, la fiducia dà credito a persone, cose, a Dio stesso, poiché sentiti come attendibili: li si può attendere poiché certamente arriveranno.

Gustave Doré «Dante contempla Beatrice» (XIX secolo)

Tra gli aspetti principali dell’attesa sta l’immaginazione di quanto è desiderato. Le frettolose scorciatoie aperte dalla paura, invece, esentando dalla fatica dell’attesa, esimono dall’esercizio d’immaginare quanto si attende. La mancanza d’immaginazione del Paradiso potrebbe quindi indicare il sopravvento della paura sulla fiduciosa attesa. Tutto (perfino il Vangelo) è frettolosamente anticipato e appiattito sul qui e adesso. Non si è in grado di descrivere, almeno un poco, quanto ci attende, per l’ottima ragione che non attendiamo un bel niente da nessuno... Dio compreso! Come se Dio ci avesse già dato tutto qui e adesso. In alcuni casi la fretta di anticipare in questa vita tutta la promessa del Vangelo è sostenuta dalla riduzione del cristianesimo a proposta di una vita buona, a garanzia di felicità, magari identificata nel benessere psicofisico. È necessario riabilitarsi a considerare la vita terrena come un’iniziazione che attende il compimento. E ciò non in nome del disprezzo del mondo e della carne, in vista di chissà quale eterea perfezione ultraterrena, ma proprio in forza delle ragioni della carne. Infatti se è vero che essa gode del mondo e lo apprezza, onorando la propria parentela con esso, è altrettanto vero che la carne denuncia il disonore di cui è vittima. La medesima carne che si compiace del mondo e col mondo è al contempo carne affamata e non nutrita, nuda e non vestita, malata e non curata, senza casa, senza tomba. È carne che, anche nella vicenda di una via “normale”, invecchia e muore. Sicché mentre si sente depositaria di una promessa, la carne denuncia la mancanza del compimento. Come minimo, tale mancanza fa provare i dolori del parto (Lettera ai Romani 8, 19-24), ma spesso apre le scorciatoie dell’ingiustizia. Una forma di ingiustizia è vivere come se non ci fosse bisogno del compimento. È il ragionamento di una carne ricca, disinteressata della carne che soffre ingiustizia, oppure dimentica del fatto che essa stessa va disfacendosi fino a morire.

Affinché la fede sia vitale, deve toccare l’immaginazione. Essa non è la fantasia che crea dal nulla mondi tanto strampalati quanto improbabili. Al contrario, l’immaginazione è la traccia antichissima del nostro legame col mondo e con la realtà. Infatti, perfino la più intima, esclusiva, segreta attività del nostro pensiero è sempre praticata grazie a immagini visive, uditive, tattili, gustative, olfattive. Perfino i concetti più astratti risultano dal vincolo tra il nostro corpo e il mondo, la terra, vista, sentita, gustata, toccata, odorata. Basti un esempio: riusciamo a pensare al “nulla” solo ricorrendo all’immagine del buio, della nebbia, del freddo, del grigio..., cose con cui abbiamo a che fare grazie al quotidiano contatto col mondo. Insomma: non riusciamo (per fortuna!) a cogliere nulla di così “spirituale”, intimo, immediato da essere slegato dalla terra da cui è stato tratto Adamo. Siamo parenti troppo stretti per stare uno senza l’altra, e anche l’immaginazione certifica questa familiarità indissolubile.
L’incapacità di immaginare il Paradiso è sintomo di due profonde debolezze nella pratica della fede e della pastorale. La prima: annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, attendiamo la sua venuta in modo così astratto da sorvolare la carne, il creaturale multiforme legame tra corpo e mondo. In tal modo la carne, non sentendosi toccata dal Vangelo, si ritrova incapace di immaginare quanto non la tocca, dato che l’immaginazione è un con-tatto, un legame sensibile, sensoriale, sentimentale. La seconda: viviamo i nostri giorni in modo così disincarnato (molteplici, differenti, palesi e nascosti sono i modi in cui ci allontaniamo dalla carne) da non riuscire a “vedere”, “udire”, “toccare” il Verbo della Vita, che carne si è fatto e che carne rimane (1 Giovanni 1, 13), come se i nostri sensi non fossero “spirituali”, cioè aperti, abitati e resi potenti dallo Spirito Santo, ma al contrario anestetizzati. In un modo o nell’altro, la debole immaginazione del Paradiso evidenzia non solo l’incapacità di “pensare all’al di là”, ma anche l’inettitudine a vivere e credere dentro la carne. Invece è proprio la fondamentale dimensione carnale della Rivelazione ad abilitare il Nuovo Testamento a immaginare il Paradiso, facendo riferimento a case ampie e ospitali (Giovanni 14, 1-3), banchetti di vario genere (Luca 22, 28-30; Apocalisse 19, 6) dove evidentemente non manca il vino (Marco 14, 25), alla sparizione di lacrime e lutto (Apocalisse 21, 4), a città (Apocalisse 21, 9-21) e campagna, alberi, raccolta di frutti, fiumi (Apocalisse 22, 1-2), e a tutte (ma proprio tutte!) le cose (Apocalisse 5, 13; 21, 5).
Certo, non mancano studi raffinati sull’“escatologico”, ma a volte il modo con cui ne trattano sembra così astratto e formale da risultare etereo. Sicuro, si parla di “corpo”, “libertà”, “verità”, “definitivo”, ma la sensazione è quella di star davanti ad alimenti perfetti, senza coloranti, senza zuccheri aggiunti, senza glutine, privi di grassi, assolutamente sani, ma con la sensazione che non siano nutrienti e, per giunta, insapori. Il bel libro dell’arcivescovo Vincenzo Paglia Vivere per sempre. L’esistenza, il tempo e l’Oltre (Milano, Piemme, 2018, pagine 198, euro 17,50) scansa questo rischio, poiché si presenta come un piatto sostanzioso, pieno di gusto e, soprattutto, capace di stuzzicare l’appetito a palati diversi: di credenti e non, di teologi e non. Il pregio più grande di questo testo è quello di assomigliare a un processo di riabilitazione alimentare. È risaputo che a motivo di un trauma o di una malattia si può perdere la capacità di mangiare, o perfino il gusto di mangiare. Riattivare simile desiderio e abilità è quasi risuscitare un morto. Tuttavia chi si appresta a riabilitare qualcuno al cibo buono deve porre attenzione a quanto la persona da accompagnare può e deve mangiare. Ci sono alimenti che, all’inizio, un malato non è in grado di assimilare. Altri da assumere in qualsiasi caso, magari modificandone la consistenza, la forma e il gusto. Dalla prima all’ultima pagina del libro si avverte la pazienza, la competenza e la fiducia di un accorto riabilitatore.

di Giovanni Cesare Pagazzi

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26 maggio 2019

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