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I mille nomi del fuoco

· La simbologia delle fiamme dall'Antico Testamento a Rabelais ·

È in corso a Milano, a Palazzo Reale, la mostra «Anima del fuoco. Da Eraclito a Tiziano, da Previati a Plessi» curata da Elena Fontanella. Dal catalogo (Milano, Fabbrica delle idee, 2010, pagine 311) pubblichiamo stralci del saggio dell'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

Certo il fuoco è il grande maestro delle arti, come scriveva Rabelais nel suo celebre Gargantua e Pantagruel: con la sua scoperta si è aperta una delle tappe fondamentali della storia dell'umanità. Da quella scintilla primigenia sbocciava l'economia domestica, come ricordava già il profeta Isaia: «L'uomo ha cedri, cipressi, querce, allori per bruciare: ne prende una parte e si riscalda e anche accende il forno per cuocersi il pane..., la brucia al fuoco, vi arrostisce la carne, poi mangia l'arrosto e si sazia. Ugualmente si scalda e dice: mi riscaldo, mi godo il fuoco» ( Isaia , 44, 14-16). E un altro profeta biblico, Ezechiele, metteva in scena il sorgere della tecnica con la quale «si uniscono insieme argento, bronzo, ferro, piombo, stagno dentro un crogiuolo e si soffia sul fuoco per fonderli» (22, 20).

Che il fuoco sia «maestro delle arti» significa, però, qualcosa di più: l'uomo introduce nel suo pensare e agire l'elemento simbolico, assegnando valori e funzioni trascendenti alle realtà che manipola o che incontra sul suo cammino. È ciò che vorremmo brevemente illustrare all'interno di quel capitale codice di riferimento culturale e religioso dell'intero Occidente che sono le Sacre Scritture. In esse il fuoco lampeggia ripetutamente. Se stiamo alla mera statistica, il vocabolo ebraico 'esh, «fuoco», brilla per 378 volte, accanto all'unico termine aramaico 'esshah, e al sinonimo nur (17 volte) che esprime invece la luminosità, come avviene anche in arabo. Nel greco del Nuovo Testamento, 71 volte è il classico pyr a evocare il fuoco, mentre altri otto termini ne contengono la radice e descrivono il bruciare, l'ardere, l'incendio, la pira, ma anche il color rosso fuoco oppure l'avere la febbre, simile a fuoco che sembra consumare le ossa e le energie vitali.

Questo dilagare del fuoco, però, si protende verso un'altra meta che è appunto quella simbolica. Essa fiorisce dalla contemplazione poetica e spirituale, anticipando il Cantico di Francesco.

Infatti, per l'uomo biblico quel risplendere non può che rimandare al Dio trascendente eppur immanente, inafferrabile eppur vicino, proprio come accade al fuoco che non può essere trattenuto nelle mani ( «la Parola di Dio è un ferro incandescente», dirà Bernanos, il noto autore del Diario di un curato di campagna), eppure ti riscalda e ti illumina, penetrando nella tua carne. Ecco, allora, in quel tramonto misterioso che s'affaccia sul buio fitto della notte il braciere fumante e la fiaccola ardente che avanzano tra gli animali squartati nella scena emozionante che vede per protagonista Dio e Abramo nella Genesi. Ecco anche il roveto ardente di fuoco inestinguibile del Sinai che si para innanzi a Mosè e dalla cui fiamma esce la voce del Signore, come si legge nell' Esodo. La teofania ha, quindi, nel fuoco il suo emblema, contemplare il fuoco è affacciarsi sull'infinito e sull'eterno; il volto di Dio è irradiato di fiamme, la sua lingua è come un fuoco divorante ( Isaia , 30, 27). Il suo inviato, il profeta, ha le labbra purificate dal carbone ardente dell'altare sacro degli olocausti ( Isaia , 6, 6-7): «Farò delle mie parole — dice il Signore — come un fuoco sulla tua bocca e questo popolo sarà la legna che esso divorerà» ( Geremia , 5, 14).

Anche il Cristo dell' Apocalisse entra in scena con «occhi che sono come fiamma di fuoco» (1, 14; 2, 18). Egli dichiara esplicitamente di essere venuto a portare il fuoco sulla terra e il suo desiderio è che esso incendi il mondo cancellandone il gelo, consumandone le scorie perverse (cfr. Luca , 12, 49). La funzione catartica del fuoco, tratteggiata già dal profeta Malachia che raffigura il messaggero messianico di Dio come il fuoco del fonditore che purifica nel crogiuolo (3, 2-3), è costantemente ribadita dalla Bibbia. Essa, da un lato, a più riprese parla del fuoco dell'ira divina e, d'altro lato, ricorre alla Geenna — la valle ove si incenerivano i rifiuti di Gerusalemme — per rappresentare il giudizio di Dio sul peccato dell'umanità.

È sulla scia di queste immagini che la tradizione cristiana ha immerso nel fuoco l'inferno, la sede dei peccatori, anche se il citato scrittore francese Bernanos, nel suo romanzo Monsieur Ouine, provocatoriamente affermava: «Si parla sempre del fuoco dell'inferno. Ma nessuno l'ha mai visto. L'inferno è freddo». E la spiegazione l'offrirà nel Diario di un curato di campagna, quando metterà in bocca al protagonista questa frase: «L'inferno è non amare più».

Il fuoco può acquistare, perciò, un'altra tonalità, quella che ci fa parlare della fiamma dell'amore o dell'ardore divino che è luce e calore. È il caso, allora, di fare un cenno a un'altra presenza del fuoco all'interno della Bibbia: esso incarna la risposta orante — e quindi di fede e di amore — del fedele al suo Dio. Ci riferiamo al fuoco sacrificale. Non per nulla uno dei riti fondamentali dell'ebraismo è l'olocausto, termine greco che evoca la totale consumazione della vittima sacrificale attraverso il fuoco; in ebraico, invece, mediante il termine 'olah, si vuole rimandare allo sprigionarsi verso l'alto, cioè il cielo e quindi Dio, del fumo dell'animale consumato dal fuoco. La sacralità di questo fuoco è tale che in qualche situazione particolare viene concepito come di origine divina. Nel momento iniziale del culto ebraico, secondo il racconto del Levitico , il primo fuoco sacrificale non è attizzato da mano umana, ma «un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull'altare l'olocausto» (9, 24).

Così avverrà quando Salomone consacrerà il tempio di Gerusalemme: «Cadde dal cielo il fuoco che consumò l'olocausto e le altre vittime, mentre la gloria del Signore riempiva il tempio» (2 Cronache , 7, 1). Un analogo evento si compirà durante la celebre ordalia che il profeta Elia preparerà sul monte Carmelo per sfidare i sacerdoti idolatrici del dio cananeo Baal: «Cadde il fuoco del Signore e consumò l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere» ( 1 Re , 18, 38), mentre le vittime sacrificali dell'idolo rimanevano irrimediabilmente intatte, gelide nella loro cadaverica staticità.

Tuttavia, esiste anche un fuoco perverso che si accompagna al culto idolatrico. Esso rimandava a una prassi condannata nella Bibbia, quella di offrire in olocausto il figlio primogenito nell'illusione di placare la collera divina. Così farà il re di Moab ( 2 Re , 3, 17), ma anche i sovrani di Giuda, gli empi Acaz ( 2 Re , 16, 3) e Manasse (21, 6), imitati dai governanti e dai sudditi dell'altro regno ebraico, quello di Samaria ( 2 Re , 17, 17). L'espressione passare il figlio o la figlia in onore di Molok definirà questo atto sacrificale infame legato al culto della divinità degli indigeni della Terra Santa, i cananei. Questo rito si compiva soprattutto nella valle della Geenna, in un'area denominata Tofet, ossia il «focolare» abominevole ove si bruciavano i bambini, accanto alle immondizie. I profeti Geremia (7, 31) ed Ezechiele (16, 21) condanneranno aspramente queste pratiche.

La fiamma divampante assume, così, profili differenti: luce divina e perversione satanica (è il caso dello stagno di fuoco dell' Apocalisse , 20, 14). Anche nei sentimenti umani il fuoco brilla di luce torva — nella collera ( Osea , 7, 6), nell'adulterio ( Giobbe , 31, 12; Proverbi 6, 27-29), nei litigi ( Proverbi , 26, 20-21) — ma risplenderà anche come una fiamma divina, simbolo dell'invincibilità dell'amore: «Forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!» ( Cantico dei cantici , 8, 6). Un fuoco inestinguibile perché divino.

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