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I figli segreti
di Mister Prufrock

· Le mille vite dei personaggi dello scrittore americano naturalizzato inglese ·

Un classico non è solamente un testo ben scritto, piacevole, interessante, capace di affascinare i lettori. La bellezza non basta; un classico, per essere tale, deve essere anche misteriosamente, tenacemente generativo, capace di intercettare le attese di moltitudini di persone nate e vissute in contesti molto diversi. La grande poesia scavalca i secoli, si diffonde in mille rivoli immergendosi negli habitat alieni (e spesso inospitali) delle traduzioni, raggiunge e feconda territori lontani, fa sgorgare sorgenti dove a un occhio distratto appare solo il deserto, fa germogliare altra poesia e altre narrazioni in contesti nuovi, generando figli, nipoti e pronipoti letterari, musicali, teatrali, “gemelli diversi” sul piccolo e grande schermo, diffonde a getto continuo spore creative nella Rete, saltando da un podcast a una videoconferenza, rimbalzando da un link all’altro, in una prospettiva infinita di specchi.

 Immagine tratta dal libro «Le poesie dell’ispettore Chen» (Marsilio, 2016, particolare della copertina)

All’opera di T.S. Eliot è successo proprio questo: di diventare un potente catalizzatore di arte, un esemplare vitalissimo di “poeta antenna” che i lettori sentono sempre più vicino, via via che il Novecento si allontana, come in un cannocchiale rovesciato.

Il tempo che passa, di solito, fa molto bene ai classici, e per quanto riguarda il poeta — e acuto, lucido, originalissimo critico letterario — di Saint Louis gli esempi sono davvero tanti. Basti pensare al più evidente: i versi scherzosi, vivaci e profondi dell’Old Possum’s Book of Practical Cats che negli anni Ottanta del secolo breve escono dal limbo degli scritti minori per diventare un musical, il celeberrimo Cats di Andrew Lloyd Webber, uno tra i più grandi successi di tutti i tempi per longevità, quantità di spettatori e di incassi totali.

Le opere di Eliot non entrano solamente nei cartelloni dei teatri ma anche nella didattica e nella pedagogia dell’attore, nella cassetta degli attrezzi di docenti, registi e formatori. In Italia, intere generazioni di aspiranti performers si sono lasciate plasmare dai versi di Assassinio nella cattedrale grazie al metodo messo a punto da un grande maestro (poco noto al mainstream culturale, dall’amnesia facile quando un artista non fa mistero della sua fede cristiana) come Orazio Costa Giovangigli, un metodo strutturalmente “mimico” nato molti anni prima che la scienza rivelasse al mondo l’esistenza dei neuroni specchio e l’innata tendenza dell’uomo a far “risuonare” dentro di sé il mondo che lo circonda. Sulle rime petrose del coro delle donne di Canterbury hanno allenato voce, movimento ed energia creativa studenti come Gabriele Lavia, Monica Vitti, Nino Manfredi, Gian Maria Volontè, Giancarlo Giannini, Luca Ronconi, Andrea Camilleri, Fabrizio Gifuni, Pierfrancesco Favino. Le parole di Eliot sono arrivate dovunque: una sacra rappresentazione come Murder in the Cathedral è stata messa in scena perfino nel Salone del Casinò di Campione d’Italia, in un contesto certo al di sopra di ogni sospetto di bigotteria religiosa.

«Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?» chiede agli spettatori il giovane attore lombardo Matteo Bonanni portando in giro per lo stivale il suo cavallo di battaglia, i Cori da La Rocca, scritti da Eliot nel 1934 in occasione della costruzione di una nuova chiesa a Londra, duri e scabri nella loro quieta compostezza, mai così attuali come in questo scorcio di XXI secolo: «Il destino degli uomini è infinita fatica/ Oppure ozio infinito, il che è anche peggio/ Oppure anche un lavoro irregolare, il che non è piacevole/ Ho pigiato da sola l’uva nel torchio, e so/ Che è faticoso esser davvero utili, rinunciando/ Alle cose che gli uomini ritengono felicità, cercando/ Le buone opere che restano oscure, accettando/ Con viso fermo quelle che arrecano ignominia/ L’applauso di tutti o l’amore di nessuno/ Tutti son pronti ad investire denaro, ma i più/ Si aspettano i dividendi/ Io vi dico: rendete perfetta la vostra volontà». Prima descrive gli atteggiamenti sbagliati dell’uomo, poi esorta l’ascoltatore a servire Dio con tutta la naturale tensione creativa di cui è capace, con grande equilibrio tra pars destruens e pars construens. Eliot aveva definito Pound «il miglior fabbro del parlar materno», ma anche lui continua ad addestrare scrittori, narratori e poeti con i suoi libri e la sua voce (anche in senso letterale, visto che è ancora possibile ascoltarlo mentre legge molte delle sue opere, cercando il suo none su YouTube). Dall’incontro di due mondi lontani come la poesia novecentesca anglosassone e il tesoro millenario della letteratura classica cinese è nata l’opera dello scrittore Qiu Xiaolong, nota e apprezzata in tutto il mondo.

Originario di Shanghai, Xiaolong si trasferisce a Saint Louis nel 1988 come studente straniero proprio per lavorare a un libro su Eliot e continuare a tradurre le sue opere in cinese. Il programma di soggiorno temporaneo diventa permanente a seguito dei fatti di piazza Tian’an Men. Nella città natale dell’autore di The Waste Land e The Love Song of J. Alfred Prufrock Xiaolong inizia a scrivere i suoi primi romanzi, che hanno come protagonista l’ispettore-poeta Chen Cao e come sfondo il tumultuoso e rapido cambiamento che la Cina vive gli inizi degli anni Novanta. Lo affascina soprattutto la teoria impersonale di Eliot autore e critico letterario, in piena sintonia con la compostezza confuciana dei versi di Chen, poliziotto per caso ma scrittore per vocazione. «La poesia non è un modo di liberare l’emozione — scrive Eliot — ma una fuga dall’emozione; non è un’espressione della propria personalità, ma una fuga dalla personalità. Ma, naturalmente, solo coloro che hanno personalità ed emozioni sanno cosa significa voler fuggire da queste cose». Una definizione che descrive bene anche l’astratta bellezza degli antichi schemi metrici Tang, chiosa Xiaolong, che non manca mai di rendere omaggio al suo Virgilio americano.

di Silvia Guidi

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22 agosto 2019

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