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I ragazzi di Moshe

· Storia dell’ebreo galiziano e degli orfani della Shoah di cui si è preso cura ·

L’ultimo libro di Sergio Luzzatto racconta la storia di Moshe Zeiri, l’ebreo galiziano emigrato in Palestina negli anni trenta, falegname e teatrante, arruolatosi volontario nella brigata palestinese dell’esercito inglese e giunto a Napoli nel 1944, per poi risalire al nord con la sua compagnia. A Milano, dopo la Liberazione, Zeiri si occupa dei ragazzi orfani sopravvissuti alla Shoah che arrivano in città. E là vicino, a Selvino, nel bergamasco, organizza con le istituzioni ebraiche una colonia, dove questi ragazzi dovevano restare in attesa della loro partenza per il nuovo Stato degli ebrei. È un grande edificio inaugurato in era fascista da Mussolini, e già allora destinato a una colonia, Sciesopoli.

Moshe Zeiri e i suoi ragazzi

È una storia, quella narrata nel libro I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele (Torino, Einaudi, 2018, pagine 393, euro 32), che ha dell’incredibile, e per raccontarla Sergio Luzzatto si muove fra Polonia e Israele, analizza documenti, parla con quelli dei bambini di allora che sono ancora in vita. Ripercorre non solo la storia di Moshe Zeiri, attraverso una fonte straordinaria con cui è venuto a contatto, le lettere scritte da Moshe a sua moglie nel lungo periodo trascorso a Selvino, ma anche la storia dei suoi “bambini”, o almeno di alcuni di quelli del primo gruppo riunito nella colonia.

I diversi percorsi di queste storie convergono nell’esperienza straordinaria di Selvino, e successivamente nel difficile arrivo dei bambini in Palestina: i campi degli inglesi ad Atlit e Cipro, l’epopea dell’Aliyah Bet, l’emigrazione clandestina prima del 1948 che com’è noto passò principalmente dall’Italia, il destino successivo dei “bambini di Moshe” nel nuovo Stato.

È, quella di Moshe Zeiri, la storia di un sionista entusiasta, che lavora senza tregua per trasformare il destino di quegli orfani traumatizzati da vicende inenarrabili in uno slancio vitale verso la costruzione di uno Stato degli ebrei. L’autore descrive il fervore sionista di Moshe con partecipazione e amore ma sempre con lo sguardo dello storico. Modo di rapportarsi difficile, su un tema del genere, che sollecita amori senza se e senza ma o rifiuti preconcetti. Senza questo sguardo il racconto avrebbe potuto diventare insopportabile, in chiave tutta eroica.

Invece, nessuna esaltazione, ma la storia di una missione improbabile divenuta possibile grazie all’intelligenza e all’ingegno del suo artefice. È la storia di un sionista narrata con empatia da chi non condivide il sogno sionista, non senza uno sguardo critico anche se solo accennato alla storia successiva dello Stato, a quel 1948 in cui i palestinesi perdono la loro patria.

Da un punto di vista ideologico la colonia, laica, si ispira al pensiero di Aharon David Gordon e alla sua tolstoiana religione del lavoro, non al socialismo dei pionieri di Israele. Ma Zeiri è influenzato soprattutto dal grande pedagogista polacco Janusz Korczak e dalla sua opera nell’orfanotrofio da lui diretto dentro il ghetto di Varsavia. È lui il modello della sua organizzazione nella colonia, sua l’ispirazione educativa: «Quale dovrebbe essere lo scopo del nostro lavoro? Rendere ai bambini la casa che è stata loro strappata. Il calore di una casa. E questo può avvenire unicamente se si sentono liberi, come appunto si sentirebbero a casa».

Nella colonia erano radunati, a seconda dei momenti meno o più, un centinaio di ragazzi. Non erano davvero bambini, perché i bambini non sopravvivevano quasi mai nei campi, erano destinati al gas all’arrivo. Erano ragazzi, tutti avevano più di dodici anni, ed erano tutti terribilmente segnati. Zeiri non è solo, naturalmente, ha aiutanti e insegnanti, ma è lui l’anima della colonia. Adorato dai ragazzi, vive là oltre due anni, scrivendo e raccontando a sua moglie, rimasta in Palestina con la loro bambina, la quotidianità di Selvino, le difficoltà organizzative, quelle di inviare gli orfani, poco per volta, in Palestina, sfuggendo al controllo inglese, e anche le difficoltà della vita quotidiana, la gestione dei ragazzi, i suoi momenti di sconforto, quelli di speranza.

Nella zona, Sciesopoli fa vita a sé, anche se è vista con favore e simpatia dagli abitanti del luogo. I ragazzi scendono al paese raramente. La vita che fanno in quel luogo serve — oltre che a guarirli del male originario, la Shoah, di cui non si doveva però mai parlare — a prepararli alla nuova vita in terra d’Israele. Per rinascere, per liberarsi della vita da schiavi, occorreva dimenticare lo shtetl, i ghetti, i campi, seppellirli sotto una duratura rimozione.

Le storie di alcuni dei ragazzi, la loro vita che precede la Shoah e Sciesopoli, sono forse la parte più bella del libro. Sono storie diverse, famiglie diverse, laiche o religiose, alcune distrutte, altre in parte sopravvissute. A differenza che per la storia di Moshe, per cui Luzzatto dispone della fonte preziosa rappresentata dalle lettere, in queste storie l’autore non dispone spesso di fonti.

E allora si volge ad altre fonti che possano raccontare storie molto simili, spesso a fonti letterarie, ai romanzi e ai racconti della grande letteratura israeliana. Un procedimento che arricchisce e rende affascinante il racconto, sfumando i confini tra letteratura e storia, procedendo per analogia, per affinità. E sono allora Agnon, Oz, Grossman e gli altri scrittori a illuminare per noi le storie dei bambini di Sciesopoli, che non conoscono, a dipingerci lo shtetl polacco, il difficile arrivo in Palestina.

Così, è attraverso il racconto della madre di Amos Oz, Fania Mussman, ricostruito in Una storia di amore e di tenebra, che riprende vita con i suoi ebrei, i suoi commerci, i suoi medici, farmacisti, ospedali la cittadina di Rovno, allora in Polonia, oggi in Ucraina, da dove provenivano anche due dei “bambini” di Moshe, Adela e Inda Liberman.

Ed è nelle parole di Grossman, in Vedi alla voce: amore, che possiamo comprendere meglio le difficoltà dell’integrazione fra i sabra, i nati in Palestina, e i sopravvissuti «quando sulla panchina raccontano le loro storie su Quel Paese Lì».

Un percorso di ricostruzione che attraversa più voci, più generazioni, magistralmente riuscito.

di Anna Foa

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27 gennaio 2020

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