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I falascià
figli di un Dio minore

· La comunità di “ebrei-afro” proveniente dall’Etiopia ·

La loro presenza, fin dall’antichità, è testimoniata nel libro del profeta Isaia, laddove si legge: «In quel giorno il Signore si prenderà nuovamente il resto del Suo popolo, rimasto dall’Assiria e dall’Etiopia e alzerà un vessillo ai popoli e raccoglierà i dispersi d’Israele dai quattro angoli della terra» (II: 11-12). Stiamo parlando di una singolare comunità di “ebrei-afro”, dunque di tradizione abramitica, anche se proveniente dall’Etiopia. Chiamati, comunemente, falascià, essi disdegnano questo appellativo a cui solitamente si attribuisce un’accezione negativa, significando “esiliato” o “straniero”. Preferiscono invece sentirsi dire che sono «Beta Israel» (ביתא ישראל in ebraico). Letteralmente, significa «Casa di Israele», un’espressione che la dice lunga sul forte senso di appartenenza al popolo ebraico.

Alcuni rabbini ritengono che essi siano discendenti della tribù perduta di Dan, quinto figlio di Giacobbe avuto da Bila, ancella di Rachele. Secondo altri studiosi, questa peculiare etnia deriverebbe, storicamente, dalla fusione tra le popolazioni africane e quegli ebrei fuggiti dal proprio Paese in Egitto ai tempi della distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C. o in successive migrazioni della diaspora ebraica. La tradizione ufficiale, invece, fa risalire la loro primogenitura all’unione tra il re Salomone e la regina di Saba che diedero alla luce Menelik. Sta di fatto che, proprio per questa ragione, i falascià sono sempre stati visti con sospetto dai fautori dell’ortodossia ebraica, in quanto l’appartenenza al popolo eletto avviene in forma matrilineare, essendo la donna colei che trasmette il sangue dei padri. Ma leggendo la Bibbia, è evidente che la regina di Saba non fosse ebrea, pertanto, in teoria, sostengono i rigoristi, neanche i discendenti africani dovrebbero esserlo. Dunque, da questo punto di vista, vi sarebbe stata una forzatura, da parte dei falascià, nel rivendicare la purezza delle loro origini, in contrasto con il pensiero inflessibile di certe scuole rabbiniche.

Molto importanti e chiarificatrici sono stati gli studi di Ester Herzog, autrice di un importante lavoro su questa comunità, secondo cui le prime notizie davvero documentabili sui falascià risalirebbero al ‘600/‘700 d.C. Le cronache del tempo parlano di un nucleo etnico-religioso sui generis residente nel cuore dell’Abissinia settentrionale. Sempre secondo tali fonti, i falascià avrebbero condotto, per circa tre secoli, un’esistenza pacifica anche se totalmente isolata dal resto del Paese, mantenendo intatti i propri costumi tradizionali, la propria cultura e naturalmente la propria religione. Sta di fatto che, sempre secondo l’autorevole studiosa, successivamente «gli ebrei etiopi avrebbero incominciato a essere oggetto di molteplici e dure persecuzioni e vessazioni da parte delle popolazioni limitrofe di religione mussulmana e ortodossa, subendo confische o sottrazioni di terre coltivate e di bestiame e altri atti di chiara intolleranza, quali la privazione dei diritti più elementari, la schiavitù e la cancellazione e profanazione dei luoghi e dei templi simbolo del loro credo. Intorno all’anno Mille, i mussulmani, ma anche gli ortodossi, profanarono o bruciarono quasi tutte le sinagoghe della comunità, costringendo i religiosi a nascondere libri sacri e reliquie in luoghi inaccessibili».

I falascià dunque subirono vessazioni d’ogni genere e furono addirittura costretti a trovare riparo nei pressi del Lago Tana, nell’Etiopia settentrionale e lì riuscirono a resistere a diversi tentativi di sterminio tra il VI e il XVII secolo. Da rilevare che essi erano completamente all’oscuro dell’esistenza di loro correligionari nel mondo. Particolarmente significativa fu l’attenzione riposta dal filologo italiano, di fede ebraica, Filosseno Luzzatto (1829 – 1854) il quale si adoperò in favore di questi sconosciuti “fratelli neri”, lanciando diverse campagne per sensibilizzare gli israeliti presenti in Europa: impegno che vide la generosa partecipazione, spirituale e materiale, di eminenti rabbini spagnoli, boemi, tedeschi, inglesi, prussiani, galiziani e turchi. Questo indirizzo pro falascià trovò successivamente un paladino in un altro filologo di lingue semitiche, Jacques Faitlovitch, il quale, a seguito di un soggiorno in Etiopia nel 1905, portò in Europa 40 giovani ebrei afro. Essi frequentarono alcune importanti scuole ebraiche per apprendere, ad esempio, la liturgia dell’accensione delle candele dello Shabbat, il rito della festa di Simhat Torà e imparare la lingua ebraica a essi completamente ignota. Infatti, il canone biblico dei falascià è in lingua etiope «ge’ez», dunque non in ebraico. Inoltre, anche se non seguono rigorosamente le prescrizioni talmudiche (quelle legate alla trasmissione e discussione orale della Torah), aderiscono a molte delle consuetudini legate alla tradizione ebraica, che sono peraltro seguite in Etiopia anche dai cristiani copti, che praticano gli stessi loro digiuni e hanno abitudini alimentari simili.

Per fuggire dalla dittatura imposta dal Negus Rosso, Mènghistu Hailé Mariàm, nel corso della seconda metà del Novecento, ai tempi della “guerra fredda”, circa 45 mila falascià lasciarono l’Etiopia verso il Sudan e da lì, per mezzo di ponti aerei organizzati dal governo di Tel Aviv (operazioni Mosè, Giosuè, Salomone), l’ultimo dei quali nel 1991, furono trasferiti in Israele. Attualmente, nella Terra Promessa, vivono circa 140 mila falascià — di cui più di 50 mila nati in Israele — molti dei quali lamentano un’emarginazione sociale ed economica nella società israeliana. A tale proposito sono state organizzate manifestazioni di protesta, in alcuni casi sfociate nella violenza, per denunciare il razzismo e le discriminazioni cui dicono essere vittime. Emblematico è quanto avvenuto due giorni dopo la morte di un giovane falascià, ucciso durante un alterco con un poliziotto non in servizio nei pressi della città costiera di Haïfa. Migliaia di israeliani di origine etiope hanno bloccato, lo scorso 2 luglio, alcune arterie stradali e affrontato le forze dell’ordine. In questa circostanza il presidente israeliano Reuven Rivlin ha invitato all’unità nazionale e alla responsabilità condivisa per riaffermare lo stato di diritto: «Non accetteremo una situazione nella quale i genitori hanno paura di fare uscire i figli di casa, perché possono essere oggetto di violenze a causa del colore della loro pelle». Penosa è poi la situazione dei cosiddetti “falascià mura”, vale a dire gli ebrei etiopi non inclusi nella «Legge del Ritorno» perché i loro antenati furono costretti a convertirsi al cristianesimo per un breve periodo durante il XIX secolo per opera di missionari anglicani.

Attualmente si calcola siano 9000 di cui 7000 vivono a Gondar, città luogo d’origine di tutta la comunità, e gli altri ad Addis Abeba, per lo più concentrati in una baraccopoli a poca distanza dall’ambasciata israeliana. Le autorità hanno fatto sapere che possibili candidature per l’ingresso di altri falascià saranno esaminate, caso per caso, precisando che il ricongiungimento delle famiglie e le specifiche questioni umanitarie verranno valutate in sede di commissione. Secondo Steven Kaplan, docente di religione comparata e studi sull’Africa presso la Hebrew University di Gerusalemme, «i falascià vivono un atipico status di rifugiati nel proprio Paese, come in un limbo», quasi fossero figli di un Dio minore.

di Giulio Albanese

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15 novembre 2019

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