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​I cattolici sotto il comunismo in Europa centrale e orientale

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Dopo la seconda guerra mondiale, nei paesi europei del blocco sovietico l’obiettivo era distruggere ogni forma di religiosità, soprattutto quella organizzata e strutturata. E questa bufera, scatenata dai regimi comunisti per imporre una visione atea della società, investì soprattutto la Chiesa cattolica, che venne sottoposta a sistematiche persecuzioni ma che, al contempo, seppe reagire con coraggio ed eroismo. Furono infatti moltissimi i credenti che, nonostante repressioni e violenze, dettero prova di una fede incrollabile, spesso sacrificando la vita.

Le dinamiche di quel drammatico scenario sono analizzate con rigore critico nel volume, curato Jan Mikrut, Testimoni della fede, con un sottotitolo illuminante: Esperienze personali e collettive dei cattolici in Europa centro-orientale sotto il regime comunista (San Pietro in Cariano, Gabrielli editori, 2017, pagine 1248, euro 54). Il libro s’inserisce in un piano editoriale inaugurato nel 2016 da La Chiesa cattolica e il Comunismo in Europa centro-orientale e in Unione Sovietica (presentato sull’Osservatore Romano del 21 aprile 2016). Annunciato per il 2017, centenario della rivoluzione d’ottobre, è La Chiesa cattolica in Unione Sovietica. Dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka ed è in preparazione Il governo e la Chiesa in Polonia di fronte alla diplomazia Vaticana (1945-1978). Da Testimoni della fede — che viene presentato l’8 marzo a Roma e di cui anticipiamo la prefazione dell’arcivescovo di Vienne e l’introduzione del curatore — emerge un quadro in buona parte inedito dei diversi Paesi segnati dalla persecuzione: Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania dell’Est, Jugoslavia, Polonia, Romania e Ungheria, con significativa attenzione rivolta ai cattolici di rito orientale slovacchi e romeni, sui quali si accanì in particolare la repressione.
Vi sono pagine che descrivono con cruda immediatezza una realtà in cui, nel cuore dell’Europa, per reprimere i cattolici, dei quali si voleva spezzare la resistenza, non si esitò a ricorrere alla tortura. Eloquente, al riguardo, è la testimonianza di un sopravvissuto, monsignor Zef Simoni, che ricorda i metodi spietati adottati dalla polizia segreta in Albania. Nel drammatico scenario delle persecuzioni spiccano figure di grande coraggio e fedeltà alla Chiesa: tra quelli meno conosciuti in occidente, i vescovi martiri Vincenzo Eugenio Bossilkov, in Bulgaria, Pavol Peter Gojdič e Vasil’ Hopko, in Slovacchia, Czesław Kaczmarek, in Polonia, Vilmos Apor e Zoltán Lajos Meszlényi, in Ungheria.
Uno dei maggiori pregi delle ricerche pubblicate in questo libro sta nell’aver dato rilievo a un aspetto finora trascurato dalla ricerca storica. Diversi sono infatti i contributi dedicati all’eroica testimonianza delle donne, in particolare degli ordini religiosi femminili, modello di fedeltà in tempi di persecuzione.
Nel 1950 il governo della Cecoslovacchia sferrò un poderoso attacco contro i monasteri maschili, con l’intento di chiuderli. Fu poi la volta di quelli femminili. Le superiore delle diverse comunità religiose e altre suore furono trasferite a Hejnice, in un convento trasformato, dopo la soppressione della comunità maschile che vi abitava, in un luogo d’internamento per le suore. In processi farsa le madri superiori furono tutte condannate. Come scrive Remigie Anna Češiková, «tutti gli ordini e le congregazioni in territorio cecoslovacco avevano visto le proprie comunità smembrate e oppresse già ai tempi del nazismo; l’avvento del totalitarismo comunista portò a compimento quest’opera distruttiva ai danni della vita consacrata».
La persecuzione si abbatté in Croazia sulle donne di vita consacrata, e di queste Veronika Popić ricorda il calvario, mentre Agata Mirek ha ricostruito la deportazione e i campi di lavoro riservati alle religiose polacche negli anni dal 1954 al 1956. E ancora, Veridiana Bolfă ha ripercorso la storia delle suore basiliane in Romania dalla fondazione alla persecuzione, e Cecilia Flueraş ha studiato la congregazione delle suore della Madre di Dio, «fedeli alla consacrazione anche in mezzo alla tempesta». La ferocia della repressione non risparmiò le religiose in Bosnia ed Erzegovina, allora parte dello Jugoslavia: se non venivano uccise, queste donne erano comunque incarcerate o costrette ai lavori forzati. Si tratta di «un fenomeno poco conosciuto» scrive Natalija Palac, perché la ricerca storica si è limitata a «uno studio generale delle persecuzioni subite dalla Chiesa». La maggior parte delle accuse contro queste religiose si basava su quella che i comunisti chiamavano «complicità», e che consisteva nella collaborazione data alla «guerriglia anticomunista» attiva nel primo dopoguerra. (gabriele nicolò)

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