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I datteri di Maria

· La Vergine figura centrale del dialogo islamo-cristiano e non solo ·

Il culto mariano si conferma un punto d’incontro fondamentale nel dialogo islamo-cristiano. Nell’anniversario delle apparizioni di Fátima, la Pontificia università Antonianum, in collaborazione con la Pontificia facoltà teologica Marianum e la Pontificia accademia mariana internazionale, ha ospitato la tavola rotonda intitolata «I datteri di Maria. Fraternità tra cristiani e musulmani». Lo spunto è fornito da due leggende, diffuse anche nella tradizione islamica, per cui la notte della natività del Signore, sarebbero spuntati i datteri sulle palme intorno alla grotta di Betlemme: un fatto inaudito nel mese di dicembre. Inoltre, la Vergine Maria avrebbe avuto un giorno la forza di scuotere una palma, per farne venire giù i datteri: un’azione per la quale sarebbe stata necessaria la forza di un uomo.

«Adorazione dei pastori con Gesù in braccio a Maria» (miniatura indiana del XVII secolo)

L’evento, tenutosi all’auditorium dell’Antonianum, ha fornito anche l’occasione per rievocare l’incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano Al-Malik al-Kamil, di cui quest’anno ricorre l’ottocentesimo anniversario, e per menzionare il Documento sulla fratellanza umana, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso da Papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Tra i partecipanti al dibattito figuravano padre Denis Sahayaraj Kulandaisamy, preside della Pontificia facoltà teologica Marianum, padre Stefano Cecchin, presidente della Pontificia accademia mariana internazionale, e monsignor Marco Gnavi, incaricato dell’Ufficio per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti del Vicariato di Roma.

Come ricordato dal cardinale Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, non solo Maria è venerata dai cristiani come Madre di Dio “piena di grazia” ma è anche «l’unica creatura nominata nel Corano». Pertanto, ha aggiunto il porporato, c’è da sperare che iniziative come quella dell’Antonianum contribuiscano «all’armonia e alla pace nel mondo intero». Da parte sua l’arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan, dopo essere stato rappresentante pontificio in Pakistan e in altri paesi asiatici, ha ricordato che la figura di Maria desta ampio interesse anche al di fuori del cristianesimo o dell’islam. Vi sono «indù che invocano Maria in qualche loro santuario», mentre in Giappone esiste «un centro mariano buddista». Venendo all’ebraismo, negli ultimi tempi «si sono intensificati gli studi sull’ebraismo di Maria». C’è chi, come il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, riscontra in lei «la purezza d’animo secondo il modello ebraico». Quanto all’islam, probabilmente non tutti sanno che persino Antonio Rosmini «scrisse sulla testimonianza resa a Maria nel Corano», ha aggiunto monsignor Bressan, ricordando quali furono le tappe salienti della vita della Vergine Maria, le preghiere a lei dedicate e il concilio di Efeso, che sancì il dogma della Theotókos, ovvero di Maria Madre di Dio.

La già menzionata simbologia dei datteri è stata spiegata da Amal Mussa Hussain Al-Rubaye, ambasciatore d’Iraq presso la Santa Sede. Si tratta significativamente del frutto con cui «i musulmani interrompono il digiuno del Ramadan». Nell’islam Maria è considerata «una delle quattro donne più venerate», ha aggiunto l’ambasciatore, accogliendo il Documento sulla fratellanza umana come «il più importante della storia sui rapporti tra islam e cristianesimo». L’Iraq, ha osservato Al-Rubaye, è stato per anni un esempio di convivenza tra le religioni e di tolleranza reciproca, in cui i cristiani hanno sempre rappresentato un «fondamento per la pace». Il terrorismo, ha concluso, «colpisce sia i musulmani sia i cristiani» ma «non ha religione né dottrina».

Padre Gilberto Cavazos-González, docente di spiritualità all’Antonianum, si è soffermato sull’incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano, risultato decisivo nel plasmare la mistica e il linguaggio francescani: si pensi ai novantanove attributi di Allah, che ispirano le lodi francescane all’Altissimo: «Tu sei umiltà, Tu sei sapienza, Tu sei bellezza». Anche il tipico saluto francescano “pace e bene”, richiama l’arabo salām. Dell’incontro tra Francesco e Al-Malik al-Kamil ha parlato anche l’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini, presidente della Comunità religiosa islamica italiana, che ha messo in luce una serie di verbi che caratterizzano quell’evento storico: partire, navigare, attraversare, partecipare, affrontare i conflitti, oltrepassare, convertire, realizzare la pace. Sia il santo che il sultano si sono lasciati alle spalle le loro terre (Assisi e Baghdad) «senza tradire le proprie origini», per giungere a Damietta, in Egitto, luogo non di pellegrinaggio ma di «cambiamenti e scoperte progressive». Per farlo sfidarono l’incomprensione delle rispettive comunità, subendo anche dei “tradimenti”.

Francesco e Al-Malik si incontrano «nell’intenzione di convertire l’altro alla verità della conoscenza o alla verità della religione», per poi rimanere entrambi «colpiti dalla forza di fede dell’altro». Superano quindi il «primo velo di pregiudizio», riconoscendo nell’altro «non solo una creatura di Dio ma un credente», stupiti della loro reciproca affinità, prendono atto della «parola di Dio che prevale». Entrambi sono «uomini di spirito e di intelletto» ma, nel loro confronto, «prevale la lingua dello spirito».

L’incontro tra il santo e il sultano, dunque, si conferma una pietra miliare per il dialogo islamo-cristiano odierno e un monito per i cristiani e i musulmani in conflitto. Secondo Pallavicini, ciò che rende oggi nemici taluni cristiani e musulmani è la dimenticanza della propria spiritualità, la vanità, l’avarizia, la ricerca del potere, l’essere schiavi delle apparenze e delle suggestioni del profano. Il vero combattimento, però, dovrebbe essere interiore e spirituale, finalizzato alla «ricerca del bene comune, da scoprire e realizzare insieme».

La tavola rotonda è stata allietata dagli interventi musicali dell’orchestra della Pontificia accademia mariana internazionale, diretta dal maestro Federico Vozzella e accompagnata dal soprano Maria Claudia Donato. Alla conclusione si è tenuto lo spettacolo Il dattero di Maria, Souvenir, di Antonio Tarallo, interpretato da Chiara Graziano, con accompagnamento musicale al pianoforte di Simone Vallini.

di Luca Marcolivio

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07 dicembre 2019

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