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I nonni che non ho avuto

· Lo storico Ivan Jablonka racconta la sua ricerca della famiglia scomparsa ad Auschwitz ·

Nel subire la distruzione della propria presenza l’ebraismo europeo ha vissuto la sua stagione più terribile. Questo il lascito sottostante alla ricerca storica di cui è autore Ivan Jablonka, francese di origine polacca. Ricerca mirata a soddisfare più che la curiosità, la ricostruzione della vicenda tanto privata quanto ignorata cui sono andati incontro i nonni dell’autore, da lui mai conosciuti. «I nonni che non ho avuto», come dice il titolo dell’opera nella traduzione italiana, (Ivan Jablonka, Storia dei nonni che non ho avuto. Uno storico sulle tracce della propria famiglia scomparsa ad Auschwitz, traduzione di Anna Morpurgo, Milano, Mondadori, 2013, pagine 340, euro 22) un po’ meno bene che nell’originale francese, lingua che ai soggetti in questione riserva la definizione di grands-parents, formula più distaccata e colta e meno connotata in termini di intimità e affetto familiare.

Ciò che rende unico questo testo al di là della vicenda narrata è il modo in cui i momenti della storia emergono depositandosi sulle pagine dei capitoli come se la ricerca fosse in corso e il lettore prendesse nozione dei suoi particolari partecipandovi in coppia con l’autore, vivendo così in parte la stessa esperienza di quest’ultimo.

Polacchi, originari di un borgo — un villaggio ebraico di nome  Parczew, di 5.000 abitanti, che ha subito i pogrom zaristi — Matès e Idesa, nonni di Ivan, sono Ostjuden, ebrei dell’est, in fuga dal Governo reazionario di Piłsudski, «ebrei non ebrei», secondo la precisazione di Matès, in quanto non sionisti, ma comunisti bolscevichi e non stalinisti, emigrati in Francia, quella del Fronte Popolare di Léon Blum per finire, poi, travolti dalle tragedie del XX secolo — il nazismo, «lo stalinismo, la Seconda Guerra Mondiale, la distruzione dell’ebraismo europeo» —  nei campi di sterminio di Auschwitz, di nuovo nella loro Polonia da cui erano scappati una decina di anni prima e non lontano dalla povera gente dello shtetl «nella cui sofferenza aleggia lo spirito universale».

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25 febbraio 2020

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