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I due sensi
del cammino

· Rileggendo Toni Morrison ·

Sei romanzi raccolti nel Meridiano Mondadori

Non erano mancati in passato scrittori di colore, ma è stata lei ad aver fatto uscire la narrativa afro-americana dal suo spazio di genere, consegnandole un ruolo centrale nella letteratura degli Stati Uniti. E così leggerla, pagina dopo pagina, parola dopo parola, è avvicinarsi e capire un po’ più l’ieri e l’oggi di questo enorme e complesso Paese.

Un murale raffigurante Toni Morrison nella città di Vitoria in Spagna

Perché non è possibile accostarsi a ciò che gli Stati Uniti d’America sono, nel male e nel bene, se non si ascolta la voce degli schiavi e delle generazioni che da loro sono nate. Una voce a cui ha dato voce la produzione ultra decennale della scrittrice Toni Morrison con una lingua «unica, inedita e inaudita», come ben la definisce Marisa Bulgheroni, nello scritto che apre il Meridiano che Mondadori le ha dedicato (Romanzi, Milano 2018, pagine 1664, euro 80).

Il volume — arricchito oltre che dal saggio di Bulgheroni, da quello di Alessandro Portelli — raccoglie sei degli indimenticabili romanzi della Morrison, presentandoli per lo più in nuove traduzioni dall’inglese, a cura di Silvia Fornasiero, Chiara Spallino e Franca Cavagnoli, traduttrice delle prime, indimenticabili edizioni italiane con Frassinelli.

Nata in Ohio nel 1931 da una famiglia di origini operaie, dopo la laurea e qualche anno di insegnamento, nel 1965 Toni Morrison diventa editor della casa editrice Random House, affermandosi come specialista della cultura afroamericana. Un’esperienza che tanto influenzerà la sua narrazione: la scrittrice premio Pulitzer (1988) e Nobel (1993) trova infatti nelle culture africane il terreno adatto per far crescere la sua parola.

Quando, nel 1978, decide di abbandonare il lavoro alla Random House per dedicarsi esclusivamente alla scrittura, Toni Morrison ha quarantasette anni e tre romanzi alle spalle. L’esordio era infatti avvenuto otto anni prima con The Bluest Eye, uscito in Italia nel 1994 con Frassinelli con il titolo di L’occhio più azzurro, e che ora il Meridiano propone con il nuovo titolo di L’occhio più blu, per il rimando fonico al blues. Ci sono anche altri cambi di titoli: Beloved, meno enfatico del precedente Amatissima; Canto di Solomon, infine, al posto di Canto di Salomone per identificare il protagonista dell’omonimo canto al centro del romanzo. Seppur azzeccati, si tratta di cambiamenti “coraggiosi” che obbligano il lettore fedele da anni a un cambio di passo.

Raccontare Toni Morrison non è facile, perché quello che lei riesce a fare sulla carta, intrecciando storia e parola, è semplicemente incredibile.

Attraverso le sue mitiche figure di donne — e di qualche uomo — la scrittrice mette in scena, più che la schiavitù in sé, i traumi e le mostruosità che essa ha inflitto e imposto a intere generazioni, segnandole irrimediabilmente nel profondo. Come se non bastasse, tutto è narrato con una prosa unica e inimitabile che se si fonda sulla lingua orale attraverso cui nei secoli la comunità nera ha tramandato le sue storie, lo fa però basandosi su una conoscenza vastissima e curatissima della tradizione letteraria, afroamericana e non solo.

Sono storie, fatti, eventi, passaggi e segreti che le donne si sono trasmesse di madre in figlia; storie, fatti e segreti molto spesso talmente atroci da sembrare quasi onirici. Come ha scritto sempre Bulgheroni, Morrison «narrerà quanto le madri non hanno voluto o saputo narrare, ripercorrendo nei due sensi il cammino che porta dai silenzi e dalle grida soppresse della schiavitù alla vigilata libertà di parola di tempi più recenti, sfidando ogni censura, rischiando lo scandalo».

E Beloved — che, con Jazz e Paradiso (che però manca nel Meridiano), compone quella che la stessa Morrison ha più volte definito una trilogia sulla storia afroamericana — ce lo ricorda. Beloved, con la sua madre che pur di evitare all’amatissima figlia il destino di schiava, sceglie di essere lei stessa a ucciderla. L’essenza della maternità — l’accudimento — si incrocia infatti nella figura di Sethe con l’idea di proprietà che regge tutto il sistema schiavistico. Perchè questa donna — come scrive Alessandro Portelli — sa solo canalizzare «l’amore attraverso il possesso». Macchiandosi di una colpa così terribile.

di Giulia Galeotti

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20 settembre 2019

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