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​I fantasmi di Dallas
e la scommessa persa
di Barack Obama

· ​Alle radici della strage in Texas ·

Sembra quasi paradossale che gli ultimi mesi alla Casa Bianca del primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti siano segnati dal violento riaccendersi dello scontro razziale. A Dallas, ancora una volta, l’America è tornata a confrontarsi con i suoi incubi, con quelle profonde fratture sociali che ne hanno tragicamente segnato la storia e che l’elezione di Barack Obama sembrava aver relegato in un passato che non poteva tornare.

Dietro l’agguato militare compiuto nella notte tra giovedì e venerdì, e nel quale sono stati uccisi cinque poliziotti bianchi, c’è soprattutto, come ha titolato Michael Eric Dyson sulle colonne del «New York Times», What White America Fails to See (“Quel che l’America bianca non riesce a vedere”). Dyson afferma senza mezzi termini che la polizia «è parte di una guerra non dichiarata contro i neri». Una guerra la cui radice è anzitutto culturale: i bianchi — scrive — non capiranno mai «l’impotenza che noi proviamo nel vedere queste violenze che si ripetono e che raccontano una storia alla quale i vostri occhi non vogliono credere: che la vita dei neri significa così poco». Tuttavia, Dyson non guarda solo in una direzione: sottolinea anche le responsabilità dei neri e la loro incapacità di far fronte al clima di odio.
In effetti, dietro la strage di Dallas ci sono almeno tre elementi chiave. Anzitutto, un dato politico: due importanti segretari alla Giustizia come Eric Holder e Loretta Lynch non sono riusciti a fare nulla per avviare la riforma di un sistema giudiziario da molti giudicato fin troppo squilibrato e punitivo. E questo per la mancata collaborazione del Congresso, da diversi anni in mano ai repubblicani.
In secondo luogo, va detto che il degrado e la povertà prodotti dalla crisi economica scoppiata nel 2008 hanno alimentato un consistente aumento della criminalità nelle comunità afroamericane: circa il 45 per cento delle aggressioni è oggi attribuita a neri nelle 75 principali contee del Paese.
C’è poi un terzo elemento: la violenza degli agenti, la maggior parte dei quali sono bianchi. Secondo un’indagine del «Washington Post», i casi di eccessivo uso della forza da parte della polizia sui neri sono aumentati del sette per cento dall’inizio dell’anno. Stando poi a una ricerca del «Guardian» basata sui dati dell’Fbi, negli Stati Uniti un giovane afroamericano ha nove volte più probabilità di essere ucciso da un agente rispetto a un coetaneo di qualsiasi altra etnia. Sullo sfondo di questo quadro, c’è un quarto elemento: la diffusione sempre più capillare e incontrollata delle armi da fuoco. Certo, il possesso e il porto di un’arma costituisce un diritto civile protetto dal secondo emendamento della Costituzione. Ma i numeri parlano chiaro: oltre 30.000 persone muoiono ogni anno per sparatorie o incidenti legati all’uso delle “armi facili”.
Sono queste le tante facce di una grande scommessa persa, senza dubbio, per gli Stati Uniti e per un presidente afroamericano che aveva vinto nel 2008 proprio puntando sulla necessità di riunificare il Paese, gettandosi alle spalle una lunga storia di intolleranza, discriminazioni e lotta.

di Luca M. Possati

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25 agosto 2019

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