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I giorni della locusta

· Storia e attualità dell’editoria religiosa in un libro-intervista al direttore della Libreria Editrice Vaticana ·

Il profilo umano e professionale nonché la vasta esperienza editoriale di don Giuseppe Costa salesiano — giornalista, scrittore nonché specializzato in giornalismo in diverse università statunitensi e, dal 2007, direttore della Libreria Editrice Vaticana — sono raccontati da Maria Trigila nell’intervista Percorsi di editoria religiosa ed altro (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, pagine 72, euro 10) con prefazione di Giuliano Vigini. Ne pubblichiamo due stralci: il primo di carattere storico e il secondo dedicato all’attualità e alle prospettive future del libro religioso nel complesso universo dell’editoria.

Com’è cambiata la tipologia aziendale editoriale? Ha qualche esempio da segnalare che ha conosciuto?

In effetti ho numerosi esempi da segnalare e qualcuno anche storico. Incomincio dall’esperienza di Rienzo Colla deceduto nel 2009 a Vicenza.

Era un editore abituato a discernere dattiloscritti e idee. La sua attività non è di facile classificazione e certamente, nel momento attuale, in cui si tende al ricavo a ogni costo, essa non rientra in nessuna tipologia di azienda editoriale. Eppure i conti gli tornavano sempre. Non faceva tirature alte, duemila copie al massimo. E poi eseguiva tutti i lavori: dal correttore di bozze al fattorino, all’impiegato che spedisce la posta, e così via.

Così in tempi di editoria senza editori, di editoria condizionata, in tempi in cui la tendenza porta all’accorpamento dei piccoli e medi editori, Rienzo Colla può sembrare una sorta di esperienza finita?

Non lo è. Incontrandolo si capiva immediatamente perché per fare libri, stamparli e anche venderli, prima servono le idee e poi il denaro. Essenziale per l’attività di Colla è stata soprattutto la presenza di don Primo Mazzolari, fino al punto che lo stesso don Primo sentirà addirittura il bisogno di scusarsi con i genitori di Colla, quasi lo avesse distolto da un’altra carriera e professione.

Quindi nel 1954 Colla iniziò la sua attività editoriale con un libro di Mazzolari?

Sì, La parola che non passa fu il primo libro de «La Locusta». Il nome fu preso a prestito dal cibo che, secondo il Vangelo, mangiava Giovanni il Battista.

Non sbagliamo se diciamo che l’assistenza e la consulenza di Mazzolari furono, nei primi anni, non solo incoraggianti ma essenziali alla vita della casa editrice?

Mazzolari ne fu indubbiamente la colonna portante non solo per l’ispirazione, il coraggio nelle scelte, quel piglio da avanguardia cattolica che la guidò fin dai primi passi, ma anche per l’importante e abbondante contributo dei suoi testi, che raggiungono quasi l’ottantina.

L’amicizia con don Primo Mazzolari per Colla significò anche un travaso della cultura e delle conoscenze mazzolariane.

È così che l’editore vicentino conobbe Simone Weil e altri appartenenti alla costellazione culturale francese.

Valerio Volpini in occasione del trentennale dell’editrice ebbe a dire che nella storia de «La Locusta» c’è qualcosa di stranamente misterioso e paradossale: è il grano, il granello di senape, di cui parla il Vangelo; ma c’è anche la sollecitazione di Mazzolari a fare con generosità, con coraggio, con disponibilità e donazione assoluta. Io credo che se non ci fosse stato al fondo questo stimolo i problemi di carattere tecnico e finanziario, di programmazione e via discorrendo non avrebbero lasciato spazio al cammino, oggi più che trentennale, di un’editrice come «La Locusta».

Sfogliando il catalogo de «La Locusta» emerge il profilo di un’editrice che ha pubblicato testi rari per la nostra “piazza” culturale.

Rileggendo il suo indice, il catalogo, quei titoli, quei nomi sulle copertine bianche hanno, secondo me, assolto a un’operazione preziosa e urgente: restituire all’ecclesialità e, di riflesso, anche all’ecclesiologia che poi ne è maturata, in un processo ancora in atto, l’onore meritato.

Uno sguardo al catalogo storico dell’editrice può darci anche un’idea concreta di ciò che «L’Osservatore Romano» del 23 agosto 1967 definì come una delle più intelligenti antologie del pensiero cattolico.

La prima opera pubblicata fu La parola che non passa dello stesso don Primo Mazzolari. Vuoi perché don Primo si trovava in quel tempo in difficili relazioni con l’editoria tradizionale e istituzionale, vuoi per la disponibilità di Rienzo Colla, fatto sta che «La Locusta» con quasi ottanta titoli mazzolariani finirà col diventare la casa editrice di Mazzolari per antonomasia.

II 12 febbraio 1954, in occasione della pubblicazione del suo volume, Mazzolari scrisse da Bozzolo, dove era parroco, una lettera a monsignor Zinato, vescovo di Vicenza, con cui accompagnava l’omaggio de La parola che non passa dicendo: «Un giorno l’avete fermata “d’autorità”, senza neppure leggerla. E portava il regolare imprimatur della vostra curia. Ve ne scrissi allora, non per me, che sono abituato alle umiliazioni, ma per lo stampatore, che ci rimetteva parecchio senza colpa alcuna. Non mi avere risposto: e avete fatto bene se credete che un sacerdote perduto non meriti neppure la carità di una buona parola. Poi, il volume senza che io volessi, ha fatto la sua strada, e sento il dovere di presentarvelo. E un omaggio pulito e devoto: e se V. E. avrà la bontà di scorrerlo, troverà che l’amore alla Chiesa e la fedeltà ai suoi insegnamenti possono venir fuori incorrotti anche dal cuore e dalla mente del più povero prete, tanto più bisognoso d’equità e di benevolenza, quanto più grande è la sua povertà. Vi bacio la mano devotamente, don Primo Mazzolari».

Rienzo Colla ha dato così ampio spazio al libro religioso?

Sì. Dal 1955 in poi esce, sempre di Primo Mazzolari, Tu non uccidere che la rivista «Humanitas» defin’ come «il più coraggioso libro contro la guerra apparso in Italia». Lo stesso anno il francescano Nazareno Fabbretti pubblica La sua parola e le nostre, una meditazione sui vangeli domenicali; viene poi tradotto Quel piccolo Ozanam di Henri Guillemin da Katy Canevaro. La stessa Canevaro, nel 1956, traduce sempre dal francese Preghiere del tempo della malattia di Stanislas Lyonnet.

Nel 1957 viene presentata la prima Biografia in italiano di De Foucatild, fondatore dei Piccoli Fratelli di Gesù. Nello stesso anno è pubblicato La parrocchia di Primo Mazzolari a proposito del quale «L’Avvenire d’Italia» scrive: «Ci voleva un libro come questo per denunciare la crisi della parrocchia». L’anno successivo, è la volta di un libro di Divo Barsotti, il diario del viaggio in Terra Santa di un sacerdote che Carlo Bo definisce «uno degli spiriti più alti del nostro tempo». Nel 1959 David Maria Turoldo pubblica La parola di Gesù , mentre Valerio Volpini cura la pubblicazione di Un uomo solo di Georges Bernanos.

«L’Avvenire d’Italia» le definì le pagine peggiori di Bernanos.

Servirono soprattutto a rivelare il suo amore per la Chiesa: un amore tenerissimo, ma furibondo, l’amore di figlio libero e attivo, non di cortigiano calcolatore e supino.

«La Locusta» ha dedicato ampio spazio anche agli scritti di Jacques Maritain, Giuseppe Lazzati, Carlo Carretto.

Il 1962 si apre con un libro del futuro cardinale Giulio Bevilacqua, La parrocchia e i lontani, cui seguirono: Azione cattolica e azione politica di Giuseppe Lazzati e La fine del machiavellismo di Jacques Maritain. Nello stesso anno furono pubblicati : La virilità nella Chiesa del teologo Karl Rahner e La santità della povera gente , un dibattito fra padre Ernesto Balducci e fratel Carlo Carretto, che nel frattempo scrisse, a sua volta, Lettere dal deserto . Negli anni successivi, fino al 1970, troviamo, oltre a numerose pubblicazioni di don Primo Mazzolari, altri scritti di Divo Barsotti come Itinerario dell’anima a Dio ; di Valerio Volpini Violenza anni ‘6o ; di Charles Péguy Un uomo libero ; di Léon Bloy Un cattolico credente e ancora volumi di Romano Guardini, Igino Righetti, Julien Green, Raimundo Panikkar, Ivan Illich, Marc Oraison, Neri Pozza, Giacomo Lercaro, Umberto Vivarelli e altri ancora.

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