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Palombaro
dell’animo umano

· Il primo agosto 1819 nasceva Herman Melville ·

Rigore e disobbedienza, disciplina e ribellione: quattro perni sui quali ruota la narrativa di Herman Melville di cui, il 1° agosto, ricorrono i duecento anni dalla nascita.

I due poli sono incarnati dal capitano Achab, protagonista di Moby Dick e da Bartleby, lo scrivano che dà il nome al racconto. Non c’è contraddizione nel focalizzarsi, da parte dello scrittore statunitense, sull’inflessibile Achab e sullo sgusciante Bartleby, maestro nel sottrarsi al dovere brandendo come fosse una spada il suo personale motto I would prefer not to (preferirei di no) quando gli viene chiesto dai superiori di «collazionare copie» o di sbrigare altre mansioni di ufficio. In Melville agì infatti potente la volontà di sondare in tutti i suoi aspetti l’animo umano, fino ai più reconditi recessi.
Un’analisi, la sua, che ambiva a essere esaustiva perché compito della letteratura è investire, nella dimensione dialettica, tutte le sfaccettature che compongono la realtà. Ecco allora che i mille volti di un’unica identità si specchiano, di volta in volta, in Achab e in Bartleby.
Quella dello scrivano, figura meno nota all’immaginario collettivo rispetto al celeberrimo capitano della nave Pequod, rappresenta in realtà un’icona di grande rilievo nel panorama della letteratura mondiale. In essa si riconosce il modello dell’impiegato insofferente del grigiore di una anodina quotidianità che procede limacciosa e senza acuti; nello stesso tempo Bartleby — che riecheggia alcune immortali creazioni di Balzac — si configura come il simbolo di un dissenso, non gridato ma non per questo meno perentorio, nei confronti di una società irretita dalla sete di denaro e di guadagno. Sollecitato dal suo datore di lavoro a svolgere anche compiti che esulano dal proprio ambito di competenza, Bartleby oppone un rifiuto inossidabile: un rifiuto che non vacilla e rimane saldo anche attraverso complesse dinamiche che lo porteranno fino in prigione, dove si lascerà morire di fame. C’è molto di autobiografico nella vicenda di Bartleby, considerando che Melville accusava un’insofferenza sempre più corrosiva verso le pastoie imposte da una società consumistica, rea di volgere le spalle alla dimensione etica del vivere civile.
Tutta l’opera di Melville nasce da una cronica inquietitudine che trova la perfetta esemplificazione nel capitano Achab, inquieto giorno e notte, senza soluzione di continuità, nella disperata e ossessiva caccia alla balena bianca. Così scriveva Melville in una lettera a Evert Duyckink, consulente della casa editrice di New York per la quale aveva pubblicato: «C’è in ogni uomo che si eleva al di sopra della mediocrità un qualcosa che, per lo più, si percepisce d’istinto. o amo tutti gli uomini che si tuffano. Qualunque pesce sa nuotare vicino alla superficie, ma ci vuole una grossa balena per scendere a ottomila metri o più, e se questa non ce la fa a toccare il fondo, beh, tutto il piombo di Galena non basta a forgiare lo scandaglio in grado di farlo».
Con queste asserzioni che assurgono allo status di manifesto letterario, Melville fa riferimento all’intero corpo dei “palombari del pensiero”, i quali hanno avuto il coraggio di immergersi fino in fondo per poi tornare a galla «con gli occhi iniettati di sangue da che è cominciato il mondo».
Sono gli stessi occhi del capitano Achab il cui microcosmo — abitato dalla sete di vendetta, dalla paura dell’ignoto, come pure dalla genuina meraviglia per gli ineffabili spettacoli della natura — si allarga fino a diventare macrocosmo, ovvero condizione del sentire universale. Di conseguenza il travagliato cammino di ricerca della balena è cadenzato da illuminanti riflessioni, di carattere filosofico e scientifico, sui grandi temi dell’esistenza.

Nell’atto di solcare le insidiose acque dell’Oceano Pacifico s’intrecciano le meditazioni sui valori della verità e della giustizia: a dare anima e sostanza al serrato dibattito è il narratore Ismaele, alter ego di Melville, che si viene a configurare, con il suo tono al contempo distaccato e partecipe, come una delle voci più potenti e penetranti della letteratura mondiale. In quella voce sembra riecheggiare la missione di Orazio, chiamato a inoltrare ai posteri la triste vicenda di Amleto, e l’edificante messaggio a essa legato. E il “silenzio” dell’Amleto è lo stesso silenzio che accompagna l’inabissamento del Pequod e la morte del suo capitano e di tutto l’equipaggio. Soltanto Ismaele riuscirà a salvarsi.

di Gabriele Nicolò

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20 settembre 2019

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