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I mocassini dell’altro

· Una riflessione sul dialogo ·

Il dialogo è la forma specifica del divenire della vita. Così Paolo Trianni introduce il suo ultimo libro, Dialogo (Edizioni Messaggero Padova, 2019, pagine 232, euro 17) dedicato a un tema capace di creare futuro ed essere la vera speranza del nostro tempo. Noto negli ambienti accademici romani per i suoi corsi in varie università e per i saggi dedicati alla nonviolenza, all’ecologia e al confronto filosofico e teologico con le culture religiose indiane, Trianni è responsabile della sezione Religioni dell’Asia del Centro Studi Interreligiosi dell’Università Gregoriana. Sulla scia del suo precedente approfondimento dei testi conciliari Nostra Aetate e Dignitatis humanae, in questo suo recente saggio rilancia l’urgenza storica del dialogo e la sua necessità teologica, con l’ambizione di rappresentarne le dinamiche con ordine e completezza. Cosa che emerge anche dalla divisione del libro in tre parti, rispettivamente dedicate al dialogo filosofico, a quello interculturale e a quello interreligioso.

Perfettamente allineato al pontificato e alla sensibilità di Papa Francesco, questo saggio si presenta come una messa a fuoco dei principali capitoli tematici di cui si compone il dialogo, che ha un legame inscindibile con la filosofia, con l’etica, con la teologia e con la spiritualità. Prima di spiegare queste sue implicazioni collaterali, l’autore precisa che con dialogo si deve intendere una comunicazione reciproca mirata a raggiungere non soltanto un fine comune e una comunione interpersonale, ma anche una verità concettualmente risolutiva ed esistenzialmente realizzante.

In quest’ottica, il dialogo viene descritto come la via maestra per raggiungere tali scopi, sebbene venga anche precisato che alla più naturale e nobile delle inclinazioni umane si contrappongono non di rado istinti contrari, come la diffidenza, la chiusura pregiudiziale, l’interesse meramente personale.

Annota Trianni che queste difficoltà, ma anche le sue potenzialità, rendono il dialogo la sfida e la speranza del nostro tempo, i cui problemi, avendo una portata planetaria, non possono essere risolti se non facendo della fiducia dialogale la chiave e la norma di ogni relazionalità umana. Da esso, si legge, può nascere un uomo nuovo, perché l’uomo dialogico è un uomo universale.

Il libro si fa apprezzare anche per il suo excursus storico. Vengono passati in rassegna le principali figure novecentesche che si sono impegnate nel dialogo, da quelle che se ne sono occupate dal punto di vista più filosofico, come Rosenzweig, Ebner, Buber, Lévinas, ai teologi che hanno vissuto direttamente a contatto con l’islam, come Massignon, Anawati, Gardet, con l’induismo, come Le Saux, Monchanin, Panikkar, Neuner e con il buddhismo, come Merton, Enomiya-Lassalle, Dumoulin. In questa sua generale ricostruzione storica della riscoperta ecclesiale del dialogo, l’autore non manca però di sottolineare il decisivo contributo dato da Paolo VI con Ecclesiam suam e con l’istituzione di quello che oggi si chiama Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.

Viene anzi sottolineato che la Chiesa è l’unica entità religiosa ad avere creato un dicastero specificatamente dedicato a esso. Di quest’ultimo, Trianni menziona un documento, Dialogo e annuncio, dal quale riprende la definizione di dialogo come relazione «mirata alla mutua comprensione e al mutuo arricchimento nel pieno rispetto della verità e della libertà».

Di seguito, viene però aggiunto che il metodo e la formazione al dialogo sono ancora insufficienti, e che incrementare questo tipo di educazione sarà di fondamentale importanza per la riuscita del dialogo, che rimane una realtà complessa non priva di ambiguità e di aspetti paradossali, perché, spiega ancora Trianni, un dialogo autentico chiede il preliminare gesto dell’ascolto e l’umiltà di mettersi in discussione rinunciando al pregiudizio e alla supponenza.

La persistenza di queste forze dialettiche, anziché dialogiche, rendono il dialogo una realtà ancora precaria e difficile, perché, come si legge nel saggio, anche se oggi le religioni sembrano essere disposte al dialogo come mai in passato, di fatto hanno crescente fortuna solo le forme di dialogo legate alla vita, alle opere o all’esperienza religiosa. Mentre il dialogo teologico vero e proprio, quello che mira a confrontare dogmi e dottrine, langue e rimane difficoltoso.

Ciò nondimeno, esorta l’autore, è proprio a quello che occorre mirare, perché è attraverso la totalità del dialogo che si rende più ricca la propria cultura e si cresce nella verità. Dialogare, prosegue Trianni, significa inverarsi e servire la verità. Quest’ultima rimane l’oggetto unico del dialogo, perché, secondo il professore pisano, un dialogo che non sia mirato alla verità non dovrebbe nemmeno essere definito tale. Viene aggiunto, però, che impegnarsi in questa ricerca dialogica della verità richiede un’etica specifica, giacché il dialogare non può mai essere ridimensionato a mera tattica strumentale e non può avere secondi fini.

È solo così che il dialogo può diventare un mezzo che consente di raggiungere non soltanto la verità, ma anche la comunione, dal momento che al vero non si arriva mai da soli e non si capisce l’altro senza entrare nel suo mondo religioso. Per spiegare questo principio, viene citato un detto indiano richiamato spesso da Panikkar, quello che non si può dialogare «senza prima aver fatto un miglio nei mocassini dell’avversario». L’etica del dialogo ha alla base il riconoscimento, ed è spiegata da Trianni anche ricordando una espressione di Lanza del Vasto: «Io amo, dunque tu sei».

In virtù di questa sua valorizzazione dell’umano, il dialogo viene dunque definito il nuovo nome della pace. È in quest’ambito che l’autore dedica un capitolo al rapporto tra dialogo e ospitalità, con la sottolineatura che nessun uomo, soprattutto per la Chiesa, è straniero. Scrive infatti Trianni che l’ospitalità, e ancor più l’accoglienza — che ne esprime una modalità maggiormente paritaria e solidale — rappresentano una forma esplicita e concreta di dialogo.

Allargando la prospettiva, e richiamando i lavori di Morin, viene spiegato che solo attraverso il dialogo si potrà trasformare la società-mondo in una civiltà-mondo, rendendo così la casa comune la patria di tutti.

Significativi sono poi i richiami a Teilhard de Chardin e al suo concetto di Omega, che, secondo l’autore, è uno stimolo a vivere il dialogo come via per raggiungere l’universalismo dell’oneness, ovverosia un sentimento di unità e di appartenenza alla totalità. La tradizionale e filosofica tensione platonica tra molteplice e Uno trova così una sintesi teologica nel concetto biblico di Regno di Dio. In quest’ottica, l’engagement nel dialogo si trasforma in una forza escatologica, giacché la relazione e il dialogo creano quell’interculturalità che risulta essere una condizione essenziale per passare da una cultura di guerra a una cultura di pace.

In campo teologico, scrive Trianni, questo processo di universalizzazione si denomina teologia dello scambio, ed è attraverso di esso che diviene possibile valorizzare i semi del verbo e ciò che lo spirito ha seminato anche al di fuori dei confini della Chiesa.

L’ultimo capitolo del saggio è dedicato alla spiritualità del dialogo. In esso si afferma che la vita interiore è l’anima del processo dialogico e che in questo non c’è nulla di inconsueto perché lo spirito, essendo relazione, è, per sua natura, dialogo. Una tale forma di dialogicità, specialmente quella che ha il coraggio di immergersi nelle culture religiose “altre”, può dunque rappresentare, come viene detto citando Le Saux, un’occasione per scoprire nel Vangelo ricchezze insospettate.

È questo il senso teologico finale del dialogo, perché, come si legge in Nostra Aetate, la Chiesa nulla rigetta di ciò che è vero e santo fuori dalla Chiesa. Quei raggi di verità con cui essa è chiamata a dialogare — espressione coniata da Paolo VI nel suo viaggio in India — lungi dall’oscurarla la rendono più luminosa.

di Roberto Cetera

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12 dicembre 2019

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