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I mille volti di Titivillo

· Storia del demone dei refusi e delle distrazioni ·

A differenza del collega Malacoda, che deve essere istruito dal paziente ma sconsolato zio Berlicche, Titivillo è un diavolo accorto e furbo, che sa muoversi da solo e benissimo. Almeno a partire dalla fine del xii secolo nella letteratura medievale europea, soprattutto nell’omiletica, si prese coscienza che era lui ad annotare su una pergamena le sillabe e le parole omesse dai chierici durante la celebrazione della messa, nella recita delle ore e nel canto liturgico, per poi presentarle al Giudice nel giorno del finale redde rationem. Poco per volta ci si rese conto che era anche un diavolo multitasking, capace di allargare le sue funzioni ad ambiti limitrofi e quindi solito a prendere nota delle parole inutili (ociosa verba, vaniloquia) dei fedeli in chiesa e soprattutto delle donne, considerate naturaliter pettegole e maldicenti.

Il lavoro è così impegnativo, le omissioni e le chiacchiere così abbondanti che la pergamena sulla quale Titivillo annota tutto non basta e per allungarla, stiracchiandola (si tratta di un bene prezioso, che non si trova con facilità e anche i diavoli hanno evidentemente le loro ristrettezze), perde l’equilibrio e cade rovinosamente. Come spesso accade, si esorcizza il male ridicolizzandolo. Così Titivillo, spia subdola ma instabile, appare per la prima volta nelle opere del predicatore francese Giacomo da Vitry, nella Historia occidentalis e nei Sermones vulgares (1210-1220). Ma negli exempla dello scrittore, che fu vescovo di Acri e descrisse i primi francescani, il diavolo non ha un nome, che compare solo quale anno dopo, negli anni Trenta del Duecento, nel De universo del teologo Guglielmo d’Alvernia.
In realtà di nomi Titivillo ne ha moltissimi perché quello utilizzato presenta una miriade di varianti in latino ma anche nelle lingue volgari. Il nome originario (ammesso che ve ne sia uno) viene ricondotto a un passo della commedia Casina di Plauto ove titivillitio indica un dettaglio, una cosa di poca importanza («bazzecole, quisiquilie, pinzillacchere», direbbe Totò). Ma anche le etimologie, come le forme dei nomi, in realtà si sprecano e mostrano i mille volti di questo demone, la cui funzione di infernale notaio o cronista si ricollega a una credenza attestata già nei primi secoli del cristianesimo: che esistano degli angeli e dei diavoli che annotano le opere buone e i peccati di ognuno nei «libri della vita» che saranno utilizzati nella valutazione finale nel giorno del giudizio.
I mille volti di Titivillo, le sue molteplici incarnazioni sono oggetto di una ricerca (2015) ora presentata in italiano, che ne segue la fortuna nella letteratura e nell’arte, nelle miniature e nel teatro barocco, nella scultura e negli affreschi: Julio Ignacio González Montañés, Titivillus. Il demone dei refusi (Perugia, Graphe.it, 2018, pagine 65, euro 6; la traduzione è di Roberto Russo).
«La principale caratteristica che definisce il nostro demonio — nota il ricercatore galiziano — è la competenza nella scrittura». D’altra parte sin dai primi secoli del cristianesimo ai demoni sono state attribuite abilità linguistiche e letterarie. Evagrio Pontico, alla fine del iv secolo, «li ritiene conoscitori di tutte le lingue del mondo, una conoscenza acquisita, sebbene siano stati esclusi dal dono delle lingue dello Spirito Santo, come frutto di lunghi anni di studio per poter tentare gli umani nelle loro lingue vernacolari». Il fatto è indicativo «della concezione ideologica che il clero aveva della scrittura, della coscienza del suo potere come strumento di dominio. La scrittura in sé è potere e i demoni sono potenti, tra le altre cose, per la loro abilità come grammatici e scrittori» (qualcosa del genere era più o meno chiaro anche a don Abbondio, quando squaderna il suo latinorum per intortare Renzo, o al dottor Azzeccagarbugli). Notaio di parole vane, censore di chierici distratti, collettore delle chiacchiere, Titivillo acquista solo nell’Ottocento francese la funzione che gli ha meritato maggiore fortuna. Sarà Anatole France, nel prologo alla Vie de Jeanne d’Arc (1908) e prima di lui alcuni dizionari e l’Histoire littéraire de la France, a consacrarlo come il demone che confonde i copisti e quindi, per traslazione nel mondo della stampa, che trascina in errore i tipografi e dunque provoca i refusi.
Le metamorfosi multifunzionali possono suscitare qualche riflessione finale, con la considerazione del nostro demone non solo quale registratore ma anche come induttore delle disattenzioni. Il motto di Titivillo, demone della trascuratezza, potrebbe infatti essere I don’t care, che gli italiani ancora memori del ventennio potrebbero anche tradurre nell’espressione poco anglosassone «me ne frego». È lui, Titivillo, il patrono degli arditi di tutti i tempi, è lui il nemico giurato della donna che mette a soqquadro casa per ritrovare la dracma perduta, è lui l’anti-tipo dal pastore che cerca per mare e per terra una sola pecora perduta del gregge ben più numeroso. Titivillo è invece il demone dei big data, che spesso nascondono grandi manipolazioni. Chi resiste a Titivillo cura invece i particolari perché crede a Colui che ha detto che chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto e sa che la quantità o il clamore non sono dimensioni predilette da quel Dio che si rivela nel mormorio del vento, non nel tuono e nel terremoto, e che ama l’umiltà del granello di senape. Se Titivillo è il patrono della distrazione, chi gli resiste cura la vigilanza e l’attenzione, si occupa dei particolari e dei dettagli, non disprezza le piccole, apparentemente insignificanti fedeltà quotidiane, perché tout se tient e perché nulla, proprio nulla è senza senso e significato.

Come si vede, il demone Titivillo va ben al di là delle dimenticanze dei chierici, dei pettegolezzi femminili e delle trascuratezze dei copisti e dei tipografi ma investe la vita quotidiana di tutti noi.

di Paolo Vian

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19 marzo 2019

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