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Pericoli
della competizione

· L’impatto della globalizzazione sulla società coreana ·

La competizione è il motore dell’economia, il fattore che genera crescita e crea utilità collettiva, è questo il mantra che viene predicato da decenni come fosse una legge della natura. Eppure quando la competizione diviene esasperata, una tendenza ormai riscontrabile in qualunque parte del globo, può al contrario produrre effetti ben diversi da quelli auspicati: ovvero inefficienza e disgregazione sociale, come dimostra il poco conosciuto caso del Jogi-yuhak in Corea del Sud, ovvero il trasferimento all’estero di migliaia di studenti con l’obiettivo di imparare l’inglese.

Una famiglia coreana nell’America degli anni Cinquanta

Trovare lavoro in Corea del Sud è da anni un problema serio. Secondo uno studio circa il settanta per cento degli studenti considerano sufficiente la qualificazione universitaria, al fine di ottenere un lavoro, solo nel caso si tratti di università importanti, vedi la Seoul National university o la Korea university. Questa rincorsa alle migliori università ha generato un fenomeno chiamato appunto Jogi-yuhak, ovvero lo studio all’estero già a partire dalla tenera età.

La principale motivazione che ha spinto per anni migliaia di famiglie coreane a mandare i propri figli a studiare all’estero non è diversa da quella che ancora oggi sprona molte famiglie italiane a mandare i propri figli a studiare a Londra: lo studio della lingua inglese.

I principali atenei coreani infatti considerano l’abilità nella lingua inglese come una delle principali competenze che lo studente deve possedere al fine di accedere a quella università.

Il numero di studenti coreani delle scuole primarie o secondarie che hanno optato per lo studio all’estero ha fatto un drastico balzo nel decennio tra il 1995 e il 2006, ovvero quando da duemila studenti si arrivò a ben trentamila.

Non solo la competizione nel mondo dello studio — e dunque del lavoro — aveva direttamente generato un trenddi trasferimenti all’estero su scala nazionale senza precedenti ma anche indirettamente la competizione aveva indotto una vera e propria fuga dal Paese: l’idea infatti di evitare l’iper-competitività nell’accesso universitario era un altro fattore alla base della decisione delle famiglie coreane di trasferirsi in un paese straniero.

Lo stesso fenomeno avviene oggi anche in Cina, dove moltissime famiglie del ceto medio mandano i propri figli a studiare negli Stati Uniti semplicemente per evitare lo scenario competitivo nazionale.

Ma nel caso coreano addirittura le madri seguivano i propri figli negli Stati Uniti o in Australia vivendo insieme a loro, lasciando tutti gli oneri del mantenimento al proprio coniuge che si ritrovava di colpo “senza” una famiglia. Da qui il nomignolo affibbiato a questi papà, “padri oca”, in quanto stagionalmente erano costretti a lunghi viaggi per riunirsi a moglie e figli, solitamente in inverno ed estate (in coincidenza con i bonus di lavoro), proprio come le oche che d’estate lasciano la Corea per trasferirsi in Siberia e tornare d’inverno.

I cosiddetti “papà oca” divennero un grave problema sociale in Corea del Sud dopo il 2001, quando un crescente numero cominciò a mostrare seri problemi mentali, spesso legati all’abuso di alcol. Lo stesso legame coniugale, con i due partner che si ritrovavano soli per un lungo periodo di tempo, si deteriorava sino all’ineluttabilmente rottura del rapporto.

D’altra parte anche i ragazzi che si erano trasferiti all’estero inseguendo il sogno di una perfetta pronuncia della lingua straniera mostravano difficoltà di integrazione nel nuovo contesto sociale. La lingua inglese diventava da subito una barriera divisoria: i ragazzi di lingua madre da una parte e coloro che avevano bisogno di frequentare corsi di lingua secondaria per stare al passo con gli altri studenti nativi dall’altra. Inoltre dopo alcuni anni questi ragazzi palesavano perfino un ritardo nella padronanza della propria lingua madre, il coreano.

Il boom di Jogi-yuhak raggiunse il picco nel 2006 e dopo il 2011, il numero di studenti che scelse di trasferirsi all’estero diminuì drasticamente anche se il Pil della Corea del Sud in quello stesso periodo cresceva.

Le famiglie avevano scoperto che il rapporto costi/benefici nel rincorrere (o evitare) la forte competizione era diverso da quello che si aspettavano. Se i bambini studiavano all’estero in tenera età per imparare una lingua avevano anche bisogno di fare di tutto per non dimenticarla, avevano la necessità di continuare a parlare frequentemente inglese una volta tornati in Corea del Sud, in caso contrario, la loro conoscenza della lingua non si sarebbe mantenuta fino all’esame di ammissione all’università, che era lo scopo iniziale di quei duri anni di studio all’estero.

Inoltre i dati dimostravano una realtà ben diversa dalle aspettative: l’ottanta per cento degli studenti che otteneva i punteggi più alti negli esami nazionali di inglese non aveva mai studiato all’estero, questo perché parlare una lingua fluentemente e capire bene le regole della grammatica, ovvero quel tipo di problemi che vengono posti nei test di ammissione alle università, sono spesso due cose molto differenti.

Insomma i benefici di una società competitiva vanno anche tarati sui maggiori problemi che essa genera, problemi che spesso passano in secondo piano rispetto ai presunti vantaggi, per esempio sottraendo del tempo prezioso ad altre attività necessarie alla piena maturazione dell’individuo che non è mai indipendente dalla qualità delle sue relazioni umane. Come uno studioso coreano aveva ribadito, anni fa, «a cosa serve avere una società competitiva che parla bene due lingue se poi le famiglie sono disgregate?».

Oggi in Corea del Sud la febbre da inglese non è affatto sopita, ma il trend dei trasferimenti all’estero di giovani in tenera età sì. Dopo la sbornia di traslochi in California degli anni 2000 ora le famiglie coreane hanno trovato un altro, collaudatissimo, sistema per investire sul futuro dei propri figli: lezioni private di inglese. Spendono sempre una fortuna ma in una cornice esistenziale-familiare di gran lunga più sostenibile.

da Seoul
Cristian Martini Grimaldi

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18 settembre 2019

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