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I libri servono
Ma solo se “buoni a vivere”

· Don Giuseppe De Luca e il suo amore, mai fine a se stesso, per la cultura ·

«Non rappresento nessuno e nulla, e non servo altro interesse da quello d’una mia idea della storia e d’un mio proposito negli studi; nessuno infatti mi aiuta, fuorché d’un obolo come si getta al povero sulla porta di una chiesa», scrive De Luca in una lettera a Benedetto Croce nel 1951. «Non sono democristiano, non comunista, non liberale, non socialista. Non sono professore, non professo nessun apostolato, non promuovo nessuna propaganda. Non appartengo a nessuna corrente di pensiero. Sono prete, è vero: ed è sempre una cosa che prima o poi, se non sei un Santo, può essere pericolosa».

Romana Guarnieri, amica e collaboratrice privilegiata di una vita, in Don Giuseppe De Luca. Tra cronaca e storia (1974) ci dona un suo efficace ritratto umano: «Sempre senza una lira in tasca e sempre a mendicare, non per sé ma per gli altri, e tra questi “altri” spesso erano i suoi autori e i loro libri (...) Eppure, di fronte all’uomo irripetibile, imprevedibile, traboccante di vitalità e mai inquadrabile; di fronte al prete “irregolare”, senza una funzione o un impiego in un ente ecclesiastico purchessia, senza una propria parrocchia, ma che per parrocchia si era scelto il mondo dell’intellighèntia più sofisticata e più difficile da accostare a Cristo (...) di fronte al cristiano che soffre la solitudine più amara, mentre è soffocato dagli impegni: conti da pagare, articoli da scrivere, manoscritti da esaminare, ammalati da visitare... di fronte all’uomo affettuoso e sbarazzino, cattivissimo e buonissimo, ribelle e docile, fantastico e lucido, furioso e mansueto, tenero e appassionato sino alla ferocia, metà Girolamo, metà Agostino (...) al biografo che per impossibile voglia raccogliere tutto in un’unica sintesi non resta che scrivere: De Luca fu prete, sempre, in tutto e per tutto».

Nato a Sasso di Castalda nel 1898, nel cuore montano e selvoso della Lucania, da una famiglia contadina che aveva dato alla Chiesa numerosi sacerdoti nel corso dell’Ottocento, rimasto subito orfano della madre, entrò in seminario direttamente dopo la scuola elementare. De Luca cresce col culto dei grandissimi eruditi: «più volte ho veduto il Duchesne, seduto al sole innanzi a palazzo Farnese, e ho visto Ehrle pregare».

Cappellano dei poveri vecchi fino al 1948 presso le Piccole suore dei poveri a San Pietro in Vincoli, sempre immerso nei suoi «studi solitari e un poco pazzi (...) sapere, per lui — scrive Romana Guarnieri nella sua intima e illuminante Notizia bio-bibliografica (nella «Rivista della storia della Chiesa in Italia», vol. XVII, 1963) intanto valeva in quanto era vivere (...) Allo studio avrebbe chiesto non la laurea né la libera docenza né la gloria, ma la sua stessa vita interiore».

Dopo il liceo frequenta il corso di paleografia presso l’Archivio Vaticano e la facoltà di Lettere presso l’Università di Roma, nella Biblioteca Vaticana si dedica allo spoglio di fondi e alla schedatura di manoscritti. Si tratta di una laboriosa attività di studio che De Luca esercita come una vera e propria forma di ascesi sulla scia della tradizione dei Maurini e dei Bollandisti: «Dal 1923 al 1947, la mia età maggiore io l’ho spesa come prete dei poveri vecchi delle Little Sisters of the poor; predicavo ai vecchi raccolti sulla strada, e avevo il cuore morso dalla poesia più rara e dalla filologia più sancta», scriveva in una lettera al filologo Eduard Fraenkel. La filologia e la paleografia saranno i grandi amori: «Vorrei ammonire i giovani a tornare, non tanto all’erudizione, quanto ai manoscritti. Le biblioteche d’Italia ne sovrabbondano... il manoscritto è qualcosa di venerando, e non una bizzarria di erudito in vena di snobismo; vale, io non mi stancherò mai di ripeterlo, quanto un quadro, quanto una statua, quanto un edificio», scrive nell’introduzione al volume Scrittori di religione del Trecento.

Rifiutò la carriera accademica ma lo intrigò molto quella del giornalismo. Chiamato da Luigi Sturzo nel 1923 a collaborare alla terza pagina del giornale «Il Popolo», organo del Partito Popolare Italiano, «giornalista di gran razza — scrive Romana Guarnieri — De Luca esaurì quasi per intero sul giornale la sua autentica vocazione di scrittore (...) il giornale gli fu insieme cattedra e pulpito. Sui giornali profuse tesori d’intelligenza, di cultura — frutto di studi sterminati e impervi — di umana e cristiana sapienza».

Seguace soprattutto di Agostino, utilizzò lo strumento della colta e audace polemica come forma di predicazione. Quale fosse lo scopo di questo suo giornalismo lo rivelò al suo maestro Paschini in una lettera del 19 settembre 1924, riportata da Gabriele De Rosa nella sua efficace e densa voce su De Luca per il Dizionario Biografico degli italiani: «Vedere se è possibile a Roma far qualcosa di buono e di serio, per la cultura (...) Se si riuscisse a sostituire ai vari Giardinetti, alle varie Filotee, Scintille e Pagliette dei libri di sana pietà (dei santi e dei saggi cristiani); se si riuscisse a soppiantare i diversi Compendi di vite, vite e vitarelle e vitarelline di santi, con delle oneste monografie, di buon sapere e sapore; e questo, dico, si riuscisse a fare su pochi cattolici italiani, già mi riterrei felicissimo». Per De Rosa «si direbbe un programma dallo stile erudito settecentesco, che ricorda l’ardente saggio Della regolata divozion de’ cristiani (1747) del Muratori». La produzione sterminata di De Luca, soprattutto giornalistica, è finalmente ora documentata dal volume Bibliografia di Don Giuseppe De Luca, a cura di Michela Picchi e Donatella Rotundo, pubblicata nel 2005 nelle Edizioni di Storia e Letteratura.

Amico di uomini politici radicalmente diversi per carattere e appartenenza, frequenta Bottai, Sturzo, De Gasperi, Togliatti, Franco Rodano, ma l’appartenenza politica gli resta sostanzialmente estranea, come dichiara in questo testo del 1923 riportato dalla Guarnieri: «Nel pomeriggio assisto alla sfilata delle camicie nere da vari sbocchi al Corso, e infine da piazza Montecitorio veggo Mussolini al balcone del palazzo Chigi. Dovessi dir sinceramente la cosa, io non ho trasporto né pel bianco, né pel nero, né pel rosso né pel verde: e prendo in società l’opinione che più mi si presta a discutere. Non sta, capisco. Ma come fare? Tutte codeste costruzioni teoriche di partiti non mi germinano spontanee nell’animo, e io rifiuto ciò che è deposito estraneo». Il rapporto con i politici è sul piano dei grandi principi e delle discussioni tra amici ma non partitico, significativa in tal senso la testimonianza di Palmiro Togliatti riportata da Gabriele De Rosa: «La sua mente e la sua ricerca mi pare fossero volte, nel contatto con me, a scoprire qualcosa che fosse più profondo delle ideologie, più valido dei sistemi di dottrina, e in cui potessimo essere, anzi già fossimo uniti».

L’idea del cristiano come antiborghese e la critica feroce alla decadenza della cultura cattolica di massa lo porta a scrivere a Papini di essere «nettamente contrario alle ideologie democratiche (...) se potessi e dovessi pencolare da una parte, sarebbe certo verso alcune concezioni mussoliniane di politica sia interna che estera», come riporta Luisa Mangoni nel suo In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana del Novecento (Einaudi, 1989). Ciò non impedirà a De Luca di collaborare dal 1944 alla rivista «Voce operaia», espressione del gruppo dei cattolici comunisti di Franco Rodano.

Dell’amicizia De Luca fu per tutta la vita un attentissimo e appassionato cultore, oltre le differenze culturali e politiche, basti come esempio ricordare le parole che scrisse per la morte dell’amato Papini, col quale visse le dilanianti crisi personali legate anche al modernismo e all’esperienza del «Frontespizio»: «Amico, amico di molti ma quasi che fosse amico di ciascuno in segreto (...) Non gli si poteva voler bene senza volergli insieme un male grandissimo, o almeno esserne tentati. L’amicizia con lui svegliava i sette spiriti dell’amore, e parve a noi, quando fummo giovani, l’inventore della giovinezza. Ci mise addosso le febbri più pericolose (...) C’inoculò il veleno della poesia a dispetto di ogni poetica, del pensiero a dispetto di ogni filosofia, della vita viva fuor delle professioni di vita, della politica fuor dei proclami d’azione». Il rapporto della grande e speciale amicizia con Romana Guarnieri è ora ricostruito dalle lettere in parte edite (Tra le stelle e il profondo. Carteggio 1938-1945, Morcelliana, 2010, curato da Vanessa Roghi), che ci restituisce un Giuseppe De Luca pieno di umanità e di contraddizioni.

Nel 1924 crea La Piccola Raccolta per gli universitari cattolici della Fiuc, una collezione di opuscoli che sono già l’esempio di come De Luca intendesse l’erudizione e la ricerca come azione finalizzata all’elevazione spirituale di tutti, «il fuoco sacro dello studio è un po’ come quello della santità: si appiglia ove Dio vuole, e non dove noi vogliamo; né si lascia confinare in arnie speciali, o ripartire in quadri e schemi premeditati» ricorda ancora Romana Guarnieri nella sua notizia bio-bibliografica. Nella collezione si troveranno dunque lavori di ricerca erudita come di buona divulgazione, testi inediti e critici, dotte traduzioni ma anche monografie e profili di santi. Ma mai vi si troverà la facile sciatteria, le pie intenzioni di mera propaganda o pagine insignificanti.

Nel frattempo a 26 anni ha già chiara l’idea di scrivere una Storia della Pietà Italiana sul modello di quella del francese Henri Bremond, letto in seminario. Ma il corpo non reggerà a tanto lavoro su più fronti e da quell’età cominciò a soffrire di una debolezza nervosa che lo accompagnerà per tutta la vita. Fu nominato Archivista della Sacra Congregazione per la Chiesa Orientale dove diede sfogo alle sue ricerche erudite.

Allergico alla filologia pura, sullo stimolo del Papini si preoccupa però di prenderne quanto ce n’è per noi di “buono a vivere”. Una lettera affettuosissima ma di durissima accusa che l’amico sacerdote Montini, allora assistente degli universitari cattolici, rivolge a De Luca nel 1930 segna la diversità di sensibilità che porta il prete lucano a distaccarsi dall’opera di formazione popolare svolta dall’Azione Cattolica, considerata troppo schiacciata sulla fretta dell’agire, dell’organizzazione, dell’apostolato: «Avete giudicato l’azione come un movimento di comando, non avete visto l’implorazione di soccorso rivolta a tutte le anime di buona volontà, di cui essa respira (...) Se domani la volontà sarà velleità, e il ridicolo sarà l’epilogo della milizia cattolica, non tutta la colpa sarà dei poveri caporali che hanno desiderato e non avuto il comando dei cervelli capaci di farlo (...) Forse noi abbiamo fretta, ed è un danno. Ma la pressione della carità ci fa urgenza, e la nostra imperizia spera trovar nello zelo un’attenuante. Vedete che la vostra perizia non raffreddi l’amore, non elimini il sacrificio, non frazioni il corpo di Cristo. Tu scegli i libri, io vorrei scegliere le anime».

De Luca, ponendo l’accento sulla Grazia contrapposta all’azione, sullo studio disinteressato senza un fine apologetico, resta dilaniato dalla divisione tra gli impegni pastorali, i lavori di grande erudizione e la formazione popolare, accusa la sua stanchezza in questo sforzo di conciliazione e pensa al ruolo degli intellettuali per la formazione del popolo, con un’attenzione speciale per gli insegnanti. «Pensavo, e penso ancora, che non si può parlare — come se ne parla sino alla nausea — di cultura cattolica in Italia, quando non vi sono inclusi e compresi tanti insegnanti meravigliosi (quasi che la scuola non fosse parte della cultura d’una nazione); né, quel che è più grave, tanti studiosi e ricercatori, che nel silenzio e nella pazienza arano i duri campi (...) mentre ci appartengono e ci figurano (e in che modo!) meglio non far nomi».

Sempre più la sua vocazione, e la sua spiritualità, andò nella direzione di un Pier Damiani: la vita nella solitudine e nello studio severo, rafforzandosi in lui l’equazione “erudito come eremita”. Sulla scia dei maestri André Wilmart, Henri Bremond e Joseph de Guibert, per De Luca esplicitamente «l’erudizione intesa in quel modo è una crocifissione, e perciò stesso una redenzione», scrive in una lettera a Vittore Branca.

A partire dagli anni Trenta vive di un modesto stipendio che gli viene dalla casa editrice Morcelliana di Fausto Minelli. Si dedica a incontri con scrittori e letterati e fa sua l’idea del monito di Carlo Bo, «Letteratura come vita». Per De Luca «sapere in tanto valeva in quanto era vivere», scrive nell’Autobiografia in prima persona plurale. «Tanto si studiava, tanto si doveva vivere (...) Abbiamo tentato di piegare i libri alla nostra vita, e non la vita ai libri». Lavora infittendo le recensioni erudite e letterarie su «L’Osservatore Romano», dove tenne le rubriche La parola eterna e Motivi, e su «Avvenire» e «Studium».

Ama la predicazione cristiana, come essenziale al suo essere prete, ma non vuole essere né professore né teologo: «Non sono professore di nulla, non saprei, di mio, che cosa insegnare». Allo scrivere i grandi libri preferisce le centinaia di articoli frutto della predicazione, le recensioni erudite, i testi preparati per le conferenze. E tuttavia si va maturando in lui un pensiero non frammentario ma forte perché radicato in quella sua idea di pietà che sarà il capolavoro di una intera vita.

Emblematico in tal senso sarà il lavoro per «Il Frontespizio», «L’Annuario del Parroco», distribuito dal 1955 al 1962 ai trentamila parroci d’Italia, o il bollettino «Mater Dei» dedicato alla pietà mariana, la rubrica Bailamme per «L’Osservatore Romano» (i testi sono stati poi raccolti nel volume, edito dalla Morcelliana nel 1963, Bailamme. Ovvero pensieri del sabato sera).

Nel dialogo con Montini si delinea pienamente il ruolo che De Luca si è dato: «Mi sono preparato a questo terribile compito, di dirottare la cultura — come la dicono, direi io l’intelligenza — italiana e farle prendere un mare». La risposta di Montini è illuminante: «Non ti perdere d’animo, caro eremita della cultura e dell’erudizione: codesta non è solo la tua sorte, cioè la tua croce; è la tua missione come quella di voce che grida nel deserto: qualcuno l’ascolterà e sarà allora voce precorritrice». Nella degenerazione della vita spirituale De Luca ritrova la causa della degenerazione culturale dei cattolici italiani: «La preghiera è l’atto d’amore che dà, noi ne abbiamo fatto l’atto di chi vuole, e non vuole l’amore, l’amato, ma qualcosa per il nostro clandestino tradirlo», scrive rivolto ai Laureati Cattolici nel 1956 nel testo edito dalla Guarnieri e intitolato L’intelligenza e la salvezza dell’anima. La conseguenza per la Chiesa e i chierici è devastante: «Una mezza cultura ci rapisce e ci acceca. A esser professori universitari, a noi preti sembra chi sa che gran cosa. Un Giovanni Mercati testimonia un tempo quando gigantes erant super terram. E io ricordo Duchesne, ricordo Wilmart, ricordo Ehrle. Dedicarsi alla solitudine dello studio puro sembra chissà che stoltezza: è invece timore di Dio, è inizio di sapienza. È il grande eremitismo cristiano, è una preparazione (sulla croce) a contemplare Iddio. Ci siamo dimenticati che l’anima non la salviamo, senza impegnare a fondo l’intelligenza (...) lei sola dà legna all’amore».

Ma la vocazione di De Luca e il centro propulsore e unificante della sua mirabile attività è l’essere un «amoroso ricercatore della storia mistica dell’Italia», come si definisce scrivendo a Giuseppe Prezzolini. Il suo programma, a dispetto della sua variegata attività che sembra disperderlo in mille rivoli, e a volte in pesanti contraddizioni, è chiaro: «La mia mèta vera, la più lontana in apparenza, la più vicina in effetto: l’amore di Cristo, ma insieme a tutta la scienza, tutta l’arte. Pazzo desiderio, ma necessario se lo amiamo davvero», scrive De Luca all’amico fraterno Giovanni Battista Montini. Già in una lettera a Papini del 6 gennaio 1927, riportata da De Rosa, spiegava che voleva lavorare «per la storia religiosa d’Italia, non quella dei chierici ché i chierici non son tutta la chiesa, ma specialmente quella del popolo, tra il quale lo Spirito opera, metà anonima, metà incurante del nome. Insomma portare la storia della Chiesa da storia ecclesiastica a storia del popolo cristiano, in Italia; come si è fatto per quella civile, che non è più di principi e di dinastie soltanto, ma delle masse».

Nel 1951 finalmente uscì la sua tanto elaborata, ripensata e tormentata introduzione al primo volume dell’Archivio italiano per la storia della pietà. De Luca vi dava infine la sua definizione di pietà: «Riceve qui il nome di pietà non la teoria sola o il solo sentimento dell’una o dell’altra religione in genere, non la sola religiosità vaga, non il solo vertice supremo ed esatto dell’unione mistica, bensì quello stato, e quello solo della vita dell’uomo quando egli ha presente in sé, per consuetudine di amore, Iddio».

Nel 1942 inizia l’attività delle Edizioni di Storia e Letteratura. In una lettera del 1961 all’amico Prezzolini — pubblicata nel carteggio tra i due per le Edizioni di Storia e Letteratura nel 1975 — ne spiega il senso profondo e chiarisce ancora il concetto di pietà: «Il mio sforzo, caro Prezzolini, è stato di rinserire l’Italia nella grande ricerca europea e americana (…) Le Edizioni sono cosa assai seria (...) è l’inserzione, nell’intelligenza della storia, d’un contenuto umano che non è più la dinastia, né il popolo, né l’azione, né lo spirito, né la provvidenza, né l’economia, ma della pietà intesa, non come storia delle religioni (puah!) né come storia della teologia, ma come storia di quel qualche cosa che non è sentimento né volontà né idea né azione; ma è quel quid che fa dell’uomo qualcosa d’unico col suo Dio e del suo Dio qualcosa d’unico con lui, e lo fa agire».

L’Archivio per la storia della pietà e le Edizioni di Storia e Letteratura perseguiranno questo fine applicando sempre la fedeltà ai documenti, perché se l’erudito è un asceta e l’artista è un mistico, l’erudizione è la strada, essa «insegna le lunghe pazienze, i cammini duri e ingloriosi, le persistenze feconde, il disgusto delle ciarle, la fermezza della mente, l’amore del certo, sia pure umile, e l’umiltà del sapere. Macera per anni, e poi produce, lentamente e sicuramente, una dopo l’altra, molte meraviglie... un senso non soltanto della storia e dei testi, ma degli uomini e della loro vita».

di Luigi Mantuano

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20 settembre 2019

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