Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

I conti col passato

· Nel romanzo «Il caso Collini» di Ferdinand von Schirach ·

Più della storia in sé e della scrittura — asciutta, senza fronzoli e particolari sussulti, al limite dell’asettico resoconto giudiziario — sono l’autore e il contesto storico richiamato dal racconto a rendere interessante Il caso Collini , romanzo che, altrimenti, sarebbe transitato nel firmamento dei legal thriller con molto meno clamore anche in patria, dove è diventato presto un best seller. L’autore, infatti, si chiama Ferdinand von Schirach, avvocato penalista convertitosi alla scrittura, che all’esordio ha ottenuto un grande successo con la raccolta di racconti Un colpo di vento ispirati proprio alla sua attività professionale.

Ma soprattutto è nipote di Baldur von Schirach, uno dei fondatori della gioventù hitleriana, imputato al processo di Norimberga, dove però non ammise mai i crimini di guerra che gli venivano attribuiti e che, per mancanza di prove di una sua diretta implicazione nello sterminio di massa degli ebrei e grazie alla posizione di alto funzionario al ministero della cultura, fu condannato a soli venti anni di carcere. Ne uscì nel 1966 per ritirarsi senza clamore nel sud della Germania, dove morì l’8 agosto 1974.

Insomma, un nonno ingombrante per Ferdinand von Schirach, classe 1964; una presenza con la quale ha deciso finalmente di confrontarsi. Non direttamente, ma affrontando la storia del nazionalsocialismo e, più precisamente, il modo in cui la Germania ha fatto i conti con il proprio passato. «Se cresci con un cognome come il mio — ha infatti detto in una intervista a “Die Zeit” — fin dall’età della ragione devi porre a te stesso alcune domande basilari e trovare altrettante risposte basilari con cui convivere. Questo è ciò che ho fatto, è una mia precisa responsabilità».

Da quando, a dodici anni, ha visto per la prima volta la foto del nonno su un libro di storia, ha «cercato di capire cosa ha spinto gli uomini ad accanirsi con tanta ferocia su altri uomini e perché il cosiddetto “uomo di cultura” Baldur von Schirach potesse seguire la follia sanguinaria di Hitler».

In realtà ne Il caso Collini (Milano, Longanesi, 2012, pagine 167, euro 14) lo scrittore va oltre, riproponendo all’opinione pubblica, quella tedesca in primis , la genesi di una delle norme più importanti del sistema legislativo della Germania. Si tratta della modifica dell’articolo 50 del codice penale, in vigore dal 1° ottobre 1968, che con l’innocuo nome di «legge programmatica della legge sull’illecito amministrativo», ridefinì i concetti di responsabilità diretta, di complicità e di concorso nel delitto, dando un colpo di spugna definitivo alla perseguibilità dei criminali nazisti. I reati vennero improvvisamente prescritti, vanificando il lungo e delicato lavoro di tanti magistrati. Insomma, un’incredibile amnistia generale — passata in sordina, tanto da non venire neppure discussa al Bundestag perché nessuno allora ne comprese le implicazioni — che portava la firma di Eduard Dreher, autore del noto commentario del codice di diritto penale tedesco, ma che sotto il Terzo Reich era stato un severissimo pubblico ministero presso il tribunale speciale di Innsbruck, incline a richiedere con una certa facilità la pena capitale per gli imputati. Un passato che non gli impedì tuttavia di fare una prestigiosa carriera al ministero della giustizia, arrivando addirittura alla carica di segretario di Stato.

Ma veniamo al romanzo e a come questa storia si interseca con quella del giovane avvocato Caspar Leinen, il protagonista, nominato difensore d’ufficio di un omicida reo confesso e al suo primo caso.

Il giovane può finalmente esercitare la professione che ama, indossare la toga ed entrare nell’austero tribunale del Moabit, a Berlino. All’inizio sembra che si tratti di una causa di routine: dopo una vita tranquilla, dedicata al lavoro in fabbrica, l’irreprensibile italiano Fabrizio Collini uccide un ricco e noto industriale, l’ottantenne Hans Meyer. Ma come Leinen scoprirà a poco a poco, anche attraverso un inatteso coinvolgimento personale, in questa storia nulla è come appare. Mentre l’imputato si chiude nel silenzio, ammettendo l’assassinio, ma rifiutando di spiegarne il perché e rinunciando a ogni difesa, l’avvocato viene a sapere che la vittima era il nonno di un suo amico dei tempi del liceo. Benché il ricordo di quell’uomo ricco e potente, ma anche affettuoso e gentile, sia ancora vivo nella sua memoria, il giovane avvocato decide di non rinunciare alla difesa dell’omicida, determinato a far luce sul movente. Così, scavando nel passato di Meyer, Leinen trova una traccia che lo riporta a un episodio accaduto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Da questo indizio il dibattimento, che sembrava già segnato, diverrà teso e serrato, riaprendo ferite non ancora rimarginate.

Ferdinand von Schirach ci conduce così ad affrontare un tortuoso cammino in quella terra di mezzo in cui si scontrano tragicamente colpa e vendetta, e dove i confini della legge appaiono sottili e incerti; sollevando dubbi e interrogativi su come la Germania abbia affrontato il passato nazista e sul diritto delle vittime ad avere giustizia. Ma anche con una certezza: le colpe dei padri non possono ricadere sui figli.

Johanna, la nipote di Hans Meyer, dopo che il processo ha portato alla luce il passato nazista di suo nonno, si chiede: «Anch’io sono tutto questo?». «Tu sei quella che sei», è la risposta di Caspar Leinen.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE