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I costi economici sono sempre anche costi umani

· La responsabilità sociale nella lettera di Benedetto XVI ·

Pubblichiamo ampi stralci del saluto rivolto dal presidente del Senato della Repubblica italiana ai partecipanti al convegno «La responsabilità sociale d'impresa nell'enciclica Caritas in veritate e nell'appello di Benedetto XVI» che si è svolto il 23 febbraio a Roma a Palazzo Giustiniani.

La storia del nostro Paese ha conosciuto i testimoni e anche i martiri di un messaggio di giustizia vera, che non voleva cedere all'ipocrisia, ma raccogliere le sfide del mondo contemporaneo e le esigenze reali e profonde delle persone, dell'intera comunità.

La Caritas in veritate ha il coraggio di proporre due parole contrapposte. Parole di un vocabolario troppo frettolosamente messo in disparte o dimenticato: «ipocrisia» e «verità». Queste espressioni conservano un significato decisivo per tutti: politici, imprenditori, lavoratori, rappresentanti sindacali, cittadini.

I processi di innovazione e di ammodernamento del sistema produttivo, così come i progetti di riforma del mercato del lavoro, non possono essere rinchiusi entro il perimetro riduttivo dell'ideologia: vorrei dire, mutuando le parole di Giovanni Paolo II, «non sono né buoni né cattivi, ma saranno ciò che le persone ne faranno». La crescita del profitto e della ricchezza, che passa attraverso lo sviluppo e l'innovazione, non può mai rinunciare all'obiettivo prioritario dell'accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti. Sono parole di Benedetto XVI che aggiunge: «C'è una convergenza tra scienza economica e valutazione morale. I costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani».

Questo vale ancora di più, nelle aree più fragili del Paese, dove «dare» e «garantire» il lavoro significa «liberare» i più deboli, le famiglie, i giovani dal ricatto della mafia.

A Termini Imerese vi deve essere l'impegno di tutti — istituzioni, imprenditori, società civile — per mantenere i posti di lavoro. Senza un lavoro regolare si rischia di dare alle famiglie il pane avvelenato di un lavoro nero, nascosto, invisibile, dove l'abuso fa premio sul diritto, il guadagno sulla giustizia, l'egoismo sulla solidarietà.

Il successo di una attività non può essere basato solo sul raggiungimento di obiettivi, pure necessari, quali l'abbattimento dei costi, se questo risultato fosse la mera conseguenza della chiusura di stabilimenti o di licenziamenti. Il vero successo di una attività è il giusto equilibrio tra le ragioni del profitto e le ragioni della salvaguardia dei livelli occupazionali.

In generale, il lavoro regolare è un baluardo dello stesso stato di diritto. L'anticamera delle morti sul lavoro è la mancanza di trasparenza e di vigilanza, di controllo sulle condizioni dei lavoratori. I lavoratori senza volto sono le vittime di una logica ingiusta che li considera al pari di una merce: senza diritti e senza garanzie. La responsabilità sociale dell'impresa è una vera missione di verità: dare trasparenza, anzi, pretendere trasparenza e combattere l'omertà. Non riconoscere i diritti ai lavoratori, mascherando la verità, è come rubare. Il lavoro nero è innanzitutto un furto: significa rubare la libertà e la dignità del lavoratore, della sua famiglia, dei suoi figli.

La sana imprenditorialità deve rappresentare un motivo di orgoglio per l'intero Paese. L'intraprendenza dei nostri imprenditori va sostenuta a tutti i livelli, perché l'investimento non è facile, ma è atto di coraggio. La ricerca di una giustizia sociale non ipocrita e, allo stesso tempo, non rinunciataria, richiede anche un impegno reciproco e di ragionevolezza nell'individuare, promuovere e sostenere soluzioni in grado di soddisfare i più, senza danneggiare alcuno.

Lungo questo asse portante dell'agire collettivo — quello che in Caritas in veritate viene riassunto nell'espressione «sviluppo umano integrale» — il ruolo delle organizzazioni sindacali appare fondamentale e decisivo. Da un lato, lo Stato come primo datore di lavoro indiretto deve condurre una giusta politica del lavoro; dall'altro, compito dei sindacati non è quello di fare politica, ma di adoperarsi affinché «il lavoratore possa non soltanto avere di più, ma prima di tutto essere di più: possa, cioè, realizzare più pienamente la sua umanità sotto ogni aspetto», come ha affermato Giovanni Paolo II.

Caritas in veritate conferma con chiarezza «la distinzione di ruoli e funzioni tra sindacato e politica» e offre anche alle organizzazioni sindacali una nuova prospettiva dove si è chiamati «a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società», come il «conflitto tra persona-lavoratrice e persona-consumatore». Si tratta allora di avere il coraggio — cito sempre dall'enciclica — di volgere «lo sguardo anche verso i non iscritti», in altri termini di riconoscere, nei diversi contesti sociali e lavorativi, le «autentiche ragioni etiche e culturali».

Il sindacato è uno dei pilastri portanti di un Paese democratico e civile. L'orgoglio di non strumentalizzare i lavoratori si accompagna a una politica del lavoro fondata anche sulla lotta al privilegio. Il privilegio nega l'essenza stessa dei beni fondamentali che si debbono tutelare: i diritti.

Una nuova cultura contro il privilegio richiede in alcuni settori oggettivamente più fortunati di rinunciare a fare lotte che difficilmente si raccordano con le emergenze occupazionali e di reddito diffuse nel Paese. I lavoratori sanno che all'interno delle istituzioni la sobrietà è non solo uno stile da preservare rispetto all'opinione pubblica, ma un preciso obbligo morale nei confronti di chi vive davvero in difficoltà e angoscia.

In alcuni settori di grande prestigio la giusta valorizzazione del merito e dell'impegno non può essere considerata un dato acquisito, ma sempre oggetto di valutazione e verifiche.

Un alto livello di retribuzione deve commisurarsi a puntuali indici di meritocrazia: vale a dire qualità e quantità superiori alla media. La logica del privilegio va altrimenti e sempre combattuta senza arretramenti.

Va pertanto accolta senza esitazione l'indicazione che Giovanni Paolo II riassumeva in queste parole: «Lo sciopero deve servire ai sindacati come estremo rimedio per la difesa dei giusti diritti dei loro membri».

Ma l'enciclica Caritas in veritate individua con chiarezza anche un vero e proprio cortocircuito del nostro tempo: da un lato, efficienza, produttività, profitto e, dal lato opposto, ridimensionamento o contrazione dei posti di lavoro. La sobrietà deve manifestarsi pertanto anche nel settore privato, ma nella piena consapevolezza che alla efficienza va sempre accompagnata la saggezza che deriva dal senso di comune appartenenza alla comunità.

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13 dicembre 2019

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