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I cristiani e le scritture di Israele

Il libretto I cristiani e le Scritture di Israele di Adriana Destro, Mauro Pesce, Elena Lea Bartolini De Angeli ed Erio Castellucci (Bologna, Edb, 2018, pagine 128, euro 11) raccoglie gli interventi degli studiosi che hanno partecipato al convegno promosso a dieci anni della morte di don Pietro Lombardini. Quanto è semplice e diretta la sua struttura, tanto è intricata e complessa la questione trattata. A maggior ragione, immergendosi nelle pagine si rimane stupiti dalla chiarezza e trasparenza del loro dettato. Destro e Pesce, coppia di studiosi ma anche compagni di vita, si inoltra, con maestria e metodo specifico, in quel momento storico così significativo e così arduo da districare rappresentato dalle prime comunità dei seguaci di Gesù. Tema affrontato da molti ma, in questo caso, reso originale e accattivante da un taglio particolare: «Le religioni non sono idee astratte. Si basano su atti e comportamenti. Hanno bisogno di territori e inserimenti sociali e umani». Gli autori precisano il modo di pensare di Gesù «giudaico ed esclusivamente tale. Lo dicono i riferimenti al Dio di Israele, alle sacre Scritture giudaiche, quelle che i giudei di lingua greca chiamavano ta biblia. La verità della Bibbia è per lui integralmente accettata ed è presa come base ultima della certezza culturale». In un’accezione peculiare «con certezza culturale intendiamo tutt’altra cosa che la certezza epistemologica di cui discutono le filosofie. La certezza culturale è l’insieme delle convinzioni ritenute assolutamente certe e vere in una determinata cultura». Le asserzioni nel corso della conferenza, suffragata da una bibliografia aggiornatissima e selezionata accuratamente, sono lineari: «Non c’è, del resto, un concetto di Gesù che non sia giudaico». Si passa poi a considerare la gente a cui Gesù, da itinerante, si rivolgeva, i gruppi di seguaci nella Terra di Israele e alle loro rispettive opere scritte: «Questi aggregati di seguaci continuavano a fare parte di gruppi e correnti giudaiche del tempo che erano diverse fra di loro».

Nelle diverse aree: Gerusalemme, Samaria, Galilea, Transgiordania, Siria, Antiochia di Siria. Con il passare del tempo la maggioranza dei gruppi si compose di «non giudei» e questo comportò «una loro difficoltà a comprendere il centro giudaico del messaggio e dell’azione di Gesù». Ne consegue che quanto verrà chiamato cristianesimo «non solo si mostra plurale fin dall’inizio, ma ha relazioni differenti con i giudaismi».

Bartolini De Angeli si concentra sull’interpretazione ebraica della Scrittura sottolineando come quello fra il popolo di Israele e la Torah «sia un rapporto vitale: non si tratta di una rivelazione che riguarda solo la sfera intellettuale, bensì di un insegnamento che orienta la vita e che comprende sia la rivelazione scritta che la sua interpretazione nel tempo». I punti chiave risultano: l’importanza della Torah nel contesto del canone biblico ebraico; la centralità della Torah e del suo commento nel giudaismo senza Tempio; i quattro livelli di significato; il midrash normativo, narrativo e i legami con il targum. In apertura l’autrice cita Ben Bag Bag: «Volgila e rivolgila che tutto è nella Torah, medita su di essa, invecchia e consumati su di essa, e non te ne allontanare perché non c’è per te niente di meglio», conclusione completa sottolineando che «la Scrittura si offre a noi affinché la facciamo crescere sviluppandone tutti i sensi possibili nella prospettiva del senso della vita».

di Cristina Dobner

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21 ottobre 2019

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