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I medici di Via delle stelle

· Hospice e cure palliative a Reggio Calabria ·

Quando Fabrizio ha chiuso gli occhi per l’ultima volta, i cinque nipotini più grandi hanno poggiato al suo fianco i loro disegni continuando a discutere su quale fosse il più bello. «D’ora in poi — aveva chiesto il nonno poco prima — immaginatemi come un aquilone in alto nel cielo» e loro via, di corsa, a prendere i colori più accesi dell’astuccio per farlo contento, riempiendo la stanza di scherzi e risa.

Come sempre. Come nei giorni precedenti, quando l’attesa della fine si è trasformata in occasione di scambio e profondo incontro nel comune desiderio di chiudere al meglio un capitolo che, di certo, non è stato l’ultimo né per Fabrizio, né per la sua famiglia.

Chiunque abbia aspettato la morte al fianco di una persona amata sa che tutto ciò non ha prezzo. Poter riannodare i fili lasciati in sospeso, riempendo di senso il cammino fatto e immaginando un futuro sereno anche nell’assenza fisica, ha a che fare molto più con la vita che con la morte. È l’essenza stessa della vita che ciascun malato dovrebbe avere il diritto di cogliere. Soprattutto se la giovane età, la presenza di familiari non autonomi, o le preoccupazioni materiali rendono la morte un lacerante incubo. Purtroppo però nella nostra società garantire il diritto alla buona morte così intesa è una missione difficile e rivoluzionaria. La missione di quanti, attraverso le cure palliative, offrono ai malati inguaribili la possibilità di una vita degna.

Molta strada è stata fatta da quando Cicely Saunders ha aperto a Londra il primo Hospice. Era il 1967 e l’infermiera inglese, formatasi in un reparto di oncologia e laureatasi poi in medicina, creava un luogo capace di accogliere in modo globale la persona sofferente. Il suo progetto è più attuale che mai, almeno in quella parte del mondo dove si assiste a un costante avanzamento dell’età media, all’aumento di malattie terminali e al progresso delle cure mediche in grado di ritardare l’esito negativo di alcune diagnosi.

Eppure il rifiuto più o meno consapevole verso certe tematiche, tende a respingere spesso le cure palliative in un cono d’ombra, sia nel dibattito pubblico che nel dialogo medico-paziente. Per il sistema sanitario — spiega Angela Pacioni, infermiera — contano solo i numeri e, in modo prioritario, quelli delle guarigioni. Il paziente compare nelle statistiche quando è vivo, quando si ammala e quando è morto. Ma come e dove muore? E soprattutto, cosa accade quando un malato terminale che soffre di dolore cronico viene dimesso dall’ospedale? A chi si rivolge la famiglia per un aiuto clinico e psicologico?

In Italia gli Hospice iniziano a diffondersi e a ottenere un riconoscimento giuridico circa vent’anni fa, anche in risposta ai profondi cambiamenti avvenuti nella famiglia. Quando superano i considerevoli ostacoli burocratici ed economici, queste nuove strutture si radicano subito sul territorio e incontrano il favore e la riconoscenza dei loro utenti, assistiti sia internamente, in ambienti confortevoli e personalizzati, sia in casa propria. Oggi si contano oltre 230 Hospice, ma la loro distribuzione — principalmente al centro-nord — e le risorse di cui dispongono sono molto disomogenee.

Il dottor Vincenzo Trapani Lombardo si muove in uno dei contesti socio-sanitari più sofferenti del Paese, quello di Reggio Calabria. Dopo trentacinque anni di lavoro in corsia, anche come direttore sanitario, una volta in pensione ha scelto di dedicarsi completamente, da volontario, alla Fondazione Via delle Stelle e al suo Hospice, di cui oggi è il presidente.Quasi sempre la priorità degli assistiti è il chiarimento delle questioni familiari: le decisioni in merito al futuro di chi rimane, il recupero di rapporti lacerati o trascurati, il desiderio di godere il più possibile, nel tempo rimasto, della vicinanza dei propri cari. La missione dell’Hospice può essere anche qui fondamentale. Ancora Trapani Lombardo: «Da noi le faide familiari sono assai frequenti, ma ho assistito grazie alla mediazione dei nostri volontari, a riconciliazioni eclatanti, anche tra fratelli che non si parlavano da trent’anni».

di Silvia Gusmano

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26 febbraio 2020

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