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I migranti
dividono l’Europa

· In due saggi pubblicati su «Le Débat» ·

L’ingenuità e l’impreparazione dell’Europa di fronte a un fenomeno così vasto e complesso quanto la grande migrazione intercontinentale iniziata nel 2015 dall’Africa e dall’Asia rappresenta un caso da manuale di accecamento storico, cioè di un fenomeno “catastrofico” — nel senso etimologico di un rovesciamento radicale — di cui rifiutiamo di calcolarne le conseguenze? È il quesito che pone Raffaele Simone, professore ordinario di linguistica all’università Roma Tre, in un articolo pubblicato nel numero invernale della rivista francese «Le Débat».

Kcho, installazione in occasione della mostra «Extrano dia en la playa» (2014)

Inedita per le sue dimensioni — non si tratta di migliaia ma di milioni di persone spinte dalla miseria, dalle guerre e dalle devastazioni — e per il fatto che segue strade ben definite, sia in Africa che in Asia, nota l’autore, la grande migrazione in atto si sta dirigendo verso quel continente “dolce”, almeno nella sua parte occidentale, che ha fatto dell’accoglienza — universale, gratuita, pacifica — la sua linea-guida. Secondo Raffaele Simone, questo spirito di ospitalità nasce tra l’altro «da un sentimento di colpevolezza e da un tentativo di risarcire in termini giuridici e politici il debito storico rappresentato dalle atrocità del secolo precedente, guerre mondiali e colonialismo».

Pur avendo già conosciuto durante il ventesimo secolo varie ondate d’immigrazione, l’Europa, rimprovera il linguista, non è stata in grado di «elaborare piani solidi e concertati per prepararsi» che avrebbero dovuto essere un freno, una guida o almeno un orientamento a questo fenomeno. Due sono gli unici dispositivi usati finora dall’Unione europea: i trattati di Schengen e di Dublino da una parte, e dall’altra «una distinzione ambigua tra rifugiato, che fugge l’oppressione politica e può entrare, e migrante economico, che fugge la miseria e non può entrare».

In breve, l’Europa ha risposto alla grande migrazione in ritardo e senza organizzazione, riuscendo solo alla fine del 2015 a stabilire la ripartizione dei flussi nei vari paesi secondo quote obbligatorie. Sappiamo che non tutti i Paesi hanno aderito.

Questa ospitalità disordinata, denuncia il ricercatore, ha avuto tanti effetti dal punto di vista politico, economico, gestionale, da cui un effetto negativo sull’opinione pubblica, tanto che «di fronte ai flussi migratori, la maggioranza degli elettori è preoccupata, contraria, o addirittura ostile». Perciò l’integrazione dei migranti nella società si rivela una vera sfida, che necessita tra l’altro di analizzare il profilo dei migranti. «In gran parte sono uomini giovani provenienti da paesi estremamente poveri dell’Africa nera, con un livello di istruzione bassissimo, abituati a regimi violenti, estranei alle tradizioni europee», ricorda l’autore. Inoltre, il flusso di migranti provenienti sia dall’Africa che dal Medio oriente è di cultura musulmana, «una fatto di cui la classe politica non sembra affatto preoccupata». Invece, spiega Raffaele Simone, «sembra molto difficile il processo di familiarizzazione e di integrazione in una cultura cristiana, laica e democratica, da parte di masse musulmane con un basso livello di istruzione».

Inoltre, spiega il docente, la grande migrazione ha risvegliato gli egoismi nazionali e ha provocato un dissenso tra i paesi dell’Unione europea, che devono far fronte ai movimenti di estrema destra. I diversi paesi non agiscono all’unisono, per esempio per quanto riguarda la politica delle quote. Oggi, dai Balcani alla Polonia, delle barriere di filo spinato corrono lungo tutta l’Europa centrale.

di Charles de Pechpeyrou

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