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I gesti di Pietro

· Il pontificato di Paolo VI ·

Evangelizzazione e unità dei cristiani

Paolo VI in visita   alla sede del Consiglio ecumenico delle Chiese  a Ginevra (10 giugno 1969)

Il 9 e 10 maggio si tiene a Milano, all’Università Cattolica del Sacro Cuore, un convegno su Paolo VI e il Vangelo nel mondo contemporaneo. Tra gli altri sono intervenuti il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, su Montini e la pace, e il presidente dell’Istituto Paolo VI sul rapporto tra annuncio del Vangelo ed ecumenismo. Pubblichiamo parti della sua relazione. 

Un tratto che emerge in modo spontaneo e insistente nel magistero di Paolo VI è la consapevolezza della tensione esistente tra la sincera volontà di cercare la riconciliazione tra le Chiese cristiane e l’esigenza di non venir meno alla fedeltà nella trasmissione del patrimonio di fede custodito dalla Chiesa cattolica. Il tema è dichiarato in occasioni ufficiali e solenni e affiora ripetutamente nella conversazione con i fedeli presenti alle udienze generali del mercoledì e nei discorsi domenicali all’Angelus.

Questa convinzione, che segna in modo caratteristico la coscienza che Paolo VI ha del proprio ministero ecclesiale, trova una espressione particolarmente netta il 10 giugno 1969, in occasione della visita alla sede del Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra, dove il Papa si presenta in questo modo: «Il nostro nome è Pietro. E la Scrittura ci dice quale significato Cristo ha voluto attribuire a questo nome, quali doveri esso ci impose: le responsabilità dell’apostolo e dei suoi successori».

Queste parole rivelano che Paolo VI ritiene suo dovere irrinunciabile presentarsi ai rappresentanti delle Chiese raccolte nel Consiglio ecumenico per quello che è, senza nascondere il ministero al quale egli è stato chiamato nella Chiesa. Di tale ministero egli richiama il fondamento evangelico, che ne costituisce la radice e ne stabilisce la norma, e aggiunge che la scelta del nome Paolo al momento della sua elezione ha voluto porre questo ministero sotto il segno della proclamazione del Vangelo a tutte le genti. Le divergenze esistenti tra i cristiani riguardo a questo ministero sono ben note a Paolo VI, ma esse non impediscono di riconoscere la comunione reale, sebbene imperfetta, esistente tra le differenti Chiese.

Se di fronte a un uditorio ecumenico qualificato come quello di Ginevra Paolo VI rivendica il carattere irrinunciabile del ministero petrino, due anni prima, in un discorso del 29 aprile 1967, rivolto ai responsabili dell’ecumenismo cattolico riuniti nel Segretariato per l’unità dei cristiani, Paolo VI aveva indicato nel Papa «l’ostacolo più grave sulla strada dell’ecumenismo».

Il ministero del vescovo di Roma è dunque presentato come irrinunciabile e, al tempo stesso, riconosciuto come l’ostacolo più grave per la riconciliazione tra i cristiani e le Chiese. In effetti, l’esercizio di tale ministero rappresenta un luogo nel quale si avverte in modo particolarmente acuto la tensione tra la sua vocazione a servire l’unità di tutti i cristiani e il fatto che per una parte cospicua di essi proprio tale ministero rappresenta un ostacolo per la comunione ecclesiale. Tale tensione riflette in realtà quella che attraversa l’immagine della Chiesa proposta dal Vaticano II.

Nell’insistenza sulla necessità di preservare integro il patrimonio della fede cattolica alcuni hanno visto uno svuotamento di fatto della dichiarata disponibilità al dialogo. Paolo VI nega con decisione questa conclusione. Nell’udienza generale del 20 gennaio 1971 egli si pone esplicitamente la domanda se la chiarezza e la fermezza raccomandate ai cattolici impegnati nel dialogo non siano tali da interrompere il dialogo ancor prima di cominciarlo. Al di là delle apparenze, non è così, ma sono proprio le condizioni ricordate a rendere il dialogo doveroso e possibile. «Doveroso, perché solo il possesso d’una fede, che crediamo vera e indispensabile, ci rende idonei al dialogo, e costituisce la condizione ad un fruttuoso dialogo; possibile, perché questo zelo per la fede è sorgente di mille risorse per il dialogo, che ci interessa».

«Papa Paolo VI possedeva il genio dei gesti». Con queste parole caratterizza l’azione ecumenica di Paolo VI nella testimonianza resa durante il processo di canonizzazione il cardinale Johannes Willebrands, uno dei suoi più stretti collaboratori in questo ambito, prima come segretario del Segretariato per l’unità dei cristiani (1960-1969), in seguito come presidente del medesimo organismo (1969-1989). In effetti, i gesti ecumenici compiuti da Paolo VI sono stati scelti in modo consapevole e meditato e hanno un’evidente valenza simbolica. Essi esprimono la volontà di incontro e di riconciliazione con Chiese e comunità ecclesiali con le quali da secoli i rapporti erano stati interrotti e intendono in tal modo contribuire alla riconciliazione delle memorie del passato, ma anticipano al tempo stesso la realtà di una comunione che non è ancora configurabile con precisione in termini teologici e canonici, ma che è resa visibile, almeno intenzionalmente, attraverso il gesto compiuto.

Il valore simbolico dei gesti compiuti da Paolo VI è particolarmente evidente nel pellegrinaggio compiuto in Terra santa dal 4 al 6 gennaio 1964. La memoria di questo viaggio è legata in modo inseparabile all’immagine dell’abbraccio tra il Papa e il patriarca ecumenico Atenagora, che ha reso visibile la volontà della Chiesa cattolica di mettere fine all’ostilità e all’indifferenza del passato, per aprire una nuova stagione di incontro e di dialogo.

In occasione di questo incontro, Paolo VI offre in dono al patriarca Atenagora, al patriarca Benedictos di Gerusalemme e al patriarca armeno un calice, come segno della condivisione del medesimo sacerdozio, che celebra l’unico sacrificio dell’unico Signore della Chiesa. Egli intende in questo modo esprimere l’identità della struttura sacramentale della Chiesa cattolica e delle Chiese ortodosse. Il patriarca Atenagora, a sua volta, dona a Paolo VI l’engolpion, segno in Oriente della dignità dei membri della gerarchia, e il Papa, di sua iniziativa, si è tolto la stola e se lo è lasciato mettere attorno al collo. «Il Santo Padre — sottolinea Pierre Duprey — con il suo dono, aveva sottolineato l’aspetto sacramentale della Chiesa, aspetto sacramentale che è uno dei più accentuati dalla tradizione orientale. Il patriarca ecumenico, col suo dono, sottolineava l’aspetto gerarchico della Chiesa, che è uno dei primi considerati dalla tradizione occidentale. Non c’era là anche il simbolo di una volontà di incontro, il segno precorritore che opposizioni indurite si aprono alla comprensione di una complementarità e renderanno possibile, sotto la guida dello Spirito, la genesi di una sintesi nell’approfondimento della fedeltà al mistero della Chiesa, alla sua ricchezza multiforme e insondabile, poiché esso non è che un aspetto del mistero di Cristo?».

L’incontro di Gerusalemme ha reso possibile un importante atto di riconciliazione tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse. Al termine del concilio (7 dicembre 1965) sono state abolite le scomuniche che Roma e Costantinopoli si erano scambiate nel 1054 e che avevano sancito la separazione tra Chiesa orientale e occidentale. Con questo atto, ciò che è implicito nei gesti compiuti da Paolo VI diviene, almeno in parte, esplicito e si dichiara che sono superate le scomuniche del passato, compiendo in questo modo un passo in avanti verso la comunione, benché essa non sia ancora ristabilita in pienezza e non possa essere suggellata dalla comune celebrazione eucaristica. L’affermazione positiva che corrisponde alla cancellazione delle scomuniche trova conferma anche nella qualifica di Chiese sorelle attribuita alle Chiese ortodosse nel breve di Paolo VI Anno ineunte (25 luglio 1967), indirizzato al patriarca Atenagora.

La rilevanza ecumenica del pellegrinaggio in Terra santa e degli incontri che vi si sono svolti è evidente, ma il viaggio di Paolo VI rappresenta al tempo stesso un messaggio rivolto al concilio e all’intera Chiesa cattolica. Al momento della sua elezione Montini aveva dichiarato la sua ferma volontà di proseguire e portare a termine il concilio convocato da Giovanni XXIII e, di fatto, la guida del Vaticano II e l’attuazione delle sue decisioni coincidono con il programma del suo pontificato. Paolo VI ha guidato in modi differenti l’assemblea conciliare: attraverso i discorsi che hanno delineato temi e priorità, seguendo con attenzione la redazione dei documenti e attraverso lo sforzo per giungere a una condivisione più ampia possibile dell’insegnamento formulato nei testi. In questo quadro, anche il pellegrinaggio in Terra santa, così come gli altri viaggi compiuti durante il concilio — in India e a New York, presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite — possono essere letti come altrettanti messaggi rivolti al concilio, formulati con il linguaggio dei gesti simbolici.

Il pellegrinaggio in Terra santa, secondo la felice intuizione di Gilles Routhier, sottolinea e rende visibile la necessità che la Chiesa, che nel concilio si interroga sulla propria identità e sulla propria missione, compia un movimento di decentramento da se stessa e di ricentramento su Cristo e sulla propria origine, mentre i viaggi successivi ricordano alla Chiesa la necessità di mettersi in cammino verso nuove frontiere, attraverso l’apertura al mondo, ai cristiani non cattolici, ai credenti di altre religioni, ai non credenti, alle culture e agli spazi dell’azione missionaria.

di Angelo Maffeis

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