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Giardini
contro i tartari

· Sul valore dell’«hortus» non più «conclusus» degli studi classici ·

Nel Deserto dei Tartari (1940), il romanzo allegorico-surreale di Dino Buzzati, l’interminabile attesa dell’attacco che i potenziali invasori minacciano di sferrare contro la Fortezza Bastiani, avamposto di confine, si conclude per il tenente Drogo, prostrato dalla routine militare e da un’inesorabile malattia, con la morte proprio alla vigilia del combattimento con l’armata del Regno del Nord, ormai visibile all’orizzonte. E tuttavia è con serenità che l’ufficiale accetta il suo amaro destino. Lo conforta la consapevolezza di aver fedelmente eseguito il mandato di preservare un vigile atteggiamento difensivo, offrendo alla patria il sacrificio di una logorante strategia improntata a quella che Orazio, in un contesto autobiografico, definisce, con un ossimoro, strenua inertia.

Giovanni Bettolo «Fortezza Bastiani» (1976)

Inerti non sono rimasti, invece, gli attuali difensori della classicità greco-latina, i custodi dell’incommensurabile patrimonio culturale in cui affonda radici inestirpabili l’intera civiltà occidentale, e più specificamente la tradizione artistico-letteraria del nostro paese, oggi offuscata e bisognosa di un ammodernamento, di una rigenerazione.
Anziché arroccarsi nella “fortezza” che ospita, accanto alle opere degli auctores di un’antichità ancora fertile di ammaestramenti, le loro cattedre e i loro centri di ricerca, i paladini dell’humanitas si sono mobilitati. Nel corso del 2016 un agguerrito “commando” di grecisti e latinisti ha lanciato una serie di incursioni nell’accampamento “nemico”, sorprendendolo impreparato, incapace di contrattaccare: sortite che hanno scompigliato le schiere degli assedianti, dei tartari odierni, di quanti ostracizzano (per ignoranza) Omero e Virgilio, Platone e Seneca, di tutti quei politici, tecnocrati e burocrati, operatori del mondo economico-finanziario, adoratori del vitello d’oro che — devoti al dogma delle “magnifiche sorti e progressive” della tecnologia digitale, dei new media — criticano la cultura umanistica come presunto fardello anacronistico, inattuale, sostanzialmente inutile e dunque passibile di drastici ridimensionamenti o perfino cancellazioni nei palinsesti dei licei e delle università.
In precedenti articoli apparsi su questo giornale si è già dato risalto a libri che, muovendo da competenze e angolazioni differenti ma unificate da un medesimo spirito apologetico ricco d’intelligenza e passione, hanno acceso un dibattito di risonanza tale da tradursi anche in lusinghieri risultati commerciali.
Alludo a Classici per la vita di Nuccio Ordine, seguito da Il presente non basta di Ivano Dionigi, e ai due bestseller Viva il latino e La lingua geniale, rispettivamente di Nicola Gardini e Andrea Marcolongo. Sul campo di battaglia ha poi fatto irruzione, all’inizio di quest’anno, un altro fiero propugnatore dell’impegno teso a salvaguardare e insieme potenziare, rimodellandolo, il rapporto con i nostri antenati mediterranei: Maurizio Bettini, ordinario di filologia classica all’università di Siena. Il suo pamphlet edito in febbraio da Einaudi, A che servono i Greci e i Romani? (Milano, 2017, pagine 160, euro 12) si caratterizza per una verve argomentativa, screziata da sprazzi di civile vis polemica, che è già nota ai lettori di un saggio per molti versi affine, I classici nell’età dell’indiscrezione (Einaudi, 1994). Sviluppando inizialmente una pars destruens diretta a smantellare pregiudizi e mistificazioni diffusi in un’opinione pubblica prevenuta o disinformata, Bettini denuncia le insidie di una «deriva politica, economica e sociale» che si rispecchia tra l’altro nell’uso ambiguo di metafore “utilitaristiche” (prodotti testuali, crediti e debiti, offerta formativa, e così via) e che certifica il crescente sbilanciamento della nostra società «verso la prospettiva del “mercato” e del “profitto” intesi come scopo dominante, anzi unico, dell’agire collettivo e individuale».
Di più: «questo pervasivo modello di rappresentazione metaforica in termini mercantili», oltre a corrodere i sistemi educativi vigenti, «rischia di minare le nostre democrazie». Pessimismo iperbolico? Niente affatto. Piuttosto, lucida e stringente analisi di uno studioso di caratura internazionale che si è speso al servizio della cultura classica e degli studenti, forgiando nuove leve di giovani intellettuali, futuri ricercatori e insegnanti essi stessi, e dunque accreditandosi come un maestro credibile in quanto (con riferimento alle due fondamentali categorie delineate dal beato Paolo vi nella Evangelii nuntiandi) affidabile testimone.
La pars construens del saggio di Bettini si apre con un richiamo all’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Da questo principio giuridico discende la necessità, per un paese considerato (più all’estero che all’interno) come una privilegiata land of culture, di ridestare nei cittadini italiani una sopita «memoria culturale»: da un lato valorizzando monumenti, musei e siti archeologici, vestigia di un glorioso passato; dall’altro promuovendo la trasmissione della cultura in senso lato e la ricerca specialistica. In questo panorama l’antichità classica occupa una posizione di spicco, dato che le civiltà ellenica e romana, strettamente interconnesse, costituiscono ancora e sempre le “pietre fondative” della nostra paideia: basti pensare alla filiazione dell’italiano dal ceppo latino e ai suoi debiti lessicali nei confronti del greco. Ma, al di là dei fattori linguistici, è tutto un processo evolutivo che ha plasmato nei secoli la letteratura italiana, l’ha impregnata d’influssi dei capolavori di Atene e Roma, ha generato un travaso di «personaggi, pensieri, sentimenti, racconti, descrizioni del mondo». A titolo esemplificativo: qualora si espellesse dalla scuola l’Eneide di Virgilio, ci si precluderebbe la piena comprensione di sant’Agostino, Dante, Ariosto, Manzoni, Pascoli, e non si coglierebbe il fruttuoso interscambio fra le due “mitologie” — classica e cristiana — costitutive della nostra identità culturale.
Certo, per “salvare” il lascito dei Greci e dei Romani urge commisurare la fruizione di quel patrimonio letterario alla sensibilità del xxi secolo. Il che non significa attualizzarlo in modo artificioso. Giacché a rendere «affascinante e degna d’interesse» la cultura antica «è proprio la sua estrema diversità», la sua alterità pur nella continuità della tradizione. Ed eccoci così di fronte a uno snodo cruciale del libro di Bettini: l’esigenza, nell’ambito del quinquennio liceale drenato dall’emorragia delle iscrizioni, di una didattica radicalmente innovativa e attrattiva sia per i docenti sia per i discenti. Occorre tagliare i ponti con le vetuste, stucchevoli metodologie circoscritte a un groviglio di regole grammaticali e sintattiche avulse dalla realtà storica, sociale, spirituale degli antichi; ampliare i contesti ben al di là dei ristretti perimetri di versioni simili a equazioni algebriche di problematica soluzione; sfrondare il pletorico nozionismo dei manuali; accostare i giovani alla profondità di pensiero, all’umanesimo integrale di tanti poeti e prosatori greci e latini. E ciò sarà possibile solo aprendo percorsi inediti, tracciando piste creative: premendo, quindi, il tasto del teatro (sintesi di traduzione, riscrittura, performance), rintracciando orme del passato in forme espressive del presente (i cosiddetti reception studies), virando verso rielaborazioni di taglio narrativo. Non tanto per affinare i meccanismi logico-retorici, secondo un tòpos inveterato, quanto per stimolare, attraverso il confronto tra civiltà distanti ma non imparagonabili, riflessioni e discussioni su temi di attualità quali i diritti umani, la parità di genere, la libertà individuale. Si tratta, insomma, di far scattare la seduzione dell’«antropologia dei classici».
Il sorprendente Io, un manoscritto di Simone Beta (Roma, Carocci, 2017, pagine 176, euro 14), uscito a ruota del “manifesto” di Bettini, si configura come un suo corollario pratico, una concreta applicazione delle sue tesi circa la “ristrutturazione” didattica. Un triplice filo connette i due agili volumi: Beta insegna la stessa materia, filologia classica, presso lo stesso ateneo senese; il suo nome figura per primo nella lista dei colleghi ringraziati da Bettini per la loro collaborazione; l’invenzione di questa “autobiografia” dell’Antologia Palatina è, palesemente, un frutto di quella “fantasia” metodologica che il pamphlet bettiniano sprona a esercitare.

di Marco Beck

 

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17 ottobre 2019

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