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I due paradisi di Hwang

· Intervista all’arcivescovo Andrew Yeom Soo-yung ·

La prima messa in coreano fu detta da un laico. Detta, non celebrata, ovviamente. A celebrarla fu infatti il primo prete giunto in Corea. Ma era cinese, non sapeva la lingua ed ebbe bisogno di un interprete, Mattia Choe In-gil. 

L'arcivescovo tra i fedeli della diocesi

A raccontarmi l’episodio è l’arcivescovo di Seoul, Andrew Yeom Soo-yung, che sarà creato cardinale il 22 febbraio a Roma. «Mattia — mi spiega — sacrificò la sua vita per salvare quell’unico prete. Le autorità infatti erano state allertate della presenza di un sacerdote cinese ed erano venute a cercarlo, ovviamente per ucciderlo. Ma l’interprete tentò di farsi passare per cinese egli stesso, facendo dunque credere di essere lui il pastore. Il trucco però venne scoperto e fu torturato a morte». Mattia Choe In-gil è uno dei 124 fedeli uccisi in odium fidei tra il 1791 e il 1888 per i quali Papa Francesco ha da poco autorizzato la beatificazione.

Lei ha detto recentemente: i martiri coreani sono stati dei grandi modelli di santità che hanno amato il loro prossimo senza discriminazioni di genere, classe sociale, religione. Erano soprattutto promotori dei diritti umani. In che senso?

Le racconto un’altra storia: quella di Simon Hwang Il-gwang. Nacque in una famiglia estremamente povera. A quel tempo il loro status sociale era assimilabile a quello degli schiavi. Di Hwang ci è rimasta questa famosa frase: adesso io credo che esistono ben due paradisi, uno sulla terra e uno dopo la morte. Diceva questo perché, dopo essere stato battezzato, aveva sperimentato la vita all’interno della comunità cattolica, dove ognuno era trattato con pari dignità, a prescindere dalla classe o dal genere di appartenenza. Discriminato dal resto della popolazione, Hwang non credeva infatti possibile che delle persone potessero riconoscergli la stessa dignità di ogni altro essere umano. Venne catturato durante la persecuzione Shinyu nel 1801, e nell’interrogatorio si rifiutò di rivelare i nomi degli altri fedeli. Dopo essere stato torturato venne messo a morte per decapitazione. Se si pensa alla storia della Chiesa in Corea risalta immediatamente il ruolo di leader laici, non solo nel periodo della sua formazione ma anche in seguito, dopo l’ultima persecuzione, tra il 1866 e il 1873. 

Tanto fondamentale è stato il ruolo del laicato che nel 1968 venne istituito il Consiglio pastorale dei laici, iniziativa che tra l’altro offriva loro la possibilità di tenere l’omelia domenicale una volta l’anno. È ancora viva questa pratica?

Sì, esiste ancora. Prima questo giorno cadeva nella solennità di Cristo Re. Ma oggi lo abbiamo spostato anticipandolo di una settimana. L’omelia viene preparata nel consiglio pastorale dei laici di ogni parrocchia e il presidente, che solitamente è il parroco, decide chi sarà poi a leggerla. Ma il presidente del consiglio può anche essere un laico: per esempio in quello della cattedrale il presidente è una laica. Non sono sicuro ma credo che quella coreana sia la sola Chiesa ad avere formalizzato questo livello di partecipazione dei laici nella liturgia. Quando i vescovi coreani tornarono da Roma dopo il concilio Vaticano ii decisero di creare un consiglio pastorale nazionale per i laici, anche come riconoscimento del lavoro da loro svolto per l’edificazione della comunità cattolica nel Paese. Successivamente si organizzarono i consigli pastorali a livello diocesano, e quindi anche le parrocchie diedero vita a propri consigli pastorali per i laici.

Qual è stato il contributo degli ordini religiosi femminili in Corea?

Le congregazioni femminili in Corea sono numerose, e il loro ruolo è stato fondamentale, di gran lunga maggiore rispetto a quello degli ordini maschili. Non solo per una questione di numeri — le suore sono numericamente dieci volte rispetto ai religiosi — ma anche per il lavoro che fanno: si occupano di educazione, lavorano negli ospedali, con i poveri, sono instancabili. Non è un caso che molte di queste religiose vivano all’interno delle stesse parrocchie.

Sotto il regime militare, nel 1974, venne creata l’Associazione dei preti cattolici per la realizzazione della giustizia, il cui scopo era quello di contrastare la dittatura nella violazione dei diritti civili e nella soppressione da parte del regime di diverse attività della Chiesa. Oggi in Corea c’è la democrazia, eppure questo gruppo continua a osteggiare chi governa il Paese.

Credo che le affermazioni fatte da questi sacerdoti siano del tutto irragionevoli. Oggi viviamo in una democrazia, e se un governo perde consensi la gente ha l’opportunità di cambiarlo dopo cinque anni. Dal momento della sua nascita sino al 1987, cioè sino a che non vi fu l’instaurazione di un regime democratico in Corea, l’Associazione di preti cattolici per la realizzazione della giustizia ha portato avanti battaglie molto importanti e condivisibili. Anch’io prima del 1987 solidarizzavo con loro, anche se non ho mai preso parte ai loro incontri. Ma oggi il clima politico è completamente cambiato. Non c’è più un regime autoritario da combattere. In passato hanno fatto cose importanti per la Corea e per la società coreana, ma ora piuttosto che protestare contro il governo dovrebbero focalizzare le loro energie sui veri bisogni della gente, e usare una metodologia più evangelica per migliorare la società. Se insisteranno con questi metodi sarà la società stessa ad emarginarli, anche perché l’immagine di divisione che danno della Chiesa è certamente deprecabile.

Esistono rapporti tra i cattolici della Corea del Sud e quelli della Corea del Nord?

È un fatto poco conosciuto ma io sono anche l’amministratore apostolico della diocesi di Pyongyang. Ma non ci sono mai stato. E ormai abbiamo anche smesso di mandare dei sacerdoti, come invece accadeva sino a pochi anni fa. Non siamo più tornati da quando abbiamo capito che, benché formalmente vi sia libertà di culto, si tratta di una libertà solo di facciata. Per esempio, esiste una chiesa a Pyongyang, ma quando dei sacerdoti andavano a trovare i fedeli ogni volta trovavano persone diverse. Abbiamo cominciato a nutrire qualche sospetto. Prima della guerra tra le due Coree, nella parte settentrionale c’erano cinquantamila cattolici e 53 parrocchie, ma dopo la guerra, sotto il regime comunista, è rimasta solo la chiesa della capitale e — dicono loro — tremila fedeli.

Il 22 febbraio andrà a Roma per essere creato cardinale. Come sta vivendo questi giorni prima della partenza?

[L’arcivescovo abbassa lo sguardo e risponde con un filo di voce] Sono agitato: è una responsabilità talmente grande. Ma spero di far conoscere meglio la situazione coreana al Pontefice.

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