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I giorni difficili
di Tirana

· Tensioni istituzionali e piazza in fermento ·

Il premier e il presidente in contrasto, una Corte costituzionale non attiva, le piazze in fermento. Giorni decisivi e difficili per Tirana quelli che stanno arrivando, in cui erano in programma le elezioni amministrative e allo stesso tempo l’Unione europea doveva pronunciarsi sulla candidatura dell’Albania a stato membro. Appuntamenti che potrebbero non verificarsi. Sono momenti davvero critici per un paese che sta affrontando un periodo particolarmente travagliato nel suo tentativo di uscire dalle difficoltà storiche per rilanciarsi nella comunità internazionale. Le durissime divisioni che attraversano la società e la politica e che da mesi sono sfociate in contrapposizioni aperte anche nelle piazze stanno portando a una grave crisi istituzionale e al rischio che la situazione sfugga di mano. In questo contesto l’impegno albanese per entrare nell’Unione europea e nella Nato sta subendo se non una battuta d’arresto comunque un rallentamento dovuto alle difficoltà in cui si trovano tutte le parti coinvolte nella procedura. Se quindi non si presterà una particolare cura ad aiutare l’Albania a uscire dall’impasse si corre il rischio di un’involuzione del paese e dell’aggravarsi delle condizioni della popolazione.

Quest’anno, per la seconda volta, la Commissione europea aveva raccomandato l’apertura di negoziati con l’Albania, o almeno di alcuni dei capitoli negoziali che si discutono preliminarmente tra Ue e paesi candidati. Secondo il governo di Tirana questa posizione di Bruxelles era merito degli sforzi sostenuti e dei progressi fatti, con consistenti riforme soprattutto nel campo della giustizia. L’opposizione invece sostiene che i provvedimenti dell’esecutivo siano solo di facciata, e che anzi alcune scelte fatte stiano peggiorando la situazione e allontanando l’Albania dall’Europa. Un muro contro muro che è un male per il paese e che rischia di portare tutti nel baratro, a meno di non cogliere l’opportunità di superare le divisioni per guardare all’interesse generale. Anche a causa di questo clima sarà difficile che in settimana l’Unione europea dia il via libero all’avvio dei negoziati per l’adesione albanese (sono in programma fra l’altro anche quelli riguardanti la Repubblica di Macedonia del Nord). Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha già anticipato un probabile nuovo rinvio: per aprire le trattative serve l’unanimità, e non tutti i paesi europei sono pronti a dare il loro assenso. Sono in particolare Germania, Francia, Paesi Bassi e Danimarca, a chiedere tempo e a volere che si attendano gli sviluppi della crisi interna all’Albania, mentre altri 13 paesi — tra cui l’Italia — hanno lanciato un appello scritto perché si aprano comunque le procedure di adesione di Tirana. Una spaccatura che dunque fa presagire quantomeno un rinvio all’autunno, e nessuna conclusione decisiva nel vertice del Consiglio europeo del 20 e 21 giugno.

La partita di Bruxelles è decisiva per l’Albania, ma non si può nascondere che i primi problemi nascano all’interno del paese. Tirana è infatti vicinissima a una crisi istituzionale senza precedenti, con il rischio costante che la contrapposizione non solo politica ma anche fisica nelle piazze tra le opposte fazioni possa degenerare in gravi incidenti. In seguito a questo clima tesissimo che si vive nel paese, e ritenendo che gli episodi di intimidazione e di prevaricazione non rendano il clima attuale idoneo a svolgere elezioni libere, democratiche e corrette, il presidente della Repubblica Ilir Meta, ha di recente cancellato le elezioni amministrative indette per il 30 giugno: «L’attuale situazione non permette vere e reali elezioni», ha spiegato. La decisione del capo dello stato è stata rigettata dal premier Edi Rama, leader socialista al governo dal 2013 e rieletto nel 2017. A suo dire il pronunciamento di Meta (che viene dallo schieramento di centrodestra) non è valido: «Politicamente il suo atto equivale a un suicidio, legalmente non vale nulla e moralmente è una vergogna. Meta ha perso il diritto di restare nell’incarico di capo dello stato. Le amministrative saranno svolte nel giorno prestabilito», ha promesso. Il suo partito quindi ha deciso di avviare le procedure per rimuovere lo stesso presidente della Repubblica. La cosa sarebbe già istituzionalmente molto grave di per sé, ma la situazione è ancora più esplosiva perché la maggioranza non ha i numeri necessari per destituire Meta. I socialisti infatti dispongono solo di 78 seggi parlamentari su 140 (gliene servirebbero 94), e oltretutto i parlamentari dei partiti di centrodestra (il Partito Democratico guidato da Lulzim Basha e il Movimento socialista per l’integrazione-Lsi, guidato dalla moglie del presidente Meta) si sono dimessi a febbraio per protestare contro un governo che affermano essere corrotto (gli ultimi contrasti sono nati da un’inchiesta sulla proposta di deviare il fiume di Tirana nell’intento di favorire le attività edilizie di un controverso imprenditore locale). Ma le criticità non finiscono qui: anche ammesso che i socialisti riescano a votare la deposizione di Meta (e senza considerare cosa questo potrebbe scatenare su piazze già così infiammate), la destituzione deve essere convalidata dalla Corte costituzionale. Tuttavia quest’ultima praticamente non è in funzione, in quanto è rimasto sul suo scranno solo un membro su nove, e non si è trovato accordo per la nomina dei sostituti. A questo punto lo scontro fra il governo e la presidenza della Repubblica resta il nodo da sciogliere, ma non si vede come, e i prossimi giorni saranno decisivi per capire quale piega possano prendere gli eventi. A partire proprio dal voto amministrativo del 30 giugno, che per ora è nel limbo: secondo il premier Rama, dunque, si dovranno tenere ugualmente, ma è difficile immaginare come. E in molti si augurano che le istituzioni europee si impegnino nello sciogliere questi nodi e riportare al tavolo del dialogo le parti coinvolte, prima che la crisi diventi irreversibile.

di Osvaldo Baldacci

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22 ottobre 2019

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