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I forti rincari dei prezzi agricoli affamano i Paesi poveri

· Ocse e Fao non prevedono diminuzioni significative nel prossimo decennio ·

I prezzi agricoli sono alti e nel decennio a venire scenderanno solo in misura limitata. Lo prevedono l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e la Fao, l’agenzia dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, nell’Agricultural Outlook 2011-20 pubblicato ieri a Parigi. Presentando il documento, il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, ha detto che negli ultimi dodici mesi l’indice Fao dei prezzi alimentari è salito del 38 per cento, raggiungendo un nuovo record negativo, superiore a quello stabilito appena tre anni fa, all’inizio della crisi finanziaria ed economica globale. Diouf ha ricordato che questo pesa soprattutto sui Paesi poveri dove «ci sono 925 milioni di persone che hanno fame». Diouf ha spiegato che la situazione negli anni a venire dovrebbe migliorare, ma che per tutto il prossimo decennio il livello medio dei prezzi agricoli resterà superiore a quello del precedente: 20 per cento in più per i cereali, e fino a 30 per cento in più per le carni.

All’origine di questa situazione, secondo l’Ocse e la Fao, ci sono i meccanismi di mercato e la dinamica tra domanda e offerta. La prima sale a gran velocità, spinta da «popolazione crescente e reddito in aumento nelle grandi economie emergenti». La seconda, invece, cresce a ritmi sempre più lenti, con un aumento di produzione stimato dell’1,7 per cento annuo per il decennio 2011-20, contro il 2,6 per cento del periodo 2001-2010, a causa dell’incremento di numerosi costi, da quelli energetici ai mangimi per il bestiame, e del rallentamento degli investimenti. Le scorte, inoltre, al momento sono basse rispetto all’utilizzo.

A preoccupare non è solo il livello elevato dei prezzi, ma anche la loro volatilità, che secondo l’Agricultural Outlook 2011-20 «può avere effetti negativi estesi sul settore dell’agricoltura, sulla sicurezza alimentare e sull’economia in senso più ampio, sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo». A questo contribuiscono vari fattori, dalla fluttuazione dei cambi ai rincari del petrolio, all’imprevedibilità climatica, ma soprattutto i comportamenti speculativi, in particolare sui cosiddetti futures, gli ordini di acquisto differiti, favoriti dalle disparità nell’accesso alle informazioni. «La mancanza di informazione nutre la volatilità, nutre la speculazione», ha detto il segretario generale dell’Ocse, José Angel Gurría, mettendo sotto accusa «il modo in cui sono utilizzati» i mercati. Secondo Gurría, comunque, ci sono responsabilità anche dei Paesi produttori che gestiscono «le informazioni sui propri stock agricoli come se fossero dati su programmi nucleari o segreti strategici», invece di favorire la trasparenza e lo scambio informativo.

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