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​I dotti che fecero l'impresa

· ​Storia dei "Regesta pontificum Romanorum" ·

E' uscita la terza edizione di un'opera che censisce i documenti papali dei primi sei secoli

È appena uscito il primo di una serie di volumi destinati a repertoriare le lettere dei Papi da san Pietro fino al pontificato di Celestino III (1191-1198). Diretta da Klaus Herbers, l’impresa è realizzata con il sostegno dell’Accademia delle scienze di Gottinga. Questo primo volume, curato da Markus Schütz in collaborazione con Victoria Trenkle e Iudith Werner, giunge fino al 604, anno della morte di Gregorio Magno. Si tratta, per qualità e interesse documentario, di un notevole evento culturale, che ricorda come la storiografia germanica abbia, fin dall’Ottocento, considerato la storia del papato di fondamentale importanza per comprendere l’evoluzione dell’Europa.

Paul Fridolin Kehr

Non a caso con questo giudizio inizia l’introduzione stessa del volume: «Papatus, institutio Ecclesiae catholicae praecipa, quia ab ipsa antiquitate per medium aevum usque in haec tempora permansit, non solum Europaeis sed etiam universis historicis res summi momenti atque maximae curae fuit et adhuc est» (Regesta pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum mcxvii edidit Philippus Jaffé. Editionem tertiam emendatam et auctam iubente Academia Gottingensi sub auspiciis Nicolai Herbers. Tomus primus [A S. Petro usque ad A. dciv]. Curavit Marcus Schütz cooperantibus Victoria Trenkle, Iudith Werner itemque Catharina Gowers, Waldemaro Könighaus, Cornelia Scherer, Thorstano Schlauwitz, Gottingae in Aedibus Vandenhoeck et Ruprecht, mmxvi).
Come indica il titolo del volume, l’opera corrisponde alla terza edizione emendata e accresciuta dei Regesta pontificum Romanorum di Philipp Jaffé, e questo ci riporta al 1851, anno in cui un giovane storico e filologo tedesco pubblicò a Berlino, in un solo volume, un repertorio contenente regesti delle lettere papali fino al 1198, ossia fino al pontificato di Innocenzo iii (1198-1216) escluso. Jaffé, allora trentaduenne, aveva studiato all’università di Berlino con il massimo storico del papato di quei tempi, Leopold von Ranke (1795-1886). Due anni dopo divenne collaboratore dei Monumenta Germaniae Historica, il più importante istituto di ricerca storica tedesco, fondato nel 1819 da Karl Freiherr vom Stein con l’obiettivo di pubblicare le fonti medievali interessanti la Germania, e quindi anche l’impero germanico.
L’edizione dei Regesta pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum p. Ch. n. 1198, uscita nel 1851 e che elencava 1870 lettere e documenti, conobbe subito un grande successo perfettamente in linea con la grande erudizione tedesca che si stava affermando nei decenni centrali dell’Ottocento al di là di ogni steccato confessionale. Jaffé — nato a Posen, in Prussia — era di famiglia ebraica e si convertirà al cristianesimo soltanto nel 1868, due anni prima della sua morte; von Ranke era di confessione luterana e aveva studiato teologia e filologia all’università di Lipsia.
Anche nei decenni successivi l’idea di riunire in un repertorio l’intera documentazione papale del primo millennio non fu intaccata dal Kulturkampf, il movimento politico e culturale che per più di quindici anni (1871-1887) dominò le relazioni tra la Prussia di Otto von Bismarck e la Santa Sede. Proprio due anni prima della soluzione diplomatica del Kulturkampf, uscì a Lipsia nel 1885 il primo volume della seconda edizione dei Regesta pontificum Romanorum di Jaffé, a cura di tre storici tedeschi: Samuel Löwenfeld, Ferdinand Kaltenbrunner, Paul Ewald. E anche Löwenfeld, il principale protagonista di questo nuovo grande repertorio documentario, era nato a Posen ed era di famiglia ebraica.
Per questa seconda edizione furono necessari due volumi (Regesta pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum mcxcviii edidit Philippus Jaffé. i completi.
I Regesta pontificum Romanorum di Jaffé e di Löwenfeld hanno avuto una notevole importanza storiografica, perché suggerirono a un altro grande storico tedesco, Paul Fridolin Kehr (1860-1944), di dar vita a un’impresa rivolta non al repertorio ma all’edizione di tutte le lettere papali da san Pietro fino al 1198. Erano anni di grande effervescenza per il mondo degli storici, non soltanto in Europa, favorita, per quanto riguarda la documentazione papale, dalla decisione (1880-1881) veramente storica di Leone xiii di aprire le porte dell’Archivio segreto vaticano agli studiosi di qualsiasi paese e religione.
Già nel 1885 il giovane Kehr ebbe l’opportunità di accompagnare a Roma, per ricerche nell’Archivio vaticano, Theodor von Sickel, allora uno dei massimi diplomatisti. E quando l’anno successivo venne nominato professore all’università di Göttingen, Kehr elaborò il suo progetto di edizione delle lettere papali trovando fin dall’inizio sostegno presso l’Accademia delle scienze di Gottinga. Egli presentò un progetto concepito in modo da poter essere realizzato in pochi anni. Certo non immaginava che negli archivi europei si conservano più di venticinquemila lettere papali, e forse non si rendeva conto che documenti nuovi sarebbero venuti continuamente alla luce, in originale o in copie prodotte nel corso dei secoli, ben oltre il medioevo.
Direttore dell’Istituto storico germanico di Roma dal 1903 al 1915, Kehr, sostenuto da una capacità di lavoro impressionante, elaborò personalmente ben otto volumi per la sezione relativa all’Italia (Italia pontificia), che Raffaello Volpini (1928-2014), archivista vaticano (1963-1980) e docente alla Sapienza, con una non comune sagacia diplomatistica, arricchirà di continue scoperte. E anche quando Kehr dovette lasciare Roma per assumere l’incarico di direttore degli archivi prussiani, il Papsturkundenwerk — come ancor oggi l’“impresa dei documenti papali” viene comunemente chiamata — continuò a espandersi, diviso in dodici nazioni o grandi aree regionali: Italia pontificia, Germania pontificia, Gallia pontificia, Iberia pontificia, Anglia pontificia, Scandinavia pontificia, Polonia pontificia, Bohemia-Moravia pontificia, Hungaria pontificia, Dalmatia-Croatia pontificia, Africa pontificia, Oriens pontificius.
Nel 1931 — Kehr era allora (1919-1934) presidente dei Monumenta Germaniae Historica — Pio xi decise di aiutare il progetto con la creazione di una fondazione, la Pius-Stiftung für Papsturkundenforschung, che ancor oggi, dopo ottantacinque anni di vita, continua a sostenere il Papsturkundenwerk (www.papsturkunden.de) nei limiti delle sue possibilità, accanto all’Accademia delle scienze di Gottinga. E qualche anno fa, questa veneranda impresa di alta erudizione è stata posta sotto l’alto patronato della Union académique internationale, con sede a Bruxelles (www.uai-iua.org/fr/projects/81/epistolae-pontificum-romanorum).
Il Papsturkundenwerk, cui hanno collaborato studiosi del rango di Walter Holtzmann, Hermann Jakobs, Egon Boshof, continua a sfornare regolarmente volumi relativi a questa o a quella regione della cristianità medievale — i più recenti riguardano la Francia, la Spagna e la Polonia — malgrado le difficoltà insite in imprese di questa ampiezza e qualità. È una longevità scientifica ed editoriale resa possibile anche dall’impegno dei principali coordinatori che si sono succeduti in questi ultimi decenni: Theodor Schieffer, Rudolf Hiestand e Klaus Herbers, attuale responsabile. Redatto ancor oggi in latino — perché era la lingua scientifica del xix secolo, come viene ribadito nell’introduzione dell’ultimo volume — il Papsturkundenwerk riflette in modo originale e profondo una visione dell’Europa e della cristianità occidentale, poiché ciò che viene repertoriato e analizzato riguarda soprattutto la recezione delle lettere papali nelle varie regioni, attraverso le diverse fasi della loro storia archivistica e documentaria.
Se i Regesta pontificum Romanorum di Jaffé e di Löwenfeld indussero Kehr a elaborare il suo progetto di edizione delle lettere papali fino al 1198, il secolare travaglio erudito svolto all’interno del Papsturkundenwerk, nelle sue dodici sezioni, ha indotto gli attuali responsabili a tornare alle origini, ossia a mettere in opera una nuova edizione, completa e aggiornata, dei Regesta pontificum Romanorum editi tra il 1885 e il 1888, con l’obiettivo di raccogliere l’ingentissima documentazione scoperta in questi ultimi centotrent’anni, vagliandola sul piano erudito e storiografico. Quando sarà completa, i documenti censiti in questa terza edizione dei Regesta pontificum Romanorum — di cui si saluta oggi la pubblicazione del primo volume — saranno circa trentamila, quasi il triplo rispetto alla prima edizione del 1851.
Il volume appena uscito contiene 3164 regesti. Questi sono relativi a lettere scritte da Papi o a loro indirizzate, pervenute in originale o in copia, autentiche o spurie, decisioni sinodali o conciliari romane, oltre notizie cronachistiche contenenti informazioni sulla produzione di documenti emanati dalla sede romana o rivolti ai Papi di quei secoli.
Per tenere conto della complessità della tradizione documentaria sono stati adottati precisi accorgimenti editoriali. Ogni singolo regesto può essere infatti preceduto da particolari segni: un asterisco, se si tratta di informazione indiretta (documento segnalato da fonte cronachistica, come il Liber pontificalis, ad esempio); una croce, se la fonte è ritenuta spuria; o, infine, un punto interrogativo, se la fonte è dubbia.
Si tratta — conviene ribadirlo — di un sistema grafico di grande chiarezza, che permette, tra l’altro, a colpo d’occhio di reperire facilmente la fonte che non pone problemi di autenticità, perché in questi casi il regesto non è preceduto né da un asterisco, né da una croce, né da un punto interrogativo. Un simile accesso all’informazione è di grande aiuto soprattutto per i primi secoli del cristianesimo, epoca in cui le fonti presentano problemi testuali più frequenti che per i secoli posteriori. 

di Agostino Paravicini Bagliani

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22 agosto 2019

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