Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

I Magi in tondo a Berlino

Negli Staatliche Museen di Berlino si trova un tondo dipinto nel primo Quattrocento da Domenico Veneziano per rappresentare l’adorazione dei Magi. L’artista interpreta l’episodio evangelico con senso veneto del colore e interesse fiammingo per il particolare, eleganti ritmi tardo-gotici e impostazione prospettica tutta rinascimentale. In tante pitture tardo-gotiche il soggetto era stato adottato per la ricreazione di una fastosa e multicolore scena d’ambiente cortese, con costumi ricchi ed eleganti, fogge ricercate, gusto naturalistico, fauna esotica, paesaggio pittoresco e animato. Qui, come in altri dipinti rinascimentali, nuovi caratteri formali e compositivi, come la solida impostazione, la fermezza plastica delle figure, lo sviluppo prospettico, tolgono al dipinto ogni aspetto favolistico per conferirgli un tratto di verità e di certezza.

Qualche ombra ancora si attarda nella piega della vallata, mentre è giorno sulle montagne della Palestina. O forse la luce del cielo viene dall’astro misterioso che ha guidato i Magi e ora inonda di biancore alberi, rocce, strade e figure. Fatto sta che questi saggi dell’Oriente sono arrivati fino alla capanna di Betlemme seguendo una sottile striscia di luce, riflessa sulla sabbia di deserti lontani. I tre forestieri avevano destato stupore a Gerusalemme. Non tanto per le strane cavalcature della numerosa carovana o il lusso del loro abbigliamento, quanto per la loro incredibile richiesta: volevano conoscere e adorare il neonato Re dei Giudei. Di lui avevano visto la stella. Il nome del Re avvenire era giunto fino a loro non attraverso i sentieri che attraversavano i deserti o le onde del mare solcate dalle navi, ma da una stella nel cielo e da un’ispirazione divina. Quando videro la stella, la loro sapienza li avvertì che nasceva sulla terra un Re autorevole, il più potente dal giorno della creazione fino al suo tramonto. Non avevano paura di viaggiare in un regno straniero e chiedere informazioni a un principe gelosissimo, Erode. I saggi e i rabbini interrogati da Erode decretarono che, secondo le antiche profezie, il Cristo, l’atteso sovrano messianico d’Israele, doveva nascere a Betlemme. Ed effettivamente la stella riapparve ai Magi, per guidarli alla periferia di Betlemme, dove il suo raggio immobile indicava un bambino sorridente sulle ginocchia della madre, in una povera capanna in mezzo alle rovine.

Ecco il momento dipinto da Domenico Veneziano: i Magi, dopo aver lasciato terre e palazzi solo per questo istante, capiscono che si tratta del Re atteso e promesso nei secoli. In silenzio si stanno avvicinando al piccolo con i loro doni. Il più vecchio è prostrato a terra e sta baciando i suoi piedini. La tavola ha la coerenza di un capolavoro. Con la sicurezza di uno dei protagonisti del rinnovamento pittorico fiorentino, Domenico imposta piani e figure per narrare un episodio che ha avuto una grande fortuna nell’arte: per esempio in molti quadri i Magi personificavano Europa, Africa e Asia, che rendevano omaggio al Signore, a indicare che la missione redentrice di Gesù era rivolta a tutte le nazioni del mondo, oppure significavano la sottomissione del potere temporale all’autorità della Chiesa, o le diverse età dell’uomo. Ma l’episodio è stato spesso in bilico tra storia e leggenda. Matteo è l’unico evangelista a raccontarlo, e per esempio non precisa il numero dei misteriosi pellegrini, ma riferisce dei loro tre doni, oro, incenso e mirra, tanto che in alcune opere d’arte dei primi secoli i Magi possono essere due, quattro, sei, persino dodici. È la tradizione dei Padri della Chiesa, insieme all’estro dei pittori, che ha stabilito che i Magi erano tre, come i doni: il vecchio Gaspare (a volta con fisionomia orientale), che, in ginocchio di fronte alla Vergine con il Bambino, offre l’oro a Cristo Re, il giovane Melchiorre (a volte dai tratti europei) che onora il Dio appena nato con l’offerta dell’incenso, e il barbuto Baldassarre (a volte raffigurato come africano) che riconosce il Messia come uomo destinato a morire, e dona la mirra, resina usata per le sepolture. I tre, che vediamo per esempio nei mosaici di epoca giustinianea di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, dunque riconobbero che il piccolo era allo stesso tempo Dio e Uomo, Sacerdote e Re, ma pronto ad affrontare il mistero della morte. Fu presto precisato il significato dei doni indicati nel Vangelo, per esempio in versi, dal poeta iberico Prudenzio (che visse alla fine del quarto secolo) e in prosa, dall’erudito inglese Beda (che visse tra settimo e ottavo secolo): l’oro omaggio alla regalità di Cristo, l’incenso alla sua divinità, la mirra il presagio della sua morte. Anche se non sappiamo con certezza l’età di Gesù al tempo di quella visita, la Chiesa celebra l’Epifania tredici giorni dopo Natale, il 6 gennaio, perché presume che i Magi abbiano camminato per tredici giorni dall’apparizione della stella, cioè dalla nascita di Cristo. Molto è stato scritto anche per capire chi fossero questi Magi. La tradizione riporta che si trattava di re, come predetto dai profeti (Isaia per esempio), come cantato nei salmi ( Salmi, 72, 71), per esempio, che descriveva il Messia a cui portavano offerte e di fronte al quale si prostravano i re della terra; infine come affermato tra secondo e terzo secolo da Tertulliano, una regalità confermata nella tradizione liturgica della festa dell’Epifania. Forse si trattava dei re di Persia, India e Arabia. Certo, dei semplici filosofi non potevano avere tutti i tesori dipinti dai pittori. Forse si trattava di Caldei, quei grandi studiosi di astrologia che abitavano la parte meridionale della Mesopotamia, o di Persiani, visto che Magi si chiamavano i re della Persia, o comunque sacerdoti del culto di Mitra o di Zoroastro, l’antica religione iranica. Negli affreschi delle catacombe romane e in alcuni mosaici bizantini i Magi indossano vesti mitraiche e il tipico “cappello frigio”. Secondo altri, i tre venivano invece dall’Arabia. Secondo Erodoto, i Magi formavano una delle sei tribù in cui era diviso il popolo dei Medi ed erano i nobili sacerdoti zoroastriani esperti in astrologia. Il termine mago, oggi diffuso nelle nostre lingue moderne, deriva proprio dai Magi iranici, che, oltre a esercitare mansioni sacerdotali, esplicavano una loro azione sacrale in veste di sapienti, astrologi, e taumaturghi. Come sottolineava Ludolfo di Sassonia nel quattordicesimo secolo, i Magi però non erano maghi nel senso di persone dedite ad arti magiche: i Magi dei Persiani corrispondevano agli scribi degli Ebrei, ai filosofi dei Greci, ai saggi dei Latini.

Dovunque fossero e da qualunque regione orientale venissero, questi signori notarono la nuova cometa, e gli storici sanno che si era diffusa nel mondo antico l’opinione che stava per nascere da qualche parte il potente monarca dell’universo. Nei dipinti del primo Rinascimento i Magi indossavano le sfarzose vesti alla moda nelle corti del tempo. È celebre la favola cortese affrescata intorno al 1460 da Benozzo Gozzoli nella Cappella di Palazzo Medici a Firenze, tutta ori, colori, ed esotica eleganza. I Magi potevano anche assumere i tratti del committente, per indicarne la devozione cristiana, mentre i loro doni apparivano custoditi in piccoli capolavori di gioielleria. I tre potevano essere anche rappresentati durante il loro viaggio, guidati dalla stella cometa, come preludio della loro adorazione, e così appaiono dipinti negli affreschi, scolpiti nei rilievi, miniati nei manoscritti. Turbanti, cammelli, leopardi e colori ricordano la loro provenienza da un Oriente esotico. A volte sullo sfondo si può vedere l’annuncio ai pastori. Nella sua Adorazione dei Magi dipinta nella Cappella degli Scrovegni, Giotto riprodusse la cometa di Halley, avvistata nei cieli dell’Europa trecentesca adottandola come modello per la stella di Betlemme e inserì uno stuolo di cammelli.

Per gli esegeti cristiani l’adorazione dei Magi significava la conversione dei Gentili, così come la rabbia di Erode anticipava l’invidia dei capi di Israele. È bello comunque contemplare come la Natività sia stata rivelata a ciascuno secondo la sua cultura: sono gli angeli che la annunciano agli Ebrei, che di solito dagli angeli ricevevano istruzioni, ma ai Gentili, che erano lontani e imparavano dalle stelle, la notizia arriva da lontano e dagli astri. E i Magi erano certo buoni astrologi: uomini giusti e sapienti che si preparavano a conoscere le verità più alte e nascoste. Ma gli esegeti sono concordi: soltanto un’interna illuminazione dello Spirito Santo insegnò loro che il Re che nasceva era insieme Dio e uomo. Del resto, quando facciamo bene quello che è in nostro potere, Dio ci aiuta in quello che non possiamo. E i Magi dipinti dal Veneziano nel chiaro spazio di una luce mattutina non avevano mai sentito tanta dolcezza nel cuore, mentre la loro stella spariva nell’aurora.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

10 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE