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I frutti della riconciliazione

· Intervista agli ambasciatori di Francia e Germania nel cinquantesimo del Trattato dell’Eliseo ·

L’amicizia tra i due Paesi condizione necessaria per la pace in Europa

Il culmine di un processo politico intrapreso  per chiudere un capitolo lungo e doloroso: quello di un secolo di scontri segnato da tre guerre. È stato questo il Trattato dell’Eliseo firmato da Francia e Germania il 22 gennaio del 1963. Da un punto di vista simbolico, oltre che storico, l’accordo di cooperazione siglato a Parigi dal generale Charles de Gaulle, per parte francese, e dal cancelliere Konrad Adenauer, per parte tedesca, rappresenta infatti il momento più alto del cammino di riconciliazione tra due Nazioni che si erano aspramente combattute. Ma costituisce anche un tassello fondamentale di un più ampio processo di integrazione europea che, dopo la seconda guerra mondiale, prendeva corpo grazie all’impegno di altre eminenti figure di politici cattolici come Alcide De Gasperi, Robert Schuman e Jean Monnet. In occasione del cinquantesimo anniversario del Trattato, gli ambasciatori di Francia e Repubblica Federale Germania presso la Santa Sede, Bruno Joubert e  Reinhard Schweppe, hanno partecipato, il 17 gennaio, a una tavola rotonda ospitata da «L’Osservatore Romano»  alla quale hanno preso parte il segretario di redazione, Gaetano Vallini, il caporedattore, Piero Di Domenicantonio, gli incaricati delle edizioni settimanali francese e tedesca,  Jean-Michel Coulet e Astrid Haas, il coordinatore del servizio internazionale, Giuseppe Fiorentino, e il nostro direttore. Nel corso dell’incontro —  il primo nel suo genere svoltosi nella sede del giornale —  i due ambasciatori hanno rilasciato un’intervista esclusiva.

Il Trattato dell’Eliseo è stato firmato nel contesto di un’Europa profondamente ferita dalle guerre. In quale misura l’amicizia franco-tedesca, rafforzata cinquant’anni fa a Parigi, ha portato l’Europa a trasformarsi da teatro di guerra a mediatore di pace?

Joubert – Dopo tre guerre omicide in Europa, la riconciliazione franco-tedesca è apparsa come una condizione sine qua non per instaurare la pace nel continente.  Il Trattato rispondeva a tre obiettivi, esposti nella Dichiarazione comune che l’accompagna: suggellare la riconciliazione franco-tedesca, creare tra i due Paesi una vera amicizia e favorire così la «costruzione dell’Europa unita, che è il fine dei due popoli». Quest’ultimo obiettivo  è stato riaffermato nel 2003, nel  quarantesimo anniversario del Trattato che è  il collante di relazioni permanenti e intense. È il catalizzatore delle iniziative franco-tedesche all’origine di ogni grande progresso nella costruzione europea. Essenziale per il  rapporto franco-tedesco è la volontà di accettare compromessi, di cercare in ogni momento e dinanzi alle difficoltà che inevitabilmente sorgono, dinanzi agli interessi che non sempre coincidono, la via del dialogo, del dibattito, la soluzione di compromesso che consente di progredire.

Schweppe –  Per secoli l’Europa è stata lacerata da conflitti e spesso al loro centro vi erano i contrasti tra Germania e Francia. Tutto ciò ha costituito una grande tragedia con terribili spargimenti di sangue. L’intesa franco-tedesca ha posto fine ai conflitti e reso possibile l’Unione europea. Quest’ultima è un modello efficace e senza precedenti per ottenere la pace, la stabilità e il benessere. L’intesa franco-tedesca e l’Unione europea che ne è scaturita sono fortemente influenzate dal patrimonio degli ideali cristiani. In Europa ancora oggi esistono interessi contrastanti. Diversamente dal passato, però, ora non vengono più espressi attraverso guerre, bensì in modo pacifico e risolti attraverso compromessi. Vorrei spiegarmi meglio. Ho una certa esperienza. Faccio il diplomatico da trentasette anni. Sin dall’inizio ho sempre avuto a che fare anche con colleghi francesi. In base a questa mia esperienza, quando si entra in trattativa con i colleghi francesi, le posizioni di partenza sono spesso molto distanti. Ma entrambe le parti affrontano questi colloqui con la ferma volontà di ottenere un risultato. Alla fine il risultato c’è, anche se non può essere nient’altro che un compromesso E tutto questo è irrinunciabile per svolgere un buon lavoro nell’Unione Europea.

Quali prospettive si aprono, dopo mezzo secolo, per la collaborazione tra i vostri due Paesi?

Joubert – L’intensità e la diversità della cooperazione franco-tedesca sono senza pari, dal punto di vista sia politico, sia economico, commerciale, industriale, scientifico, educativo o culturale. È d’altro canto uno dei punti specifici dell’accordo del 1963 prevedere un riavvicinamento delle società civili e non solo delle istituzioni. È stata creata una rete molto fitta, senza precedenti, di istituzioni bilaterali, di associazioni, di gemellaggi, che anima e arricchisce la cooperazione. Nel 2010 è stata adottata l’Agenda franco-tedesca per il 2020, che ha fissato ottanta obiettivi concreti e che si articola in sei grandi capitoli, spaziando dall’economi all’energia, dal clima all’educazione, dalla politica estera e di difesa al quadro istituzionale.

Schweppe – Per mia esperienza, la collaborazione franco-tedesca è una fonte di energia. Potrei citare anche un’altra immagine: è come un albero, che produce germogli sempre nuovi. Si dischiudono campi sempre nuovi di collaborazione. Vorrei però sottolineare un punto in particolare. I colloqui franco-tedeschi riguardano per l’80, 90 percento questioni europee. Solo il 10 percento è puramente bilaterale. In questo 90 percento siamo profondamente consapevoli di una cosa: nell’Unione europea non vogliamo costituire  un direttorio. Tutti i partner sono alla pari. Possiamo contribuire con le nostre idee al processo decisionale europeo, ma, in ultima analisi, attorno al tavolo siamo seduti in 27 con pari diritti. E anche questa è un’idea cristiana: niente dominio, nessun direttorio.

In che modo l’amicizia tra Francia e Germania può servire da esempio per altri accordi in diverse parti del mondo?

Joubert –  Nonostante i conflitti e i rancori che hanno potuto opporre i nostri due Paesi, alcuni francesi e alcuni tedeschi, come Konrad Adenauer e Robert  Schuman, Jean Monnet e il generale de Gaulle, hanno continuato a credere e a operare per la pace e l’amicizia tra questi due popoli, anche se all’epoca ciò sembrava impossibile. C’erano dunque, già allora, una volontà e una visione. Animati da questa visione, allo stesso tempo personale e politica, hanno deciso di agire. Certo, si  deve tenere conto anche della forza della loro fede cattolica.  Emerge così un metodo che può essere applicato ad altri casi. Prima di tutto c’è questa visione che ho appena ricordato, poi c’è anche la volontà autentica, una volontà che deve essere vera, che non deve essere un  solo un consenso diplomatico, c’è questa ricerca del compromesso. Tutto ciò è l’Unione europea, è la pace, è la costruzione di un’economia forte e democratica. È, di fatto, la definizione di un interesse che si può considerare valido e che s’impone al di là degli interessi nazionali.

Schweppe – L’amicizia tra francesi e tedeschi in Europa è servita più volte da modello. Per esempio la Germania intrattiene oggi relazioni  molto intense e amichevoli con l’Italia. E anche i  rapporti con la Polonia — fortemente promossi dalla Chiesa cattolica — sono strettissimi. Al di fuori dell’Europa, per gli altri continenti, è soprattutto l’Unione europea a poter servire da modello. L’Asean, nel sudest asiatico, e il Mercosur, in sudamerica, prendono entrambi esempio dall’Ue. La cosa interessante è che noi, in Europa, qualche volta abbiamo dubbi, siamo scettici, ma tutti gli altri, dal di fuori, ci vedono come esempio da imitare. Da questo punto di vista, l’Unione Europea è certamente un prodotto di esportazione di successo.

L’Europa si deve talvolta confrontare con  sentimenti in contrapposizione a una comune appartenenza. In che modo la Francia e la Germania s’impegnano per trasmettere ai giovani il senso dell’Europa, così come era nelle intenzioni dei padri fondatori? In che misura il recupero delle radici cristiane può aiutare in questa operazione?

Joubert – L’Ufficio franco-tedesco per la gioventù, che festeggerà il suo cinquantesimo anniversario il prossimo 5 luglio, ha come scopo di approfondire i legami e di favorire gli scambi tra i giovani dei due Paesi, sviluppando al contempo il sentimento di un’appartenenza comune e la promozione dei valori europei. Dal 1963, più di 8 milioni di giovani francesi e tedeschi hanno partecipato a programmi di scambio. Inoltre, nel quadro della nostra cooperazione pedagogica, abbiamo realizzato un manuale franco-tedesco di storia in tre volumi. È in questo contesto che le radici comuni europee possono essere spiegate alle nuove generazioni, contesto che negli ultimi cinquant’anni è stato profondamente segnato da una maggiore apertura.

Schweppe – Non credo che la maggior parte degli europei abbia un atteggiamento ostile nei confronti dell’Unione europea. C’è un certo deficit di democrazia. Talvolta a Bruxelles vengono prese decisioni che sono molto distanti dal cittadino. Per questo è importante applicare in modo più coerente il principio di sussidiarietà sviluppato dalla dottrina sociale cattolica: le decisioni devono essere il più vicino possibile alle persone coinvolte. Ciò che può esser deciso a livello nazionale, non deve essere regolamentato a livello europeo, quello che può essere risolto a livello regionale, non deve essere stabilito a livello nazionale. Viceversa, è anche chiaro che oggi nessun singolo Stato europeo, compresa la Germania, può difendere la propria posizione con efficacia a livello globale. Solo l’Unione europea ci offre la possibilità di essere, insieme ai nostri partner, un global player. Ritengo poi che l’Unione europea abbia il fattore cristiano nel suo dna. Proviene da Adenauer, proviene da de Gaulle, proviene da De Gasperi. Ovvero dai padri fondatori di questa Unione europea i quali  erano tutti buoni cattolici. E questo è nei geni dell’Unione Europea. Non bisogna dimenticare che ad aprire la strada all’ideale europeo è stato Pio XII. La sua esperienza dei terribili giorni della seconda guerra mondiale ha fatto sì che, fin dal 1945, abbia di fatto promosso l’idea di un unione tra i Paesi del continente  in molti discorsi pubblici.

L’anti-europeismo è uno degli effetti dell’attuale crisi economica. Come si deve procedere per evitare che l’unione economica europea venga vista esclusivamente come una realtà finanziaria?

Joubert – Francia e  Germania da lungo tempo hanno messo in atto iniziative volte a rafforzare gli scambi economici, essendo ognuno di gran lunga il partner principale degli all’altro. Le imprese tedesche danno lavoro a 320.000 persone in Francia, e le imprese francesi a 285.000 in Germania. Questi legami illustrano bene la realtà dell’Unione economica europea. Dall’inizio della crisi, la Francia e la Germania hanno lavorato insieme per preservare l’integrità della zona euro. Per ultimare l’unione economica e monetaria, gli Stati membri devono impegnarsi in modo più chiaro per cancellare il proprio  debito e anche per ridurre gli squilibri dei loro conti. Un mezzo fondamentale per raggiungere tali obiettivi  creare le condizioni per una ripresa e incoraggiare la crescita: è questo il senso del Patto per la crescita e l’impiego proposto nel 2012 dalla Francia e dalla Germania. Ma la crisi che sta colpendo in pieno la zona euro ha bisogno di una risposta più globale. Dipende indubbiamente dal completamento dell’unione economica e monetaria, dell’unione bancaria, ma anche dallo sviluppo di una politica sociale europea, di una comunità dell’energia, di una vera diplomazia europea, come pure dagli sforzi per dare alle istituzioni europee maggiore legittimità democratica.

Schweppe – La politica economica e finanziaria comune è un aspetto importante dell’Unione europea, ma non il più importante. Vorrei, in questo contesto, ricordare con gratitudine ciò che il Santo Padre ha detto il 7 gennaio durante l’udienza al corpo diplomatico. Ha fatto affermazioni importanti riguardo alla politica economica e finanziaria. In Germania sono state accolte con grande interesse e tenute in gran conto. Voglio di ribadire che l’Unione europea è molto di più: è una comunità di valori. Le nostri radici cristiane, la nostra esperienza storica e la nostra comprensione degli eventi politici ci portano a cercare soluzioni che siano giuste e accettabili nella stessa misura per tutti gli Stati membri. Il dominio e la ricerca di egemonia sono l’esatto contrario della politica europea.

Entrambi i Paesi sono meta di grandi flussi migratori. Possiamo considerare la Francia e la Germania esempi di una più vasta integrazione, che si apre  al sud del mondo?

Joubert – La Germania e la Francia hanno in comune il fatto di essere due importantiPaesi di destinazione e di accoglienza dei migranti. Hanno sviluppato modelli d’integrazione storicamente diversi, ma che oggi si devono però confrontare con le stesse sfide: preservare l’attrattiva dei nostri Paesi,  assicurare l’accoglienza dei migranti in situazione regolare e il loro buon inserimento nelle nostre società,  anche attraverso la loro naturalizzazione e, nello stesso tempo, assicurare il controllo dei flussi e lottare contro i traffici che si nutrono della miseria umana. Non parlerei di modello: ogni paese ha la sua prassi, fatta di aspetti, di dispositivi, che vanno certamente migliorati, ma che sono già, in molti casi, esempi  di successi.

Schweppe – Nei due Paesi c’è una forte immigrazione, ma i problemi sono molto diversi. Cerchiamo di trovare soluzioni, e sono convinto che le soluzioni possano essere solo europee. Basta pensare all’Italia, uno dei Paesi dove giunge uno dei più forti flussi di migranti che poi si distribuiscono in tutta Europa. Anche in questo caso non si può fare a meno di una soluzione europea. Occorre anche entrare in trattativa con i Paesi di origine. Non dimentichiamo che esiste un’importante organizzazione delle Nazioni Unite, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, con sede a Ginevra, della quale la Santa Sede è diventata membro meno di un anno fa. Le posizioni della Santa Sede e quelle europee non sono sempre identiche. Tuttavia, si fecondano reciprocamente e per questo ascoltiamo con grande interesse quello che la Santa Sede ha da dire.

Questo tema particolare comprende questioni delicate di primaria importanza, come il rispetto dell’identità religiosa. Si può parlare, proprio in questo ambito, di una visione e di uno sforzo comuni per tutelare la libertà di religione nel mondo?

Joubert – Francia e Germania sono impegnate nella promozione dei valori  di tolleranza e di libertà di coscienza. La libertà religiosa è chiaramente un elemento centrale, e nel nostro Paese è garantita costituzionalmente e da molto tempo. La nostra azione può assumere forme diverse, in funzione dei Paesi coinvolti, della nostra influenza locale e dei mezzi   disponibili. La determinazione di fronte al fanatismo e all’integralismo, che spesso minacciano esplicitamente i diritti umani,  soprattutto quelli delle donne e delle minoranze religiose, è chiara. L’attuale intervento in Mali, nel quadro della Carta delle Nazioni Unite, è una  risposta alla richiesta di aiuto di quello e di altri Paesi della regione. È un esempio molto concreto e forte di ciò che si può fare in questo ambito. La Francia laica è anche uno dei paesi più impegnati a favore dei cristiani d’Oriente.

Schweppe – L’Unione europea s’impegna con successo in tutto il mondo a favore della libertà di religione e della libertà di culto. Lo abbiamo stabilito anche nella carta dei diritti fondamentali dell’Ue, che rispettiamo rigorosamente. Certo, anche in questo campo esistono delle lacune. Ritengo, però, che l’Europa non abbia bisogno di nascondere a nessuno nel mondo il suo bilancio, complessivamente buono. Vorrei aggiungere ancora una cosa: ho lavorato per diversi anni al Consiglio per i diritti umani di Ginevra. E la collaborazione dell’Unione europea con il rappresentante della Santa Sede,  , è stata sempre molto stretta e caratterizzata da grande fiducia. Perché sono questioni sulle quali abbiamo lo stesso obiettivo.

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