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I poveri
luogo della rivelazione

· Il cardinale prefetto della Congregazione per il clero a un incontro di sacerdoti catalani ·

Essere per gli altri, al servizio di una Chiesa povera tra i poveri, diventare segni di comunione reciproca ed esercitare il ministero aperti ai fratelli. Per vivere il sacerdozio improntato alla misericordia, il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, ha indicato quattro punti, mutuati dal magistero di Papa Francesco. Ad ascoltarlo una platea composta da centinaia di preti e diaconi permanenti delle diocesi catalane, riuniti a Vic, in Spagna, nei giorni scorsi nell’ambito di un’iniziativa per il giubileo straordinario.

Christo Christov, «Il buon pastore»

«Siamo stati ordinati, siamo stati unti — ha detto il porporato — per servire un Popolo», pertanto, il sacerdozio è ministeriale, «nel senso più autentico della parola». Il prete è, prima di tutto, «l’essere per gli altri». Per questo la Chiesa, e in modo speciale il ministro ordinato in essa, «vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia». In proposito, il cardinale Stella ha fatto notare come una delle dimensioni del sacerdozio sia il governo pastorale. Nella cultura e nella società attuale, ha aggiunto, risulta difficile parlare di “autorità” e non è strano percepire una sfiducia grande della gente verso le istituzioni, anche verso la Chiesa cattolica. In alcune occasioni, è l’analisi del prefetto, l’autorità della Chiesa è stata offuscata dal comportamento di qualche suo membro; altre volte, all’interno della Chiesa stessa si sono posti molti interrogativi, producendo al di fuori un rifiuto, in alcune occasioni giustificato, molte altre volte no, verso la sua missione. «Se noi annunciamo noi stessi — ha detto — né siamo padroni della verità né delle azioni salvifiche di Cristo, nemmeno possediamo l’autorità sul popolo di Dio che ci è stato affidato, come “un potere” che dobbiamo esercitare arbitrariamente». Al contrario, ha spiegato il porporato, «la nostra consacrazione e la nostra vita sono lo strumento scelto da Dio per metterlo al servizio del popolo, della Chiesa, degli uomini, seguendo l’esempio di Cristo».

Del resto, i sacerdoti non hanno ricevuto il ministero per «tenerselo, ma per esercitarlo a favore degli altri». Infatti, la chiamata a una “nuova” evangelizzazione è sempre attuale nella Chiesa. Di conseguenza è necessario seguire il modello del Buon pastore, che esce in cerca della pecora smarrita e che fa festa quando la trova. «Si tratta — ha detto — di una Chiesa con le porte aperte, anche le porte fisiche delle chiese». Una Chiesa, come ricorda il Pontefice, “decentrata”, dove il centro è occupato da Cristo, «presente nella Parola, nei Sacramenti e in ogni persona, che con la sua luce illumina il cammino degli uomini».

Papa Francesco, ha ricordato il cardinale Stella, ribadisce spesso che «l’opzione per i poveri» non è né deve essere per il cristiano «una questione filosofica, politica o sociologica, ma che principalmente si tratta di una categoria teologica». La «Chiesa povera per i poveri» nasce, pertanto, dal dato rivelato di Cristo, che «essendo ricco si fece povero, per arricchirci con la sua povertà».

Il Papa, ha evidenziato il cardinale, «richiama l’attenzione non solo sulla necessità di occuparci di loro, anche spiritualmente, ma che con audacia ci invita ad apprendere da loro, poiché essi sono anche luogo della rivelazione di Dio». Unita a questa cura per i più poveri, ha aggiunto il relatore, c’è nel messaggio pontificio una chiamata costante a vivere sobriamente, senza privilegi, per non essere evitati da quelli che hanno meno.

Altro aspetto importante sottolineato dal prefetto è la comunione fraterna tra i membri del presbiterio. Essa, ha chiarito, «è il dono per il quale il Signore fa che si possa sperimentare l’amore tra quelli che per loro natura sono diversi». Pertanto ha «un’origine sacramentale, ed è, come tutto nel nostro ministero, “dono” e “compito”. L’altro, “ci appartiene” per amore». Il porporato ha poi fatto notare che «se abbiamo ricevuto il mandato di occuparci di ogni persona», tanto «più dobbiamo farlo tra quelli ai quali ci unisce uno stesso vincolo sacramentale». Perciò è necessario curare «le forme di vita in comune: la preghiera, il lavoro pastorale, e anche il tempo libero o il riposo, dato che sono anche spazi di misericordia». Oggi, più che in altre epoche, ha sottolineato il prefetto, «è fondamentale che ci prendiamo cura gli uni gli altri», e che i vescovi «accolgano e ascoltino i loro sacerdoti», ma anche che i sacerdoti «si aiutino e si accompagnino a vicenda».

Il cardinale Stella poi ha fatto riferimento alle sollecitazioni di Francesco, specialmente in questo Anno santo della misericordia, a rilanciare il sacramento della riconciliazione. Nella bolla di indizione del giubileo, rivolgendosi ai ministri del sacramento, ricorda che essere confessori «non si improvvisa». Si arriva a esserlo quando, prima di tutto, «diventiamo noi penitenti in cerca di perdono». In effetti, non bisogna mai dimenticare che essere confessori significa «partecipare alla stessa missione di Gesù ed essere un segno concreto della continuità di un amore divino che perdona e che salva». Le caratteristiche che il Papa ha voluto identificassero i missionari della misericordia possono servire quotidianamente ai sacerdoti per esercitare il ministero della riconciliazione. In particolare, il Pontefice chiede che i confessori siano «segno vivo di come il Padre accoglie quanti si avvicinano in cerca del perdono». Siano poi artefici per tutti, senza escludere nessuno, «di un incontro pieno di umanità, fonte di liberazione, ricco di responsabilità per superare ostacoli e ricominciare la vita nuova del battesimo». I confessori poi, ha aggiunto il porporato, devono lasciarsi condurre dalle parole dell’apostolo Paolo: «Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!» (Rm 11, 32). I sacerdoti devono soprattutto essere predicatori convincenti della misericordia, cioè annunciare la gioia del perdono. Ed essere, infine, confessori «accoglienti, amabili, compassionevoli e attenti nelle situazioni difficili di ogni persona».

Il cardinale Stella ha successivamente rimarcato come l’Eucaristia sia l’incontro con Cristo «presente realmente nell’atto supremo di amore, il dono di se stesso; è una donazione in compimento della volontà del Padre, capace di farlo risorgere dalla morte e generare in noi una nuova vita, come risorto». Il Pontefice ricorda che l’Eucaristia è «un atto di memoria», poiché in essa si celebra il memoriale della salvezza degli uomini. «È interessante — ha detto — la chiamata che il Papa ci fa a esercitare la “memoria” come una dimensione della fede». Francesco la chiama “deuteronomica”, cioè una grazia «che dobbiamo chiedere e che in ogni Eucaristia ci introduce nella Pasqua, risvegliando in noi “una memoria grata”», perché sperimentiamo «nella nostra carne che la misericordia del Signore è eterna».

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14 novembre 2019

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