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I fratelli di Gesù

· A partire dal romanzo di Françoise Chandernagor, una riflessione su un punto dibattuto della Scrittura e della teologia ·

Anthonis van Dyck, «Giuda» (1620)

Due o tre anni fa il direttore dell’Osservatore Romano mi aveva chiesto una recensione del libro che Benedetto XVI aveva appena pubblicato sull’infanzia di Gesù di Nazaret. Il libro era eccellente e la mia recensione fu sinceramente elogiativa. Ho ricevuto complimenti dagli italiani. Una cosa, però, mi aveva sorpreso. Non diceva nulla sulla questione dei fratelli di Gesù. Ebbene, ci tengo moltissimo all’“uniparità” della Vergine Maria. Nel mio articolo ho supposto che se il Papa non ne aveva parlato era per preterizione, perché per lui era una cosa evidente, come per tutti i cattolici, che non fosse necessario discuterne. E non solo per i cattolici, perché nel mio testo ricordavo che Lutero e Calvino invocavano le maledizioni più terribili su quanti avevano l’audacia di contestare questa verità tanto antica quanto il cristianesimo. È stato il mio ultimo articolo sull’Osservatore Romano [del 23 gennaio 2013].

Spinto dalla curiosità, ho comprato il romanzo di Françoise Chandernagor intitolato Vie de Jude, frère de Jésus (Paris, Albin Michel, 2015). Conosco e stimo questa autrice che, come me, siede nella giuria del Premio Chateaubriand, e di lei ho letto alcune opere di ottimo livello.

È un romanzo scritto con vigore. La scrittrice immagina un manoscritto ritrovato, il cui autore sarebbe Giuda, fratello minore di Gesù, che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita e che avrebbe svolto un ruolo importante ai primordi della Chiesa. Sarebbe stato uno dei pilastri della “Chiesa di Giacomo”, a Gerusalemme. Giuda si esprime in termini aspri sul carattere imperioso di Paolo, che si autoproclama apostolo dei gentili, e che avrebbe impresso una direzione diversa alla religione nascente.

Il ritratto che Chandernagor fa di Gesù è più “ortodosso” di quello di Renan. Lei (o Giuda) non rifiuta i miracoli e neppure la resurrezione. Ammira e rispetta Gesù e dimostra un vero affetto per Maria, madre di famiglia commovente ed esemplare. Conosce bene le istituzioni e i modi di vivere degli ebrei dell’epoca e imita abilmente lo stile dei vangeli. Questo romanzo si fonda su ricerche serie e poggia su un’indagine documentata.

Alla fine del libro, Françoise Chandernagor, abbandonato il ruolo di romanziera e ridivenuta il consigliere di Stato competente qual è, aggiunge un ultimo capitolo: L’atelier de l’auteur. Spiega come ha fatto e perché. Riassumo qui le sue argomentazioni, senza approvarle né criticarle, perché non ne ho i mezzi. Lei giustifica la tesi della “multiparità” della Vergine Maria. Nel romanzo Maria, sposa di Giuseppe all’età di quattordici anni, dà alla luce Gesù, poi i suoi quattro fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, oltre ad alcune sorelle che non vengono nominate. Dunque una fratria di almeno sette figli.

Quei nomi si trovano nei vangeli (Matteo e Marco), negli Atti degli apostoli, nelle lettere di Paolo, nella lettera di Giacomo e in quella di Giuda. Questi ultimi sono chiamati «fratelli del Signore». Sono citati in numerosissimi apocrifi. Flavio Giuseppe, storico indipendente dall’ambito dei vangeli, menziona la morte, nel 62, di Giacomo «fratello di Gesù detto il Messia».

Per oltre tre secoli i Padri della Chiesa non hanno provato alcun imbarazzo a parlare dei fratelli di Gesù, per esempio Egesippo, citato da Eusebio di Cesarea, e Tertulliano. Tuttavia, alla fine del iv secolo, verso il 380, il vescovo Epifanio di Salamina suggerisce che questi fratelli potrebbero essere solo dei fratellastri, frutto di un primo matrimonio di Giuseppe. Si fondava su un celebre apocrifo, il Protovangelo di Giacomo, solitamente datato alla fine del ii secolo. Françoise Chandernagor presume che vi fosse una domanda popolare di una dea eternamente vergine e che ci fosse stata una contaminazione con il culto di Iside e anche con altre sette nemiche della sessualità e del matrimonio. Nello stesso clima si sviluppano i racconti sulla venuta al mondo di Gesù, che sarebbe avvenuta in modo più o meno miracoloso.

L’intervento decisivo fu quello di san Girolamo, uno dei quattro Padri della Chiesa latina. Nel 383 propone la sua tesi: i quattro fratelli del Signore sono cugini, in quanto la parola fratello è stata iscritta nel Nuovo Testamento a seguito di una cattiva traduzione dall’ebraico o dall’aramaico nella lingua greca. Ritiene anche che Giacomo, capo della Chiesa di Gerusalemme, non fosse Giacomo il Maggiore (figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni) ma un altro Giacomo, Giacomo il Minore, figlio di Alfeo e di un’altra Maria. Ciò rafforzava un altro dogma che si stava formando, quello di Maria sempre vergine.

La situazione oggi è la seguente. Le Chiese protestanti non hanno difficoltà ad ammettere l’esistenza dei “veri” fratelli di Gesù. Rifiutano anche la verginità perpetua. Bisogna dire che nelle Chiese protestanti prevalgono considerazioni dogmatiche che sminuiscono fortemente lo status e il ruolo della Vergine nell’economia generale della salvezza. Il luteranesimo conserva un certo affetto per la figura di Maria. Lutero ha scritto un commovente commento al Magnificat. L’anglicanesimo anche, mentre il calvinismo teme che il culto della Vergine degeneri in idolatria e che diventi una deriva, addirittura un parassita, del culto dovuto solo a Dio. Soli Deo gloria, a Dio solo la gloria: è il motto di Calvino.

Le Chiese ortodosse ritengono, sulla scia di Epifanio di Salamina, che i fratelli siano fratellastri, figli di un primo matrimonio di Giuseppe. Credono fermamente nella verginità perpetua, post partum. Nello spirito dell’ortodossia questo è ovvio e si prova una sorta d’imbarazzo nel dirlo. Ciò può spiegare il silenzio dei primi secoli constatato da Chandernagor. Piuttosto che definire un dogma la Chiesa orientale preferisce restarne in contemplazione. La Madre di Dio viene vista alla luce del concilio di Efeso che le ha conferito (o riconosciuto) questo titolo. La Vergine è detta “la purissima”, la pretchistaia, come dicono i russi, «infinitamente più degna degli angeli», più alta, addirittura, dei serafini e dei cherubini, come recita la preghiera ortodossa alla Vergine, di stile più teologico della nostra Ave Maria latina. L’ortodossia non ha seguito la Chiesa cattolica nella definizione del dogma dell’Immacolata Concezione e neppure in quello dell’Assunzione. Vi crede misticamente da sempre. Per questo non ne parla.

La posizione ufficiale della Chiesa cattolica si attiene a san Girolamo: Gesù non ha avuto fratelli né fratellastri. Ha avuto dei cugini. La Chiesa cattolica non si accontenta della fede implicita degli orientali. Vorrebbe rispondere con precisione al problema posto.

In Matteo, 13, 55-56, si legge: «Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?». E in Marco, 6, 3: «Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?».

Tutto il dibattito si fonda sul significato di fratello. In greco il termine è adelphòs, utilizzato ripetutamente nel Nuovo Testamento. Trecentoquarantatré volte, precisa Françoise Chandernagor, per designare «sia un fratello metaforico (membro della comunità cristiana), sia un fratello biologico, e null’altro». Cugino in greco si dice anepsiòs. La parola è nota a Paolo, che distingue perfettamente i due termini. Nelle sue lettere definisce Giacomo «fratello di Gesù», mentre indica Marco come un cugino (anepsiòs) di Barnaba. Flavio Giuseppe definisce Giacomo adelphòs, ossia fratello di Gesù e non cugino. Diamo atto all’autrice della sua analisi. Il dibattito è chiuso? Ammettiamo che fratello significhi fratello biologico. Questo implica che Maria, madre di Gesù, sia madre allo stesso modo di Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?

Nei vangeli appaiono quattro Marie. Una, Maria di Magdala, non ha figli. Maria, sorella di Marta e di Lazzaro — l’amico di Gesù, morto e risuscitato per opera sua — neppure. Maria, la sposa di Giuseppe, è la madre di Gesù. Infine c’è un’“altra Maria”. In Matteo, 27, 56 appare tra le donne che osservano «da lontano» il supplizio di Gesù. Viene chiamata «madre di Giacomo e di Giuseppe». Non può essere confusa con Maria madre di Gesù, che sembra non far parte di quel gruppo, altrimenti verrebbe indicata come madre di Gesù e non solo di Giacomo e di Giuseppe. Questa “altra Maria”, accompagnata da Maria di Magdala, va a visitare il sepolcro di Cristo, all’indomani dello shabbàt (Matteo, 27, 61).

Marco (15, 40) lo conferma: «C’erano anche alcune donne, che stavano a osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il Minore e di Ioses [cioè di Giuseppe], e Salome». Salome, moglie di Zebedeo, è la madre di Giacomo il Maggiore e di Giovanni l’apostolo. Questi ultimi due non vengono mai chiamati “fratelli di Gesù”. Marco aggiunge che questa Maria, con Maria di Magdala, osservava mentre lo portavano nella tomba e guardava «dove veniva deposto». Dopo lo shabbàt, insieme con Maria Maddalena e Salome, compra oli aromatici per ungere la salma.

Poi le tre donne si recano al sepolcro, scoprono che è aperto, che la pietra che lo chiudeva è rotolata via, e un angelo annuncia loro che il crocifisso «non è qui», è «risorto». Fuggono via spaventate.

In Luca, 24, 1-10, c’è la stessa scena. A Maria Maddalena e a «Maria madre di Giacomo», si aggiunge Giovanna.

Ma chi è questa “altra Maria”? Giovanni scrive (19, 25): «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala». Allora questa altra Maria (moglie di Cleofa) è la “sorella” di Maria Vergine. È tuttavia improbabile, per motivi legati alle regole genealogiche, che due figlie di uno stesso padre abbiano lo stesso nome. L’“altra Maria” sarebbe dunque la cognata della Vergine, ossia sorella di suo marito o moglie di un fratello di suo marito. Sorella o cognata in Israele è un tutt’uno. Lei è la madre di Giacomo, fratello del Signore e di Giuda, il quale non ha dunque il titolo di fratello di Gesù, ma di fratello di Giacomo.

Bisogna menzionare anche un altro personaggio, Alfeo. Questi è il padre dell’apostolo Giacomo il Minore, fratello del Signore menzionato sempre con Joses-Giuseppe suo fratello.

Riassumiamo. Maria, la Vergine, madre di Gesù, l’“altra Maria”, detta Maria moglie di Cleofa in Giovanni, 19, 25, madre di Simone, detto fratello del Signore, e di Giuda, detto fratello di Giacomo e non del Signore. Restano Giacomo il Minore e Joses-Giuseppe, che sono i figli di Alfeo, parimenti fratelli del Signore.

In questa analisi mi baso continuamente sul lavoro minuzioso di Maria Besançon (si vedano i suoi studi Le Péché originel, Parole et Silence, 2007, e Si Dieu est bon, pourquoi la mort? Quand l’intelligence cherche la foi, Parole et Silence, 2014). Lei conclude dicendo che nellafratria di Nazaret uno solo, Gesù, è figlio della Vergine; Simone e Giuda sono dell’“altra Maria”, Giacomo il Minore e Joses-Giuseppe sono figli di Alfeo. Non ritiene inverosimile che questo Alfeo sia un cognato della Vergine o di Giuseppe e che sia stato in un primo matrimonio il marito dell’“altra Maria”, la quale poi avrebbe sposato Cleofa.

Occorre spiegare il significato del termine fratello nell’espressione di Matteo e di Marco «fratelli di Gesù». Maria Besançon fa riferimento alla legge del goël, così come viene presentata nel libro di Rut. La cito: «La legge di Mosè ordina ai figli d’Israele d’intervenire a protezione della famiglia nel ruolo del goël per il riscatto del patrimonio. Anche nel ruolo di levir, l’uomo d’Israele dovrà dare una discendenza alla moglie del defunto erede privato di progenie. Nel libro di Rut, Booz è il goël che va in aiuto di Noemi e di Rut a protezione del clan».

Nel clan i membri della fratria sono legati dagli obblighi di questa legge, come se fossero membri di una sorta di assicurazione reciproca. All’interno del gruppo questo legame si esprime con il termine fratello, anche se non tutti appartengono alla stessa cellula biologica. È noto che nel greco dei vangeli goël viene tradotto con “paracleto” e si conoscono gli sviluppi che questa nozione avrà nella teologia cristiana.

Non sono competente in questo campo. Sono incapace di prendere partito in una questione esegetica sapientemente argomentata dagli autori seri ai quali Françoise Chandernagor fa riferimento. Per citarne solo uno, il notissimo esegeta John P. Meier, sacerdote cattolico, nella sua monumentale opera A Marginal Jew, Jesus of Nazareth (che Benedetto XVI ha lodato quale «modello di esegesi storico-critica») scrive: «Da un punto di vista puramente filologico e storico l’opinione più credibile è che i fratelli e le sorelle di Gesù fossero davvero i suoi fratelli e le sue sorelle».

Ne prendo atto. Vorrei però che mi si spiegasse perché l’“altra Maria” che assisteva «da lontano» all’esecuzione di Gesù è madre di Giacomo e di Joses ma non di Gesù, per quel che si sa. Perché Gesù sulla croce ordina «al discepolo che Gesù amava», a cui la tradizione dà il nome di Giovanni, figlio di Zebedeo, estraneo alla sua famiglia ristretta, perché dunque Gesù gli ordina di prendere Maria per madre, e perché quel discepolo la prende con sé, mentre lei ovviamente avrebbe dovuto essere accolta dai suoi “figli”. La Vergine lascerà la terra d’Israele e seguirà Giovanni a Efeso, dove morirà. Indubbiamente i dotti esegeti avranno delle risposte alle mie timide obiezioni. Posso essere certo che la loro teoria sia assolutamente e definitivamente più convincente delle soluzioni sopra considerate? Dopotutto, partendo dal presupposto che conoscesse a fondo le leggi del goël e del levirato, san Girolamo poteva, secondo l’uso dei latini, proporre il termine cugino, senza che ciò fosse così scandaloso come Françoise Chandernagor ritiene.

Bisogna riconoscere che la questione è ingarbugliata. La soluzione di Chandernagor sembra risolvere le difficoltà; di fatto ne fa nascere altre. Pascal dà una spiegazione generale per l’oscurità della Scrittura: Dio è nascosto, absconditus, egli si lascia vedere da quanti lo cercano, ma mai in modo ovvio. La Scrittura è equivoca e disseminata di tranelli. La questione dei fratelli di Gesù è forse uno di questi tranelli.

Non è questo il mio scopo. È piuttosto quello di valutare le conseguenze della dottrina secondo la quale Maria ha avuto vari figli.

Esaminiamo la visione del cristianesimo professata da Françoise Chandernagor o dal suo portavoce, Giuda fratello di Gesù (va notato che lui stesso si dichiara non fratello di Gesù, ma fratello di Giacomo: essendo il più giovane è forse l’ultimo nella catena degli obblighi del goël? Non saprei).

È questo il quadro generale del romanzo. Gesù, il maggiore, è il figlio preferito della Vergine che lo ascolta e vuole che gli si obbedisca. Madre irreprensibile, segue la volontà di Dio e quella di suo figlio. Assiste in piedi al suo supplizio. Gesù incute soggezione per la sua gravità, la sua autorità. È spesso assente da Nazaret e s’intuisce che è impegnato in diverse esperienze religiose con altri gruppi. Conosce gli esseni, ma non fa parte della loro comunità. Fa miracoli, che non sembrano di natura diversa da quelli che continuano a fare anche ai nostri giorni i “rabbini miracolosi” del movimento hassidico. Appare a molti dopo la sua scomparsa dal sepolcro, tranne che a Giuda che se ne rattrista. Tutto ciò è straordinario, ma non ne fa un Dio. Nelle Scritture il patriarca Enoch ed Elia sono stati “rapiti”. Il profeta Elia ha riportato in vita il figlio della vedova di Sarepta. Gesù in questo romanzo è più “divino” dell’“uomo incomparabile” che procurò dei guai a Renan. Ma non si legge che insegna o lascia intendere di essere il “Figlio di Dio”. Nulla sembra accennare a ciò che in seguito sarà dogmatizzato come Incarnazione.

Il gruppo che si forma dopo la morte di Gesù a detta della scrittrice non sempre è capace o addirittura desideroso di una tale speculazione. Pietro, Giacomo, Giuda e gli altri custodiscono fedelmente i comandamenti mosaici. La loro pietà se ne alimenta. Calmi, raccolti, riuniscono, per quel che si sa, gruppi “ebioniti”. L’idea di una rottura con la legge d’Israele è loro estranea.

«Quanto alla figura di Maria, essenziale ai miei occhi o meglio al mio cuore — dice la nostra scrittrice — non mi appare sminuita dall’esistenza di fratelli e sorelle biologici di Gesù. Poiché, in definitiva, a chi si può far credere che una madre di una famiglia numerosa sia per natura meno santa, meno amorevole, meno caritatevole e meno “mediatrice” di una vergine perpetua?». Figli o non figli, insomma, non cambia nulla.

Françoise Chandernagor non è sola. Molti cristiani, persino cattolici, condividono oggi la sua visione. Non è da ieri che la questione dei fratelli di Gesù viene posta, ma esisteva solo per alcuni esegeti troppo curiosi. Il popolo fedele si teneva alla larga da un’opinione così incredibile, così scioccante, sentendo odore di eresia. Ora non lo è più e il suo “odore di zolfo” non è più percepito come pestilenziale.

Il concilio Vaticano II, nei suoi documenti, non ha fatto nulla per diffonderla. Ha però favorito due stati d’animo che la fanno accettare. Ha elevato il matrimonio a una dignità pari a quella della castità. Il concilio di Trento aveva gettato l’anatema su quanti sostenevano che la castità non fosse una condizione di vita superiore al matrimonio fecondo. Tale anatema ha perso vigore. Difendendo l’astinenza presbiterale il papato ha tenuto a esaltare contemporaneamente la bellezza e i meriti del matrimonio cristiano. Si direbbe che le due “vie” abbiano un valore analogo.

Poi, il lungo lavoro di riconciliazione con il mondo ebraico ha fatto sì che quest’ultimo sia stato meglio percepito, meglio conosciuto, meglio rispettato. Cristo e la Santa Famiglia sono stati reintegrati nel popolo e nel modo di vivere d’Israele. L’accurata indagine dell’autrice lo testimonia. Tutti hanno appreso che i giovani ebrei dovevano obbligatoriamente sposarsi, che le giovani ebree prendevano marito non appena potevano avere figli, che la fecondità era per loro fonte di onore e di considerazione. Perché la santa Vergine, figlia di Sion, figlia di Abramo secondo il suo cantico, non avrebbe dovuto seguire questo cammino di virtù? Perché non avrebbe dovuto in questo essere anche un esempio per le madri di famiglia cattoliche, le ultime in Europa a essere ancora fiere di una famiglia numerosa? Gli esegeti hanno pian piano visto che la barriera dei testi scritturistici era porosa, che li si poteva ragionevolmente interpretare in modo diverso dal passato, e che, in definitiva, non sarebbe cambiato nulla se la Vergine, dopo la nascita di Gesù, avesse concepito con Giuseppe, suo sposo legittimo, e messo al mondo una lunga sfilza di figli e figlie.

Così il sostegno delle Scritture alle interpretazioni tradizionali sembra venir meno e, anzi, spinge verso le interpretazioni moderne. La bilancia pende da questo lato. Un ex direttore dell’École biblique di Gerusalemme, padre Refoulé, domenicano, scrive: «Per l’esegeta e per lo storico, i fratelli e le sorelle di Gesù sono, con ogni probabilità, fratelli e sorelle di sangue». Per l’esegeta e lo storico va bene, ma per il cristiano?

Occorre constatare che a impedire l’adozione generale e l’accettazione da parte della Chiesa della tesi della Vergine Maria multipara non sono le argomentazioni scritturistiche, discutibili, ambigue, equivoche. La barriera insuperabile è di ordine teologico e mistico.

Per quanto si torni indietro nella storia del cristianesimo, si trova sempre il culto della Vergine. L’Apocalisse fa vedere la Donna circondata da stelle che calpesta il drago demoniaco. È la nuova Eva, motivo di salvezza, come la prima era stata causa della caduta. Appare nei primi inni, nelle prime icone. La devozione mariana non fa che svilupparsi nel corso dei secoli. È pubblica ed è intima. Le grandi cattedrali d’occidente vengono a lei dedicate. San Bernardo è il suo teologo. Quest’ultimo afferma che non si è mai sentito dire che qualcuno l’abbia invocata invano. Dante gli mette in bocca la sublime preghiera che chiude il suo poema: «Donna, se’ tanto grande e tanto vali / che qual vuol grazia e a te non ricorre / sua disïanza vuol volar sanz’ali».

San Francesco, san Domenico sono suoi devoti, così come sant’Ignazio e tutti i santi dopo di loro. Proprio all’inizio del XVIII secolo, all’alba dell’Illuminismo, san Luigi Grignion de Montfort compone su di lei un trattato di alta teologia, lettura preferita di Giovanni Paolo II.

La Vergine intercede per gli uomini nel loro rapporto con il Padre e con il Figlio. Intercede e prega. La sua preghiera è estremamente efficace. Gli uomini recitano con devozione le sue litanie (turris eburnea, stella matutina, foederis arca, hortus conclusus, refugium peccatorum e così via). Preghiere che non mutano, delle quali il rosario è quella più recitata al mondo, costituiscono la base e l’armatura della vita spirituale del popolo cattolico.

Lo sguardo severo dei teologi talvolta è apparso allarmato. Non è che questa straripante pietà fa dimenticare che Cristo è l’unico mediatore? I grandi riformatori impongono una massiccia battuta d’arresto, in particolare Calvino. Nel XVIII secolo, alcuni vescovi giansenizzanti si riunirono a Pistoia per porre rimedio ad alcuni abusi. Per esempio, i fedeli volevano rivolgersi solo alla Madonna del proprio luogo, alla Madonna del Pilar, a quella di Guadalupe o a quella di Montserrat, escludendone altre di cui non si fidavano. Il Papa diede torto ai vescovi, ritenendo che la Vergine avesse la forza di annullare questa deriva apparentemente idolatrica della loro devozione. De Virgine numquam satis è un adagio cattolico diffusosi nonostante le proteste.

La visione, spontaneamente mistica che è alla base del sentimento mariano, è la seguente: è davvero inconcepibile che la Shekinah, in altre parole Dio stesso, il Dio d’Israele, la Trinità, lo Spirito Santo, si sia riposato nel seno verginale e abbia operato il mistero impenetrabile dell’Incarnazione, senza che questo seno sia divenuto “sacro” o “santissimo”. Giuseppe è stato messo al corrente di questo mistero e ha dato il suo consenso. È inimmaginabile che egli abbia avuto con sua moglie rapporti sessuali normali, naturali, dopo che la Shekinah, la presenza stessa di Dio, si sia “posata” in lei in modo più completo, infinitamente più reale che nel sancta sanctorum del Tempio, dove poteva entrare solo il Sommo Sacerdote con timore una volta all’anno. Il fiat della Vergine, il suo libero assenso, aveva permesso l’Incarnazione. Dio si era sottomesso a questa decisione libera della sua creatura.

È questa la visione o l’intuizione mistica che viene spontanea prima di qualsiasi elaborazione teologica successiva. Nel corso dei secoli si è sviluppata enormemente, rimanendo però sempre la stessa, in modo omogeneo, senza cambiare sostanzialmente.

Questa visione immediata, completa, è del tutto annullata dalla convinzione che Giuseppe si sia unito a Maria, dopo la nascita di Gesù, per darle quella sfilza di bambini di cui la Scrittura conserva traccia. Invece di un “nulla di nuovo” nella fede, tutto cambia e noi siamo alla presenza di un altro Gesù, di un’altra Maria.

Quale Gesù? Ebbene, quello immaginato dalla scrittrice: molto simpatico, un maestro spirituale, ma che non è in alcun modo Dio incarnato. Si avvicinerebbe, se si vuole, al Cristo nestoriano: un uomo che è stato gratificato con una virtù profetica eccezionale, intensa quanto si vuole, superiore persino a quella dei profeti d’Israele, ma che lo lascia nella sua condizione umana. Invece di una persona una, al tempo stesso uomo e Dio, nel Gesù del romanzo coesisterebbero contrapposte due persone, divina e umana. Quanto a Maria, passa dalla sua condizione di Madre di Dio, che si sviluppa ulteriormente, nella contemplazione, a quella di madre degli angeli, madre degli uomini, elevata alla sua morte, mediante l’Assunzione, presso suo Figlio.

Diviene semplice madre di Cristo, la madre di quel Gesù in qualche modo secolarizzato. Per la scrittrice è tanto più rispettabile quanto più è umana, semplicemente umana, e amata per questo; più che mai la Madonna cara al suo cuore. È un modo di vedere che si addice alle donne cristiane dei nostri tempi democratici, che guardano alla Vergine come molto vicina alla loro semplice umanità, e indubbiamente lo è, ma in tutt’altra luce, priva della maestà che incuteva il timore di un tempo. È come noi.

Perciò, nel romanzo, Paolo di Tarso non è amato. Il conflitto momentaneo tra la Chiesa di Gerusalemme e la Chiesa che Paolo costruisce è inasprito al massimo e sembra irrisolvibile. A Paolo VIene rimproverato di non aver conosciuto Gesù. Il suo carattere violento si è fatto conoscere nella sua partecipazione al martirio di Stefano e non si è fatto dimenticare nella sua palinodia, la via di Damasco. Usurpa i suoi titoli. Giuda non sopporta che si attenti contro i comandamenti della Torah, e neppure che si aboliscano i privilegi d’Israele. Fondamentalmente Giuda non può condividere la visione paolina di Gesù figlio di Dio. Uno della Trinità, che fa entrare potenzialmente tutti gli uomini, persino i gentili, nel suo corpo al fine di condurli alla deificazione.

Questa visione gli appare troppo grandiosa, troppo sublime. Trascende l’immagine di Gesù così come è conservata nella famiglia, tra i familiari, nei vangeli sinottici, più umile, più umana. In definitiva, se si considera l’insegnamento positivo di Gesù, non è molto diverso da quello dei maestri farisei suoi contemporanei, come Hillel, misurato, liberale, pieno di umanità, o come Gamaliele, il maestro di Paolo. L’evento cosmico dell’Incarnazione è cancellato.

Gesù, per quanto ammirevole, è solo il maestro di una setta rispettabile, che può essere accettata dalle autorità del Tempio, dai maestri farisei, e imitata dai simpatizzanti pagani. Quando Traiano, in seguito, dispose un’inchiesta su quella nuova religione che si stava diffondendo nell’impero, a Nazaret venne ritrovato quel che restava di una famiglia molto modesta, che non faceva parlare di sé, quel che restava della famiglia di Gesù.

L’immenso paesaggio che Paolo e i quattro evangelisti scoprono è infinito. Ispira adorazione, preghiera. È una grande impresa, una grande opera. Per entrarvi, per vederla, occorre la luce speciale che la fede dispensa. Le facoltà della ragione, sebbene affinate dalla filosofia, sono incapaci di scoprirla. Ma la ragione non viene annientata dall’atto di fede. Può acconsentirvi, ma sussiste, intatta, pur dovendo rassegnarsi a restare sulla porta. In questo senso esiste una contraddizione permanente. La ragione è tormentata, poiché nel suo slancio per comprendere tutto è costretta a fermarsi davanti a ciò che non può comprendere. Coloro che hanno la fede credono con certezza in ciò che si scopre ai loro occhi. Ma tale certezza non ha lo stesso valore di quella della ragione che procede per evidenze e prove. Non è possibile sapere e allo stesso tempo credere il medesimo oggetto. A ogni modo, è meglio sapere che credere. La ragione è frustrata e la fede non è assicurata dal soggetto stesso.

Per questo, attraverso un movimento spontaneo, che è naturale e legittimo, la ragione vuole incessantemente invadere l’ambito della fede, cerca di ridurla a se stessa. Se riesce a naturalizzare il soprannaturale, prova la soddisfazione di ritornare alla sua natura, alla natura umana “violentata”, se così si può dire, come lo è stata la natura di san Paolo sulla via di Damasco. Violentato al punto di perdere temporaneamente la vista, la vista dei suoi occhi di carne, mentre gli occhi dell’anima si aprivano alla contemplazione del terzo cielo.

Lo storico del cristianesimo osserva il ripetersi di questo movimento. Il dogma definito dai grandi concili del v secolo si è rassegnato a essere avvolto di misteri, che sono affermazioni non dimostrabili, fuori dai limiti, fuori dalla portata del razionale. La protesta della ragione dà luogo a rifiuti netti del dogma cristiano. L’ebraismo ha deciso che non valeva la pena di refutarlo e nemmeno di pensarlo o di prenderlo in considerazione. «Non manco di nulla» dice il salmo. L’islam lo rifiuta solennemente. Il Gesù musulmano del Corano dichiara lui stesso di non essere Dio, che la Trinità è una blasfemia, che non è morto sulla croce.

La ragione dell’Illuminismo respinge la dogmatica e la teologia cristiana come una trama di assurdità prodotta dalle divagazioni dell’immaginazione e misura i danni che hanno fatto e tuttora fanno alla civiltà.

La Chiesa prende atto di questi rifiuti. Si inquieta ancor più delle mescolanze. Accade che la ragione, inoltrandosi nell’ambito della fede, voglia ridurla a se stessa. Modifica l’enunciato del mistero in modo da renderlo plausibile e accessibile alla semplice ragione.

La Trinità è assurda nella sua definizione. Ma se si considera il Padre come l’unico increato, facendolo creatore del Figlio e dello Spirito, essa diventa più concepibile. Gesù stesso afferma: «Il Padre è più grande di me». Ciò si accorda meglio con l’ordine politico. L’imperatore, figura di Cristo (Costantino voleva che la Chiesa gli riconoscesse la qualità di “eguale a Cristo”), governa il mondo nel nome del Figlio. Si entra così nell’eresia ariana che non riuscì a trionfare. Eresia è il nome convenzionale dato agli “errori” ostinati rispetto alla dottrina ricevuta. Ce ne sono di ogni genere, ma spesso derivano da uno sforzo di razionalizzare il mistero e renderlo accettabile secondo la ragione.

Cristo è un uomo in tutto ciò che è. È Dio in tutto ciò che è: sarebbe più semplice immaginarlo secondo il modello già conosciuto dei profeti d’Israele, di quegli uomini posseduti da Dio. Si entra così nell’eresia nestoriana, che giustappone in Gesù il divino e l’umano, che svuota l’Incarnazione di ciò che contiene di misterico e d’incomprensibile.

Gesù obbedisce al Padre fino alla croce. Sembra dunque che in lui non ci sia che una sola volontà, quella di Dio. Contro questo insorse Massimo il Confessore, il quale affermava la dualità delle volontà divina e umana in Cristo, nonché la conformità della seconda con la prima. Per questo gli venne strappata la lingua, ma il suo martirio strappò dalla Chiesa l’eresia monotelita, tanto appagante per la ragione e tanto rovinosa per la fede.

In tutti questi casi, il “mistero” è svuotato. Il vasto paesaggio scoperto dagli occhi della fede svanisce subito. Resta un mondo molto più piccolo, un cristianesimo “nei limiti della ragione”, un po’ come quello descritto da Kant, molto ristretto. Se così si può dire, il soufflé si è sgonfiato.

Queste eresie razionaliste trovano sempre qualche appiglio nella Scrittura. Il nome dei fratelli di Gesù vi appare a piene lettere, e l’analisi filologica dimostra che la parola fratello è intesa nella sua accezione corrente. Inoltre valutano male l’innovazione che introducono. Non cambia nulla nella fede comune se la Vergine Maria dà alla luce tanti figli. Al contrario, la fede è più comprensibile, più accettabile. Gli eretici si considerano più efficaci nella loro predicazione. Sono proseliti migliori.

Oggi, la tesi dei “fratelli di Gesù” sembra appartenere a quel genere di eresie che non si riconoscono come tali, che si considerano un semplice adattamento della credenza. Quest’ultima diventa più ragionevole, più adeguata all’epoca, per nulla in rivolta contro il dogma. È una facilitatrice della fede. Di fatto, è paragonabile a un virus, discreto, invisibile, capace d’invadere l’intero edificio teologico della fede, e di non lasciare quest’ultima se non nello stato di cadavere inanimato. È possibile che la fede cattolica, nello stato di debolezza in cui si trova, nello stato di disinteresse in cui è lasciata dai suoi fedeli, non sia più capace di produrre, contro questo virus, gli anticorpi necessari e nemmeno di accorgersi di esserne infettata.

di Alain Besançon

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