Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Giovanni Crisostomo
e i poveri

Il carisma del pontificato di Francesco risiede soprattutto nella sua costante sollecitudine per i poveri, per gli ultimi, per gli emarginati. Perciò la sua attenzione pastorale privilegia manifestamente i più diseredati tra i diseredati: quanti sono profughi e migranti, costretti ad abbandonare le loro terre alla ricerca di mete più sicure e accoglienti.
I nostri giorni sono segnati dal riemergere di situazioni già sperimentate nel corso della bimillenaria storia cristiana. Siamo infatti testimoni e protagonisti di situazioni che non sono affatto inedite, anche se ai nostri occhi si presentano in dimensioni e modi molto più amplificati e radicali del passato, in un mondo avviato verso forme quasi uniformi di globalizzazione. La situazione attuale richiama quella dei secoli tra il IV e il V della nostra era, quando la mobilità di individui e genti indotti alla peregrinazione ed emigrazione e le tensioni fino alle lacerazioni fra le classi sociali travolgevano le strutture del mondo antico aprendolo a nuovi assetti.

«San Giovanni Crisostomo» (Museo dell’arte figurativa di Arcangelo, Russia)

Un tenace luogo comune suggerisce ancora che il diffondersi del cristianesimo e dell’organizzazione ecclesiastica sia dovuto alla simbiosi fra essi e il sistema politico romano: cioè all’alleanza fra Chiesa e impero avviata da Costantino e consolidata sotto i suoi successori. Ma si tratta di un luogo comune suscettibile almeno di revisioni significative, perché motivo concomitante, se non prevalente, del successo cristiano in quei secoli di transizione è proprio la scelta di vescovi, clero e monaci di soccorrere i poveri. In questo senso grande risalto è dato alla figura di san Giovanni Crisostomo, monaco e asceta, nativo di Antiochia e qui presbitero prima di diventare vescovo di Costantinopoli (398-404).
Dal contatto solidale con profughi, stranieri, senzatetto, mendicanti, malati e miserabili, presenti a migliaia, Giovanni trasse motivo di riflessione e meditazione alla luce del racconto evangelico della parabola del ricco epulone. Nelle sue omelie propone l’identificazione di costoro con il povero Lazzaro, proclamandoli come candidati naturali ed elettivi alla beatitudine del paradiso, mentre ravvisa negli esponenti dei ceti abbienti e dominanti altrettanti emuli del ricco epulone e, come lui, con scarse prospettive di salvezza eterna. La parabola è, per questo grande padre della Chiesa, specchio fedele della realtà della sua epoca e permanente paradigma dell’itinerario dell’uomo verso Dio.
Le descrizioni del Crisostomo, perle racchiuse soprattutto nelle omelie sul povero Lazzaro, hanno una sorprendente attualità. Il vescovo, per muovere a compassione chi vive tra gli agi e il lusso e sollecitarlo a sentimenti di solidarietà nei confronti dei fratelli più derelitti, gli offre immagini che sono autentiche istantanee letterarie dei crocicchi delle città di allora, prima fra tutte Antiochia. «Infatti considera che, nel freddo dell’inverno, nel cuore della notte, mentre tu riposi nel tuo letto, il povero giace sfinito su una stuoia tra i portici delle terme, coperto di paglia, tutto tremante e intirizzito per il freddo, straziato dai morsi della fame». E Lazzaro, steso alla porta del ricco, testimonia la sua sequela del Cristo senza lamentarsi o adirarsi: «Io invece giaccio come esempio per chi mi guarda, oggetto di vergogna e di scherno, logorato come sono dalla fame», al punto di non poter più muovere le mani per raccogliere le briciole del lauto banchetto del commensale epulone.

Davanti a manifestazioni di così radicale povertà e malattia e perfino di totale mancanza di un rifugio, Crisostomo approva l’accoglienza nelle chiese e nei luoghi di culto dei diseredati senza tetto. Predica infatti che «nulla valgono le glorie umane: lo vedi proprio dai vestiboli delle chiese; Dio non ama le ricchezze: lo impari guardando chi siede davanti alla sua dimora». Infatti, «qui siedono e si radunano i poveri: ciò costituisce una esortazione alla coscienza di tutti gli uomini, e a voce alta e chiara ci dice: le cose umane non sono che ombra e fumo». Giovanni non ignora che da tanti ciò era inteso come profanazione dello spazio consacrato e della dignità degli edifici di culto. E continua: «Perché ti meravigli che Dio permetta ai poveri di ripararsi nei suoi vestiboli? Non si degna forse di chiamarli alla mensa spirituale, rendendoli partecipi del santo banchetto? Là lo zoppo, il monco, il vecchio, vestiti di stracci, pieni di sporcizia e di catarro, insieme con il giovane prestante, vestito di porpora, il capo ornato di diadema, vengono per partecipare alla mensa, e sono considerati degni del banchetto spirituale: gli uni e gli altri godono della stessa cosa, e non vi è alcuna differenza». Anzi, «nelle chiese e nei santuari i poveri stanno davanti al vestibolo affinché noi possiamo trarre grande vantaggio dalla loro vista».

di Pino Esposito

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE