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I giusti
contro l’abisso

· ​In Rwanda una delle pagine più nere del XX secolo ·

Gli indumenti di alcune vittime del genocidio raccolti in un memoriale (Epa)

Iniziato 25 anni fa, il 6 aprile 1994, il genocidio ruandese, non è stato, soltanto, una terrificante strage africana (un milione di persone trucidate nell’arco di cento giorni), ma una delle pagine più nere del XX secolo per l’intera umanità. Una vicenda tutt’altro che conclusa: il Rwanda non ha seguito il Sudafrica sulla via della “verità e riconciliazione” e siamo ancora lontani da un’autentica e compiuta purificazione della memoria. Come ha scritto il gesuita Marcel Uniweza su «Civiltà Cattolica» nel 2017, «ci vorranno molti anni per sanare i terribili ricordi lasciati dal genocidio e dalle sue conseguenze».

Ebbene. Un quarto di secolo dopo, siamo ancora lontani da un’adeguata consapevolezza della portata dell’evento e delle sue implicazioni. Per quanto la Shoah rappresenti un evento unico nella storia, anche qui siamo in presenza di un “abisso del male” talmente profondo che, inevitabilmente, risuona la domanda: «Dio dov’eri?». La vicenda del Rwanda è ancor più drammatica se ricordiamo che la Chiesa cattolica ha pagato un prezzo altissimo in quella circostanza, con 248 operatori pastorali uccisi (3 vescovi, 103 sacerdoti, 47 religiosi, 65 suore, 30 laiche consacrate); tuttavia non sono mancati preti, religiose e fedeli complici dei genocidari e, per questo, condannati al carcere. Con una conseguenza tremenda: «è stato deturpato il volto della Chiesa», come ha detto papa Francesco incontrando il presidente ruandese Paul Kagame nel marzo 2017.

Il genocidio ruandese interpella, quindi — ieri come oggi — la Chiesa tutta: che Vangelo è stato annunciato? Come hanno potuto uccidersi fra loro credenti che, fino al giorno prima, non davano peso alla diversità etnica? Occorre oggi, più che mai, rileggere quella terribile vicenda ponendo attenzione alla sua dimensione religiosa. Una dimensione spesso occultata, nella pur cospicua narrazione dell’evento.

di Gerolamo Fazzini

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12 dicembre 2019

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