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I ragazzi della Populorum progressio

In quei primi giorni di primavera del 1967, molti di noi stavano pensando già agli esami di terza media. Scuola e oratorio scandivano i giorni. E all’oratorio, catechismo e pallone. I più grandi, quelli che avevano già un principio di barba e un eskimo da ostentare, lentamente abbandonavano il campo. Più del catechismo e del calcio potevano il cinema, la musica, qualche lettura, la prima ragazza, il possesso di un motorino e, dunque, la libertà di movimento.

Don Carlo era un giovane prete montiniano, ordinato da un decennio dall’arcivescovo bresciano. Quando convocò tutti i giovani, un mercoledì sera, compresi quelli di terza media, ci fu sorpresa generale. La sala era piena. La curiosità poteva più della convinzione. C’erano anche i barbuti. Seduti in fondo, con aria di sfida. Sul tavolo una cinquantina di fogli ciclostilati. «Prendete questi fogli; è la nuova enciclica di Paolo VI, la Populorum progressio. Leggetela, mercoledì ne riparliamo».

Quanto quell’enciclica, breve, appassionata, profetica abbia fatto breccia nella coscienza, per quanto piccola, semplice, umile, talvolta inquieta di un’intera generazione che solo un anno dopo avrebbe provato i brividi della contestazione, lo dicono tante esperienze personali, tante storie che, come quella nata intorno a don Carlo, avrebbero segnato un’epoca e tante vite.

Il Terzo Mondo entrava, con la familiarità dell’amicizia, dentro l’esperienza cristiana. Tanti giovani orientavano il loro eskimo a sud, le loro barbe diventavano un positivo segnale di impegno. «Tutti all’opera»: il richiamo di Paolo VIdiventava non solo un imperativo categorico, ma addirittura un nuovo modello d’esperienza di Chiesa, e di Chiesa locale. E soprattutto d’una Chiesa giovane.

Intorno alla Populorum progressio si veniva tessendo, e dal basso, un nuovo linguaggio dell’esperienza di fede che si imponeva, alternativo e competitivo, sul linguaggio arido della rivoluzione borghese che avrebbe generato il Sessantotto.

Sì, lo spirito rivoluzionario che infiammava gli animi inquieti dei giovani, trovava una risposta alta e concreta nella visione mondialista di Paolo VI.

Quel lontano orizzonte e sconosciuto, oltre il Mediterraneo e le Colonne d’Ercole, quelle Indie vagheggiate da sognatori fuggiaschi, diveniva familiare nel segno alto della Carità. I missionari divenivano eroi di casa, la parrocchia diveniva il loro rifugio e la loro agorà. E il mondo sembrava avvicinarsi. Le storie di Lucy, di Amed, dei loro progressi a scuola, divenivano ordinarie. Pareva di vederli, di conoscerli, di poterli incontrare, un giorno, nella prospettiva di un “umanesimo plenario”.

Poche encicliche hanno inciso così in profondità sulla vita di una comunità. Vien da pensare al curato di campagna di Bernanos che leggendo la Rerum novarum sentiva battere il cuore, assaporava il pathos della novità assoluta, del cambio di passo, del perfetto sentire il ritmo del tempo.

La Populorum progressio, con il suo perfetto stile montiniano, si colloca tra quegli scritti che hanno in sé la forza della verità e della comunicazione. Quasi a dire che, cogliendo il perfetto battito del tempo, ha saputo parlare con naturalezza agli uomini senza il bisogno di mediazioni teologiche, ecclesiologiche o pastorali. Una sorta di linguaggio naturale, radicalmente antropologico, che andava dritto al cuore dell’umano. Del veramente umano.

Cibo, istruzione e libertà. Nessun uomo dovrebbe essere privo di queste tre condizioni di base che la natura umana stessa dovrebbe garantire e veder garantite. Ma la natura ha spesso dovuto soccombere alle presunzioni della cultura, alle vessazioni della storia. Montini coglieva tale disordine, tale squilibrio, non solo perché era sotto gli occhi di tutti e da tantissimo tempo, ma perché esso si poneva, nel cuore della modernità, come questione cruciale e inderogabile. Era “la questione”: «I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza».

Di fronte a tale domanda, non vi potevano essere distrazioni, sguardi girati altrove, alibi consumistici e autoreferenziali. La domanda non solo era moralmente ineccepibile, ma si poneva come politicamente inevitabile. La questione si riassumeva per Paolo VI nello «scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo».

Non si trattava soltanto di leggere dietro le palesi ingiustizie, le inevitabili spinte rivoluzionarie, una violenza endemica, una rabbia capace di sovvertire l’ordine costituito del mondo: «Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana», così da sostenere profeticamente che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Si trattava soprattutto di fermare lo sguardo su un Occidente così opulento e obeso, nel suo primato del possesso, da implodere in se stesso, nelle sue fattezze scoordinate e debordanti, nel suo materialismo totalitario, nel suo orizzonte senza cielo.

Le inquietudini del mondo cosiddetto civile, stavano covando e avrebbero prodotto degenerazioni disastrose. Non vi era in Montini alcun rimpianto di mondi scomparsi. La ricchezza non era in sé un peccato, come il progresso era un bene dalle radici cristiane. Nessuna nostalgia arcadica tentava il pensiero montiniano. Vi era persino il riconoscimento di quanto di buono il colonialismo aveva fatto per quei popoli assoggettati. Ma il tempo era mutato. La dimensione mondiale, una sorta di percezione delle sfide di una globalizzazione che ancora non aveva trovato il suo nome, chiamava a responsabilità nuove: «L’uomo deve incontrare l’uomo, le nazioni devono incontrarsi come fratelli e sorelle, come i figli di Dio. In questa comprensione e amicizia vicendevoli, in questa comunione sacra noi dobbiamo parimenti cominciare a lavorare assieme per edificare l’avvenire comune dell’umanità».

Vi era sottesa una sorta di nuova geopolitica dell’umano, capace di ridare all’Occidente le fattezze snelle dell’essenziale e della sua vocazione umanistica (anche se, ribadiva Paolo VI “l’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano”) e al mondo in cerca di sviluppo risposte adeguate affinché potesse mettersi al passo, in una civitas più giusta. Era l’orizzonte, non solo poetico, ma fermamente e altamente politico della “civiltà dell’amore”. Si trattava insomma «di costruire un mondo, in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata; un mondo dove la libertà non sia una parola vana e dove il povero Lazzaro possa assidersi alla stessa mensa del ricco».

Lo sguardo di Paolo VIsi allargava sul mondo. Uomini politici, governanti, uomini di pensiero: tutti erano interpellati affinché cooperassero alla costruzione di tale nuova costruzione planetaria. Ma vi erano degli interlocutori speciali, a cui Paolo VI ha sempre affidato le missioni più alte e delicate: i giovani. Sapeva delle loro inquietudini, sapeva delle loro impazienze, ma conosceva altresì la loro lealtà, la loro freschezza, il loro spirito critico. Sembrava parlasse proprio a ciascuno di noi. Nella cooperazione alla costruzione della civiltà dell’amore si potevano trovare le risposte definitive alle ansie, alle paure, alle ribellioni.

Il ciclostile funzionava giorno e notte. La Populorum progressio, trascritta con la macchina da scrivere, era entrata in ogni casa, affinché, il sabato pomeriggio, quando si suonava il campanello per raccogliere i pacchi di carta e cartone che ogni famiglia preparava ordinatamente, ciascuno sapesse che quelli erano i ragazzi della Populorum progressio, con barba ed eskimo. Poi qualcuno partì, prima per qualche vacanza in missione, poi per un impegno più serio e duraturo. Mauro e Giò si sarebbero sposati di lì a poco. Erano assidui agli incontri del mercoledì e all’appuntamento del sabato sul carro trainato da un trattore a raccogliere carta da vendere in favore della missione di Mandera, in Kenya. Una sera annunciarono che avrebbero fatto il viaggio di nozze nella “nostra” missione. Ci sono rimasti quasi vent’anni. E ci sembrava che Mandera fosse un’appendice della nostra vita personale e comunitaria. Il mondo si era davvero avvicinato.

di Giacomo Scanzi

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24 agosto 2019

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