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I libri che ho scritto mi piacciono

· Breve viaggio nella produzione di Haruki Murakami ·

«Se riesco a scrivere dei libri - ha scritto Haruki Murakami - è perché in un paesaggio vedo cose diverse da quelle che ci vede un altro, sento cose diverse e scegliendo parole diverse riesco a costruire storie che hanno una loro originalità». Originalità e storie grazie alle quali lo scrittore di Kyoto è diventato uno dei romanzieri più noti e premiati.

Contrariamente ad altri scrittori, Murakami ha una precisa data di nascita letteraria: «Era il 1° aprile 1978, verso l'una del pomeriggio». E dire che proprio in quell'epoca, pur amando da tempo la letteratura, stava facendo tutt'altro: con la moglie, infatti, aveva appena aperto a Tokyo un locale. Per qualche anno musica, jazz bar e scrittura convivranno, finché, nel 1981, il salto definitivo: Murakami comincia a vivere solo dei proventi della sua penna.

Sono sicuramente interessanti i suoi tanti romanzi. Tra i più famosi, ricordiamo lo strampalato ma poeticissimo Sotto il segno della pecora (1982); quell'autentico caso letterario che fu Tokyo blues (scritto in gran parte a Roma nel 1987); L’uccello che girava le viti del mondo (1994-1995) del casalingo Okada Toru che si ritrova a dover cercare il gatto scomparso, e la moglie Kumiko; le due storie parallele di Kafka sulla spiaggia (2002); After dark con l'indimenticabile ragazza solitaria e inquieta (2004); 1Q84 (2009), l’omaggio a Orwell, di cui è da poco uscito il Libro 3 ottobre-dicembre (2012).

Ma la penna di Murakami che a noi sembra particolarmente sorprendente sta altrove.

Innanzitutto nei racconti. Ad esempio, alcuni tra i ventiquattro che compongono la raccolta I salici ciechi e la donna addormentata (2006) sono autentiche perle. È il caso di Il settimo uomo sul perdono verso se stessi; La pietra a forma di rene che si spostava ogni giorno , mirabile descrizione di un mortifero rapporto tra figlio e padre; La scimmia di Shinagawa sul valore del nome. Nei racconti, i personaggi per lo più perdono l'aura di rarefazione che caratterizza invece le figure dei romanzi, senza però perdere in profondità e contenuto. Verrebbe da dire che, divenendo più simili a noi, più umani (in un verismo che però non ha mai nulla di didascalico) acquistino spessore. Arrivino meglio al nocciolo. Un po' come avviene nei racconti di Alice Munro.

Anche la penna del Murakami “saggista” è interessante. È soprattutto il caso di L'arte di correre , anche per chi non ama affatto questa disciplina sportiva. Il libro, che l'autore cataloga nella categoria “memorie”, non è solo il racconto della sua grande passione per la corsa, ma contiene pagine autobiografiche in cui si racconta l’uomo e lo scrittore. «Se mi chiedessero qual è la qualità più importante per uno scrittore dopo il talento, direi senza esitare la capacità di concentrazione».

E dopo tanta concentrazione, lo scrittore, il lettore e la persona si incontrano: «I libri che ho scritto mi piacciono».

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